Le donne dell’ India

Rifiutate dalla società ancora prima di venire al mondo, le donne indiane lottano contro ogni tipo di discriminazione. Ma la salvezza, per molte di loro, è ancora lontana.

C’è un’altra India, che non è l’India della spiritualità suggestiva, l’India del Gange, dello yoga, dell’inspiegabile indifferenza nei confronti del dolore, degli uomini avvolti da vesti bianche e delle donne fasciate dal petto fino alle caviglie. Esiste un’India che l’occhio rapito del viaggiatore non coglie facilmente : l’India dei feti mai nati o selezionati per assicurarsi che siano maschi. E ancora: l’India delle bambine abbandonate perché femmine, lasciate orfane o alla miseria dei  marciapiedi, addirittura mai censite o riconosciute se appartenenti ad una casta inferiore. Una selezione spietata praticata ancora prima della nascita. Molte infatti sono le adolescenti private di qualsiasi potere decisionale che subiscono quotidianamente le violenze di una famiglia patriarcale, e spesso, vittime di abusi sessuali, rifiutano di sporgere denuncia in preda al terrore di ulteriori violenze proprio da parte delle autorità, come più volte è stato documentato. Per non parlare dei lunghissimi e costosissimi processi che sembrano avere tutta l’aria di un’ulteriore condanna da scontare a causa degli orribili pregiudizi che gravano su una donna oggetto di abusi, fra cui la “colpa” di aver provocato l’aggressore o di essere consenziente. Che sia il padre, il marito, il suocero, il datore di lavoro poco importa: la nascita di una donna è comunque sinonimo di grande disgrazia poiché obbliga la famiglia ad occuparsi della dote. La dote è indispensabile per sopperire al fatto che alla morte del padre, le figlie non avranno diritto ad alcuna eredità. Una giovane sposa che non abbia una buona dote, rischia la morte. Il marito, difatti, solo così potrebbe avere la possibilità di sposare una donna più ricca. Ma l’orribile pratica della dote è stata fortunatamente combattuta da molte donne indiane, e in particolar modo da un’associazione la “Karnika” la cui presidentessa, Subhandra Butalia ha spiegato che negli anni è stato già un passo avanti ottenere dal governo che la pratica della dote fosse riconosciuta come illegale. E che paradossalmente, questo non era stato sufficiente poiché era necessario far nascere, e maturare nel cuore delle donne, una nuova conoscenza di sé, del proprio valore e delle proprie ricchezze, concetti molto difficili da coltivare soprattutto nelle zone di maggior disagio. Ma queste leggi inique sono le stesse donne a combatterle, almeno quelle che ne hanno i mezzi, perché le altre, si fanno giustizia da sole. Fece scalpore, infatti, l’iniziativa di un gruppo di lavoratrici che esauste dell’inefficienza e della solitudine a cui erano state abbandonate dalle istituzioni, scelsero di farsi giustizia da sole: nello stato di Mahrashtra, nell’India Occidentale, in seguito a diversi abusi subiti, un gruppo di donne attese fuori dalla sua abitazione, il proprio datore di lavoro per aggredirlo, picchiarlo, denudarlo e portarlo fino ad una stazione di polizia. Tuttavia, mettendo da parte la crescita esponenziale di questo fenomeno legato alla giustizia fai da te, occorre ricordare che  è nell’istruzione che bisogna  investire. Negli ultimi anni infatti, sono moltissime le lavoratrici che hanno stilato una sorta di “Carta dei diritti” per fare in modo che i propri datori di lavoro le rispettassero, in ogni senso. Ed è già ingiusto l’atto in sé di dover ricorrere ad un documento che sancisca ciò che nell’uomo dovrebbe essere inviolabile. L’Unicef intanto aveva già dimostrato come l’infanticidio delle figlie femmine fosse ancora una pratica diffusa nelle aree rurali; dei 15 milioni di bambine che ogni anno nascono in India, 5 milioni non superano l’adolescenza e oltre il 40% non riceve alcun tipo di istruzione. Questa è l’India delle donne invisibili, discriminate, maltrattate, consegnate ai lavori più duri e più pesanti, pagate con un terzo della somma che spetta invece ad un uomo, e costrette a vivere in una condizione di preoccupante miseria psicologica. Non stupisce infatti quanto riportato, invece, da Amnesty Internetional: il 45% delle donne sposate, subisce violenze fisiche e psicologiche da parte dei loro mariti. E probabilmente, un’indebita lettura dei testi sacri dell’Induismo non consente alcuna via d’uscita in quanto vi emerge chiaramente la visione di una moglie che debba essere “devota” al proprio marito. Ma in ogni caso il matrimonio è il destino a cui va incontro ogni donna. Eppure le prime associazioni che cercarono di restituire dignità alle donne sorsero già nel 1931 durante le battaglie di Ghandi. E se di fatto esistono donne di grande carisma e che ricoprono importanti ruoli pubblici, vi sono donne a cui tutto è negato a prescindere: si cerca di negare, infatti, che vi sia ancora l’antico sistema sociale basato sulle caste, eppure alle donne collocate al gradino più basso di questa immaginaria scala gerarchica, vengono negate cure mediche, istruzione, libertà di parola. Era il 1961 quando Alberto Moravia, in viaggio in India con Elsa Morante e Pier Paolo Pasolini scriveva:<<Spesso gli indiani ci domandano quale sia l’aspetto del loro Paese che ci ha colpiti di più. (…) La risposta non può che essere una sola: la povertà (…) e la prima delle cause va ricercata nel sistema delle caste, oggi legalmente abolito ma ancora vivo nel costume e nella pratica(…)  a causa del sistema ferreo e immobile delle caste la vita indiana è piena di credenze oscure e irrazionali>>.

 

 

Daniela Napolitano

 


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