Le fiamme: unica ancora di salvezza per le donne afghane

All’ospedale di Herat, in Afghanistan, giungono donne bruciate, divorate e sfigurate dalle fiamme . Sono donne che hanno consapevolmente  scelto di bruciarsi piuttosto che continuare a subire una vita di violenze, soprusi e umiliazioni di ogni genere inflitte dai propri mariti e dalle famiglie di origine. Sono tutte donne  giovanissime e che hanno ceduto alla disperazione perchè non hanno conosciuto il privilegio della libertà e della dignità: donne vendute come merce di basso valore a uomini che non amano, che non hanno scelto e dai quali vengono schiavizzate e torturate . Secondo una statistica Onu il 45% delle donne afghane si sposa prima del 18 anni per costrizione. Queste giovani vite, sono  barattate con denaro o vendute a terzi solo per estinguere un debito.  Sono numerose le spose che giungono presso l’ospedale di Herat. Il reparto ustionati soccorre, infatti, corpi letteralmente martoriati e lacerati dalle fiamme. E non tutte ce la fanno. Il fuoco, per queste donne, non è che la soluzione più rapida. Erroneamente esse ritengono che dando fuoco ai loro corpi, moriranno all’istante. Ma non è così. Spesso le ustioni arrivano a ricoprire circa il 60% del corpo e durante il cambio dei bendaggi la sofferenza è atroce. Forse inimmaginabile. Ed è dura considerare che, a sopportare un simile dolore siano spesso ragazze minorenni condannate ad indicibili sofferenze per aver tentato di fuggire da altra sofferenza. Il divorzio non è infatti una strada così semplice, e in alcuni casi risulta addirittura impossibile. E così, alla violenza fisica e psicologica dei propri mariti, si aggiunge anche quella che proviene dalle suocere capaci di  profonde umiliazioni e  forti violenze fisiche. E se la maggior parte delle ustioni sono auto inflitte, non va dimenticato il dato allarmante che testimonia i ripetuti casi in cui a spingere tra le fiamme queste giovani  donne sono stati i mariti e le suocere. L’auto immolazione è l’ultimo gesto di un calvario per queste donne cominciato troppo presto. Le donne che arrivano ad Herat hanno tutte storie diverse ma solo in apparenza. Hanno molti elementi che le accomunano: la solitudine, quella solitudine alla quale la loro condizione le ha condannate e che è loro nemica, più delle percosse poiché capace di condurle tra le fiamme. Ne sono un esempio le numerose famiglie che per paura, per ignoranza o per assurde forme di pregiudizio, una volta accompagnate le proprie figlie in ospedale, dichiarano che si è trattato di incidente, come ad esempio un’esplosione di gas . Il dott. Aref Jalal che fa parte dello staff medico dell’Ospedale di Herat ha infatti confermato che mentre i familiari delle vittime desiderano innanzitutto che non venga chiamata la polizia, queste giovani vite combattono tra la vita e la morte. O tra una non-vita e la morte. Alcune di esse, rassegnate, attendono la guarigione, pronte a fare ritorno alla condanna di cui sono consapevoli. Per  altre ancora, non vi è possibilità di scelta: muoiono, o a causa di una intossicazione dovuta al fumo respirato, o a causa di un’infezione difficile da combattere come la sepsi.


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