La riproduzione del reale fra pittura e fotografia

Il complesso rapporto che intercorre tra pittura e fotografia emerge fin dal primo diffondersi della tecnica fotografica come strumento in grado di riprodurre la realtà in tempi assai più ridotti. Il rapido progresso tecnico comincia già intorno al 1880 quando vengono introdotti gli apparecchi fotografici portatili seguiti, solo pochi anni dopo, dalle pellicole in rullo. Nel corso degli anni, la fotografia stroboscopica, il cui principio si basava sull’utilizzo per l’illuminazione di una serie di lampi di luce in rapida successione, ottenne sul negativo una serie di immagini in posizioni diverse. E la polemica sorta in riferimento alla possibilità di intendere la fotografia come strumento o come linguaggio è ancora attuale. Oggi la multivisione, considerata una vera e propria evoluzione della fotografia, e basata sulla proiezione di diapositive in dissolvenza incrociata, ha ispirato la creazione in multivisione di vere e proprie opere d’arte.  Compiendo un passo indietro, con l’arrivo della fotografia, molte di quelle che possiamo definire “prestazioni sociali” come ritratti, illustrazioni, vedute di città o di paese, sappiamo per certo che  non vennero più commissionate al pittore ma al fotografo. La diffusione della fotografia, dunque, colpì inevitabilmente i cosiddetti pittori di mestiere. Le soluzioni avanzate in quegli anni furono due. Baudelaire, e insieme a lui i Simbolisti e i maggiori rappresentanti delle correnti affini,  resero nota la convinzione secondo cui l’arte, in quanto attività spirituale, non poteva essere sostituita da un mezzo meccanico. La pittura, in questo modo, tendeva ad avvicinarsi alla poesia o alla letteratura figurata. Realisti ed Impressionisti, invece, riconobbero da subito il problema, e lo ritennero facilmente risolvibile operando una distinzione fra i tipi e le funzioni dell’immagine pittorica e dell’immagine fotografica: in questo caso, sgravata dal compito di raffigurare il vero, la pittura sarebbe stata in grado di mostrare come, attraverso rigorosi procedimenti pittorici, fosse possibile creare qualcosa  non realizzabile diversamente. Fin da subito si rivelò fallimentare la teoria secondo cui la fotografia riproduce la realtà com’è e la pittura come si vede. L’obiettivo, di fatti, non è per nulla imparziale. Fotografare, così come filmare, comporta inevitabilmente delle scelte soggettive che passano attraverso la selezione del soggetto, del luogo, dell’angolazione e così via. Il grande Nadar, pioniere della fotografia, che nel suo studio di Boulevard des Capucines  a Parigi ospitò, nel 1874, la prima mostra dei pittori Impressionisti contribuendo alla loro fama, disse: <<Non esiste la fotografia artistica. Nella fotografia esistono, come in tutte le cose, delle persone che sanno vedere e altre che non sanno nemmeno guardare.>> Tuttavia sarebbe un errore pensare che particolari procedimenti fotografici possano addirittura sostituire quelli pittorici. Courbet, Toulouse-Lautrec e molti altri sostennero, senza alcuna difficoltà, l’esistenza di  forme d’arte (fotografia, scultura e grafica) distinte, però, dalla pittura. Fu l’Impressionismo a  sentire maggiormente il peso della sfida con le nuove tecniche fotografiche. I Simbolisti, invece, rifiutarono ogni confronto giudicando la pittura “scavalcata” dalla fotografia almeno per ciò che riguarda la rappresentazione del vero. Fortunatamente già Courbet aveva messo in luce l’impossibilità per la fotografia di rendere la manifattura del quadro, il lungo e minuzioso lavoro del pittore: il quadro racchiude, infatti, un elemento prezioso e irriproducibile, ossia una forza-lavoro che nella fotografia non c’è.


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