Il rifiuto e la ricerca della solitudine: il disturbo della personalità

Avvertendo l’inadeguatezza e la diversità dagli altri come condizioni immutabili, l’evitante tende a restare lontano da tutto ciò che richieda un confronto, e una certa apertura verso l’altro. La percezione di tale incapacità, associata alla convinzione di valere poco, è causa di un profondissimo dolore poiché i soggetti affetti da questo disturbo sono il più delle volte consapevoli dei propri deficit e proprio per questo, tendono a costruire relazioni solo se certi di non ricevere alcun rifiuto. Il timore del giudizio, delle critiche e delle valutazioni degli altri, in questi soggetti diventa così forte da impedire loro una vita normale. Le distanze, la solitudine, la scarsa autostima e la convinzione che il giudizio degli altri non potrà che essere negativo, obbliga l’evitante ad una vita condotta nella costante ricerca di attività solitarie dalle quali trarre qualche stimolo o qualche beneficio come la scrittura, la lettura, la musica, ecc. purchè possano garantirgli la lontananza dal resto del mondo. E’ per questo motivo, dunque, che chi soffre di questo disturbo preferisce trovare rifugio e sicurezza negli ambienti a lui più familiari, e tra le persone con le quali ha già instaurato rapporti duraturi nei quali si sente accettato, evitando in questo modo la fuga. La convinzione di “non essere all’altezza” e di non poter affrontare qualsiasi tipo di confronto, non fa altro che condannare il soggetto ad una vita che di fatto è una fuga da tutto ciò che possa provocare malessere ed inspiegabile dolore. E’ per questo motivo che il desiderio latente di una vita migliore e ricca di stimoli rimane soffocato: se resta inespresso, è per proteggersi dal “male”. E la fuga, allo stesso tempo, non consente però di familiarizzare con le proprie sensazioni, con le emozioni più profonde che l’essere umano prova quando interagisce con ciò che lo circonda; e così le relazioni virtuali, si sostituiscono spesso a quelle reali perché più “semplici” da affrontare essendo filtrate e falsate. Alcuni studiosi in passato hanno ritenuto che gli aspetti evitanti della personalità derivino da fattori biologici anche se una predisposizione biologica di questo tipo non sarebbe comunque sufficiente per giustificare l’insorgere del disturbo. Alti tipi di cause, sono state invece identificate nel vissuto del soggetto e fanno riferimento a esperienze di rifiuto o di indifferenza da parte dei genitori, da parte dei coetanei e a circostanze della vita molto particolari che hanno inevitabilmente condotto l’evitante ad un disperato bisogno di accettazione ed ad una radicata intolleranza alle critiche. Sono molti i pazienti che tutto sommato riescono a celare questo logorante disturbo conducendo una vita apparentemente serena, ma negandosi di fatto, ambizioni nell’ambito lavorativo e una certa crescita nei rapporti personali: la possibilità di un rifiuto, infatti, produce un’inevitabile fuga da quello che potrebbe essere un coinvolgimento emotivo più profondo. Aprirsi agli altri, infatti, implicherebbe il rischio di essere ridicolizzati, e scoperti per “quello che si è”. Il rimpianto e il fastidio sono spesso i sentimenti che accompagnano le riflessioni di questi soggetti circa la condotta della loro esistenza, e nella migliore delle ipotesi, l’umore depresso e l’insoddisfazione profonda sono i motivi che possono spingere il paziente a richiedere un supporto di tipo psicologico: il disturbo evitante, infatti, sembra rispondere bene alla terapia cognitivo-comportamentale associata a diverse strategie comportamentali e di skill training volte al superamento, da parte del soggetto, del confronto con quegli aspetti che più lo spaventano e lo tengono lontano e al “riparo” dal mondo e dagli altri, e che lo privano allo stesso tempo, delle infinite possibilità sociali, lavorative e sentimentali alle quali potrebbe essere destinato. Nel corso di una terapia cognitivo-comportamentale, inoltre, i training assertivi possono addirittura migliorare il livello di autostima. Lo scopo della terapia, infatti, è quello di correggere il distacco interpersonale facendo in modo che il paziente instauri un rapporto di scambio e di fiducia con il terapeuta, evitando il più possibile che anche questa figura possa essere percepita come colui che a sua volta possa giudicare o criticare. E questo è un punto fondamentale della terapia poiché chi è affetto da questo disturbo tende inevitabilmente ad interpretare i pensieri e i giudizi degli altri basandosi esclusivamente sul proprio punto di vista disfunzionale ed egocentrico.

Daniela Napolitano


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