L’ amore ri-scoperto a novant’anni.

Solitudine, eros, vecchiaia, amore. Questi i temi che convergono nel discusso romanzo di Gabriel Garcìa Màrquez “Memoria delle mie puttane tristi”che, dopo aver pubblicato nel 2002 la prima parte della sua autobiografia intitolata “Vivere per raccontarla”, torna al racconto autobiografico con una storia morbosa quanto innocente, delicata e controversa. Il desiderio di possedere la giovanissima e illibata Delgadina il giorno del suo novantesimo compleanno, nel corso della storia si caricherà di sorprendenti ed inaspettate sfumature, fino ad assumere le sembianze di un sentimento autentico, e fino ad allora a lui sconosciuto, come l’amore. La scoperta del “piacere inverosimile di contemplare il corpo di una donna senza le urgenze del desiderio” condurrà il protagonista verso una nuova comprensione di sé, capace di mettere da parte la monotonia di quell’ esistenza pregna di tristi certezze, di donne amate solo a pagamento,o abbandonate sull’altare nel giorno del matrimonio. L’anonimo protagonista del romanzo, dunque, si appresta inconsapevolmente, a vivere la notte che più di qualsiasi altra lo condurrà verso la celebrazione e l’ esaltazione dei propri sentimenti nei confronti della giovane prostituta, poco più che quattordicenne alla quale legge, durante le notti trascorse a vegliare sul suo giovane corpo addormentato, “ Il piccolo principe” di Saint-Exupéry. Ed è proprio durante quelle letture notturne, così intime ed appassionate che il premio Nobel colombiano restituisce al lettore un’atmosfera carica di velato erotismo che, tuttavia, non porterà mai lo scrittore a mettere da parte la magia di quegli incontri. Rendendo omaggio allo scrittore giapponese Yasunari Kawabata con la citazione de “La casa delle belle addormentate”, Màrquez si abbandona ad una serie di confessioni prive di qualsiasi compiacimento e di falso pudore, tornando con la mente alle donne che hanno popolato la sua vita, tra cui la madre di origini italiane e la fedele domestica Damiana. E lo fa con la libertà e la leggerezza di cui solo lui è capace, toccando un tema “scomodo” già affrontato da Nabokov con la sua “Lolita” e in tempi più recenti da P. Roth con “L’ animale morente”.


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