Il Sublime in Alfieri e il trattato di Longino

 

Parallelamente al percorso che porta Alfieri ad affinarsi come tragediografo, ci sarà quello che porterà allo sviluppo dell’ideale del Sublime Scrittore, figura titanica nella quale Alfieri s’identifica pienamente, contrapposta a quella del tiranno. Il concetto di Sublime costituisce la base di tutto il sistema di pensiero del poeta piemontese e coincide con l’espressione formalmente perfetta di un’idea di altissima levatura morale. Sicuramente Alfieri ebbe modo di studiare il trattato Del Sublime (attribuito al filosofo greco Longino) poiché questo fu tradotto dal suo amico Francesco Gori, che lo fece stampare nel 1733.

Dunque, si può affermare, senza dubbio, che lo Pseudo-Longino sia una delle fonti del pensiero dello scrittore astigiano, il quale rielabora, in modo personale, le teorie espresse nel suddetto scritto greco, facendone la base di tutta la propria produzione. Innanzitutto, colpisce il fatto che il filosofo greco affermi che la scienza e il discernimento del vero sublime non siano cose facili. Infatti, per Alfieri il sublime non è una mera categoria estetica, ma l’essenza stessa dei propri pensieri e, in ultima analisi, della propria esistenza. 

Dal punto di vista meramente estetico, lo stile alfieriano sembra uniformarsi totalmente ai dettami espressi da Longino. Il trattatista greco, invero, sottolinea il fatto che alcuni letterati “dicono che il grande viene di sua natura non per ammaestramento e che l’unica arte per possederlo è l’esserne nato capace”.  Non a caso, nell’autobiografia alfieriana, si riscontrano spesso riflessioni dell’Alfieri riguardo al fatto che, essendo giovane ed inesperto nel versificare, non riuscisse ad estrinsecare i moti del suo animo.

Sublime, inoltre, secondo Longino, è anche ciò che resta impresso allo spettatore e che universalmente provoca approvazione.

Nel trattato Del sublime, inoltre, viene specificato il fatto che tale “sentimento” non si esaurisce nello stile aulico ed in una accurata scelta dei termini, dato che è anche una sorta di entusiasmo che spinge alla creazione artistica. A tal proposito, è necessario sottolineare che Alfieri, nella propria autobiografia, affronta più volte la tematica dell’ispirazione, ad esempio quando la definisce come una sorta di trasporto e furore a cui bisogna ciecamente obbedire nell’ideare cose d’affetto e terribili.   

La questione dell’ispirazione riveste un’importanza tale nel pensiero dell’intellettuale astigiano tanto che questi dedica ad essa il sesto capitolo del terzo libro del trattato Del principe e delle lettere. Alfieri ritiene, pertanto, che l’ispirazione possa essere definita come ‘impulso naturale’. Condizione necessaria a qualunque artista per la creazione è il saper riconoscere tale ispirazione in sé stessi, affinando i propri mezzi espressivi. Tale talento naturale può svilupparsi ed estrinsecarsi solo in un clima disteso, in un contesto di piena ed assoluta libertà. All’ ‘impulso naturale’, Alfieri oppone l’‘impulso artificiale’ in virtù del quale lo scrittore che si lascia proteggere, cerca di ingannare sé stesso e mortifica le proprie doti, proprio come nel caso del drammaturgo francese del Seicento, Jean Racine. Si tratta, per lo scrittore astigiano, anche di una questione di   amor proprio poiché solo chi non ha abbastanza fiducia in sé stesso, si lascia corrompere: è questa la vera differenza tra il poeta che si lascia proteggere e lo ‘Scrittore Sublime’.

Ed è proprio sul tema della stima di sé stessi che s’impernia il movimento evolutivo della libertà alfieriana che s’identifica proprio con l’impulso naturale e con la volontà. Ed è il culto di questo impulso naturale che egli sente dentro perché, per mezzo della forte volontà, lo scrittore diviene ‘sublime’ e libero e, creando sé stesso, crea allo stesso modo la sua patria. Alfieri ebbe, dunque, fede nella potenza dell’individuo a costruire la sua vita, fede nella potenza dell’uomo straordinario e dell’eroe a costruire la storia”.                        

L’ impulso naturale di cui parla l’astigiano si manifesta come forza creatrice e creativa dello spirito che, in combinazione con la stima di sé stesso, permette al poeta di elevarsi: impulso naturale e idea di sé rappresentano due vivide intuizioni della vita interiore che l’Alfieri trasse dalla sua intima e tormentata esperienza. L’entusiastica ispirazione, anche secondo il trattatista greco, deve essere supportata da una “naturale elevatezza dei concetti”. Ed è proprio tutto questo insieme di elementi a costituire il concetto di sublime alfieriano. Per tal ragione, si legga la sezione XLIV del testo di Longino intitolata Questione grande, nella quale si evince che l’aderenza di Alfieri ai concetti espressa da Longino è totale; addirittura, essi riecheggiano pure nella Tirannide quando l’astigiano parla dello stato di servitù cui sembrano avvezzi i popoli poiché così educati dalla nascita. 

Inoltre, Alfieri si rifà a Longino sia proposito dell’adulazione che la tematica del piacere del lusso che corrompe l’animo del letterato. I beni materiali, afferma Longino “ingenerano negli animi tiranni inesorabili, l’iniquità, la villania, la sfacciataggine e le barbarie: venuta la corruttela al colmo, marciscono, e putride divengono e non più irritabili le sovrane doti dell’animo”. Si tratta di un tema sviluppato sia nella Tirannide quando l’autore piemontese mette in guardia dal lusso con cui il despota seduce i propri sostenitori, che ne Del principe e delle lettere a proposito degli artisti talentuosi che hanno asservito il loro ingegno alle esigenze del potere. E la virtus è, senza dubbio, uno dei nuclei centrali del pensiero di Vittorio Alfieri.

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