Aborto: il metodo farmacologico, la pillola RU486

Non è facile parlare di aborto poiché la sua ammissibilità è soggetta a variabili morali, etiche e religiose. Non è facile stabilire con precisione quali sono i termini del concetto vita umana, e da quando una cellula può definirsi tale.

In ogni caso può essere stabilita una condizione essenziale: quella per una donna di poter decidere sulla propria maternità. Prima dell’entrata in vigore della Legge 194 (22 maggio 1978) la donna che abortiva era considerata una fuorilegge, l’aborto era illegale sia per chi lo decideva sia per chi lo praticava. Ciò nonostante le donne segretamente continuavano a esercitare quello che ritenevano un loro diritto, spesso correndo gravi rischi, e ancora più spesso, rimettendoci anche la vita. La legge 194 sancì, dunque, una conquista, pur contenendo alcuni limiti quali la possibilità di rifiuto da parte del personale medico di praticare l’interruzione di gravidanza (obiettori di coscienza) e l’interruzione consentita solo entro i primi 90 giorni di gestazione, ad eccezione di alcuni casi, tipo gravi malformazioni del feto o rischio per la salute della donna .

Da allora sono passati trent’anni, la metodologia rimane la stessa, ma la scienza è andata avanti.

Ed ecco, ora come allora, riaccendersi fortemente la polemica ideologica in seguito alla decisione di introdurre anche in Italia, come metodo ospedaliero, la RU486, cioè la cosiddetta pillola abortiva, che provoca l’aborto senza necessità di un intervento invasivo.

La Ru486 è stata introdotta in Italia nel 2010, 22 anni dopo la commercializzazione in Francia.

La “pillola per abortire” è a base di mifepristone, farmaco in grado di interrompere la gravidanza già iniziata con l’attecchimento dell’ovulo fecondato. Può essere prescritta entro la settima settimana. Due giorni dopo dall’assunzione la paziente assume un altro farmaco: il misoprostol (analogo alla prostaglandina) che provoca le contrazioni uterine e l’espulsione dei tessuti embrionali.

Entro le due settimane successive un’ulteriore visita medica accerterà la sua completa espulsione In Italia è utilizzata in via sperimentale, da alcune Regioni dal 2005, mentre in altri Paesi europei da circa 10 anni. Nel 2007 la Comunità Europea ha stabilito che questo farmaco ha un rapporto rischio- beneficio positivo. Ma in Italia le polemiche che hanno accompagnato la sua sperimentazione, annullando il significato sanitario per farlo diventare un’arma di guerra ideologica. Tuttavia dopo innumerevoli battaglie e agguerrite accuse da parte del fronte no, la AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco), ha inserito la RU486 nel prontuario farmaceutico italiano.

Sarà somministrata all’interno di strutture ospedaliere o consultori nel pieno rispetto della legge 194. Ognuno è libero di esprimere il proprio pensiero in base alla propria etica morale e religiosa, questo è un principio  indiscutibile, ciò non toglie che è sbagliato rafforzare il proprio punto di vista creando allarmismi spesso ingiustificati. La validità di un farmaco deve essere certificata da organismi tecnici e solo, a loro spetta stabilire se il farmaco comporta rischi sui pazienti che ne fanno uso. La registrazione della RU486 non fermerà di certo lo scontro e le polemiche, ma ancora una volta si perderà di vista, come si è perso di vista sinora, l’argomento fondamentale che è quello “se una donna decide drasticamente l’interruzione di una gravidanza porterà il peso di tale decisione prima e dopo l’aborto e che il percorso che porta a questa soluzione è sempre difficile e tormentato”. Pertanto se una donna sceglie di abortire è giusto che lo possa fare nel modo migliore e nel più breve tempo possibile.

Non è la “pillola del giorno dopo” – La Ru486 non va confusa con la “pillola del giorno dopo” Norlevo: quest’ultima è un anticoncezionale e non provoca, secondo gli esperti, l’interruzione di una gravidanza. Impedisce invece l’eventuale annidamento nell’utero dell’ovulo che potrebbe essere fecondato.


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