La Simonia e il Nicolaismo: due eresie a confronto

Oltre alla Simonia, riguardante la vendita – iniziata con Simon Mago – delle dignità ecclesiastiche e la venalità nell’accedere agli ordini ecclesiastici e nell’esercizio del ministero pastorale, un’altra piaga che desolava la Chiesa del secolo XI, che l’azione riformatrice di Papa Leone IX e degli imperatori tedeschi intendeva eliminare e che il Concilio Tridentino condannò severamente, era il Nicolaismo, ovvero una dottrina eretica paleocristiana la quale, ispirandosi alle teorie sulla mescolanza dei sessi (promiscuità sessuale), che alcuni passi del Nuovo Testamento attribuiscono al diacono Nicola di Antiochia, si opponeva al celibato ecclesiastico a favore del concubinato e dei riti sessuali di carattere orgiastico; inoltre, la dottrina nicolaita (o nicolaista) non ammetteva la divinità di Cristo e, pertanto, mancando di pratiche pubbliche, conduceva all’interiorizzazione della Fede. Tale condotta derivava dalla distinzione che i suoi adepti operavano tra il vero Dio inconoscibile e il Dio ebraico Yahweh, dipinto come malvagio e sadico, di cui disprezzavano le leggi e l’universo materiale da lui creato per imprigionare le anime degli uomini. Secondo taluni, lo stesso Nicola di Antiochia, rimproverato di essere troppo legato a sua moglie, la offrì ad un altro per dimostrare di voler servire soltanto il vero Dio. 

I nicolaiti, oltre a compiere un atto di fornicazione, incorrevano nell’eresia nicolaita in quanto, più che difendere un malcostume, volevano legittimare un’usanza, appunto il matrimonio dei preti, appellandosi a testi scritturali e patristici. Fra questi, Ulrico, vescovo di Imola durante il pontificato di Niccolò II, autore di un Rescritto apparso anonimo e composto verso il 1060.

Contro le pratiche eretiche sia simoniache che nicolaite, ma anche contro la ricchezza e il disfacimento morale delle alte ecclesiastiche, in particolari degli arcivescovi di Milano, si scagliò violentemente il movimento popolare medievale della Pataria: lo scontro sanguinoso interessò soprattutto la Chiesa ambrosiana, la Lombardia e il Veneto nei secoli XI e XII. Quasi per giustificarsi, a Raterio di Liegi, predicatore e scrittore belga, autore di opere in lingua mediolatina, poi vescovo di Verona, che voleva combattere il nicolaismo e ri-moralizzare una Chiesa ritenuta oramai eccessivamente secolarizzata ed irreligiosa, i preti risposero che, senza la presenza delle donne, essi non avrebbero saputo come provvedere alle più basilari ed elementari necessità del mangiare, del bere e del vestire.     

Ma più che una grande corruzione, erano tutte le circostanze che rendevano insidioso questo male. Il pericolo maggiore, come denuncia Pier Damiani nel suo Liber Gratissimus (1058 circa), ma anche nella Disceptatiosynodalis del 1059, stava nel tentativo di legittimare quello stato di cose: il clero non aveva intenzione di limitarsi, bensì voleva celebrare proprio un regolare matrimonio, e ciò, secondo la mentalità e i costumi dell’epoca, avrebbe comportato la trasmissione ereditaria dell’ufficio ecclesiastico ai propri figli oppure avrebbe implicato la divisione tra gli stessi della stessa proprietà ecclesiastica.        

Il movimento riformatore auspicava la restaurazione dell’antica disciplina, ma i moderati volevano evitare il rischio di un’aggressiva reazione popolare, per cui nacque la condanna di quelli che disprezzavano la messa dei preti sposati. Questa posizione equilibrata non era sufficiente a sradicare immediatamente il male: ne derivò, pertanto, la disposizione di Niccolò II, nel decreto del 13 aprile 1059, al Concilio del Laterano, di disertare tutte le messe celebrate dai sacerdoti uxorati nicolaiti. Inoltre, alcuni riformatori intransigenti e dogmatici negavano la validità e la legittimità di qualsiasi ministero ecclesiastico esercitato da quei preti che fossero simoniaci e concubinari. 

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