I Profumi di Roma

Come la cosmesi, così i profumi meritano una panoramica: vi è una stupenda testimonianza del loro intero processo di produzione, ad opera di paffuti amorini, nell'affresco della casa dei Vettii di Pompei. Non essendo ancora conosciuto il processo di distillazione, introdotto dagli Arabi nel IX secolo d.C., le essenze erano ottenute per spremitura e macerazione.

Le essenze raggiungevano prezzi proibitivi già dal I secolo d.C. quando una libbra di profumo costava anche più di 400 denari. Uno scandaloso spreco, a detta di Plinio il Vecchio, poiché, come sottolinea nel suo trattato naturalistico, simili ricchezze venivano dissipate Pro Fumo, cioè senza alcun effetto se non quello di appagare il piacere altrui.

Seguendo letteralmente le indicazioni del XII libro delle Naturalis Historia, è stato possibile ricreare le antiche fragranze, scoprendo che i gusti dei nostri vanitosi antenati propendevano per aromi intensi e dolciastri, forse più adatti a coprire sia gli olezzi delle fogne e delle stalle che l'odore pungente e acre del sangue delle fiere uccise negli anfiteatri durante gli spettacoli.

Dei profumi non si faceva però solo un uso personale. Era costume diffuso, infatti, profumare arditamente anche gli ambienti domestici: Gaio Svetonio Tranquillo, nelle Vite dei Cesari, racconta che, ad un banchetto offerto da Nerone, uno sfortunato commensale sia morto asfissiato dagli effluvi di ingentissime quantità di acque profumate con petali di rosa lasciate cadere sugli invitati. L'imperatore Eliogalbo, invece, aveva fatto disporre una pioggerella di acque profumate e violette dal soffitto, ma, sfortunatamente, precipitarono sui suoi ospiti anche i vasi di terracotta che le contenevano, causando la morte di moltissimi ospiti. Infine, Cesare avrebbe mangiato asparagi conditi per errore con un unguento aromatico anziché con un volgare ma certamente più salutare olio da cucina, sentendosi, quindi, molto male.

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