L’ antipsichiatria di Franco Basaglia : “i pazienti sono persone poi malati”.

<<Noi siamo qui per dimenticare di essere psichiatri e per ricordare di essere persone>> aveva detto F. Basaglia, psichiatra che in Italia si avvicinò alla corrente di pensiero dell’antipsichiatria sorta in Inghilterra negli anni ’60. Dimenticare di essere psichiatri, per Basaglia significava impegnarsi in prima persona nell’eliminazione delle contraddizioni sociali; fu la terribile realtà degli ospedali psichiatrici, dei “manicomi” ad incoraggiare, riflessioni che negli anni a venire portarono alla cosiddetta “legge 180” del 1978, promulgata in Parlamento, e alla quale lo stesso Basaglia diede il nome. Ma il percorso fu tutt’altro che semplice. Nel 1961, presso l’ospedale psichiatrico di Gorizia, Basaglia cominciò ad eliminare in maniera drastica qualsiasi tipi di contenimento, facendo in modo che i pazienti fossero prima delle persone, e poi dei “malati”. Elettroshock, dosi elevatissime di psicofarmaci, medicinali ancora in fase di sperimentazione, erano solo alcune delle “cure” a cui erano sottoposte migliaia di persone sulle quali gravava il peso di una nuova forma di violenza sociale. In questo senso, lo scopo dell’antipsichiatria fu proprio il tentativo di restituire a questi soggetti la libertà di esprimersi senza dover necessariamente apparire agli occhi della società, come dei “diversi”. La psichiatria alternativa italiana aveva affrontato il problema in questi termini: “Non è che noi prescindiamo dalla malattia, ma riteniamo che per avere un rapporto con un individuo sia necessario impostarlo indipendentemente da quella che può essere l’etichetta che lo definisce”. Diventa fondamentale, dunque, in quest’ottica, quale sia la realtà sociale nella quale vive o ha vissuto il soggetto, e quale sia il suo rapporto con questa realtà. Per questo motivo per Franco Basaglia si approcciava al paziente in quanto individuo, e non in quanto malato: carpire il modo in cui questi individui percepivano il loro mondo, piuttosto che rinchiuderli in una categoria diagnostica era l’obiettivo primario dello psichiatra. Basaglia e i suoi collaboratori diedero vita a una serie di assemblee quotidiane in grado di coinvolgere non solo i pazienti, ma anche il personale, in una unica “comunità terapeutica” . Obbiettivo  era quello di ricreare un ambiente e un clima più familiare nel quale il percorso verso la guarigione psichica potesse divenire più efficace. Solo eliminando l’istituzione che li aveva privati della libertà, della dignità, e che aveva chiuso gli occhi dinanzi ai numerosissimi casi di abuso, queste persone avrebbero potuto sperare la guarigione. Purtroppo, chiudere i manicomi comportava un confronto a cui la società non era ancora pronta, ossia quello con la “follia”. Basaglia , viste le sue idee, fu pesantemente ostacolato nello stesso ambiente psichiatrico. Resta il fatto che a Trieste, dando vita a laboratori di pittura e di teatro, Basaglia rivoluzionò completamente l’intero ospedale psichiatrico all’interno del quale venne anche formata una cooperativa di pazienti che cominciarono a lavorare in modo retribuito. A proposito del rifiuto, da parte dell’antipsichiatria, del modello medico biologico della malattia, Basaglia dice: “ La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste, ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia(..) e invece incarica la psichiatria di tradurre la follia in malattia per eliminarla”. Il tipo di paziente dinanzi al quale spesso si trovavano quegli psichiatri, infatti, portava su di sé i segni di quel suo essere stato a lungo ricoverato e privato di ogni contatto umano. Fu per questo motivo, come scrisse Fulvio Marone, che la psicanalisi fu ritenuta uno strumento poco utile per far fronte a quella che rappresenta la questione centrale della psichiatria: la lotta contro la segregazione e la istituzionalizzazione della malattia mentale.


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