La simonia e l’arte

Nel corso dei secoli, ci sono state tante rappresentazioni grafiche raffiguranti i simoniaci danteschi, “protagonisti” del XIX canto dell’Inferno. La più antica risale ad inizio XV quando Baccio Baldini, medico ed archiatra sotto Cosimo I de’ Medici, lettore allo Studio di Pisa e bibliotecario alla Laurenziana, incise su rami i primi XIX canti dell’Inferno dantesco. Il canto decimo nono è quello intagliato in maniera più suggestiva poiché presenta, in maniera innovative, le curve sinuose descritte dai corpi dei simoniaci. Nella prima metà del 500, invece, il tipografo lucchese Alessandro Vellutello, noto per un’importante esegesi degli scritti volgari petrarcheschi, stampò un meno fortunato commento alla Divina Commedia con un’annessa illustrazione. Particolare è quella del XIX canto poiché rappresenta una ruota, divisa in dieci spicchi, colma di simoniaci a testa in giù, i cui corpi rigidi e tesi, quasi statuari, dominano la scena. Priamo della Quercia di Siena, inoltre, miniatore del primo Rinascimento, rappresentò il canto XIX dell’Inferno in uno stile ben radicato sull’esperienza tardo gotica. Decorazione minuziosa e cesellata, a mo’ di bassorilievo intagliato, è la riproduzione del XIX canto contenuta nel Codex Altonensis (1350-1410), manoscritto che presenta molte altre miniature dantesche e pitture di francescani dell’epoca.  A fine 700, il poeta inglese William Blake, su commissione del pittore John Linnell, illustrò l’Inferno dantesco, con lo scopo di trarne una serie di intagli: ci sono pervenuti 102 acquerelli (72 dell’Inferno, 20 del Purgatorio, 10 del Paradiso), da cui sono state realizzare sette incisioni. Le illustrazioni blakiane del poema non sono un semplice accompagnamento del testo bensì lo rivedono criticamente e fungono da commentario “stravagante” degli aspetti spirituali e morali dell’opera stessa, tanto da essere considerato da molti suoi coevi pazzo. Per Blake, Dante rappresenta una profonda traccia nella storia dell’umanità, un modello da imitare ma, soprattutto, da emulare: ne condivide la sfiducia verso il Materialismo e la natura corrotta del potere, bensì non accetta l’esaltazione che l’Alighieri fa delle opere poetiche dell’antica Grecia, viste come esempio di perfezione e di assoluta compiutezza umana. Infine, la bolgia dei simoniaci fu illustrata, come tutta la Comedìa del poeta fiorentino, dall’alsaziano Paul Gustave Doré tra il 1861 e il 1868. Tale canto rispecchia un gusto decisamente romantico, accostato ad una visione epica, drammatica, a tratti teatrale e ad un grande virtuosismo tecnico: le visioni cupe ed annebbiate sono di derivazione letteraria, leopardiana per l’esattezza, mentre il drappeggio dei mantelli di Dante e Virgilio affonda le proprie base nell’arte greca classica e nell'estro michelangiolesco; l’influenza leonardiana, infine, soggiorna in alcune incisioni, soprattutto in quelle giovanili. 

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