Henri de Toulouse-Lautrec

<<Ah Yvette, che mondo quello delle case (chiuse) dove ogni pudore cade, così come ogni maschera>> avrebbe detto Toulouse-Lautrec a Yvette Guilbert. E’ il 1892 quando l’artista comincia a frequentare le case di piacere, un ambiente che più tardi diventerà rifugio sicuro e luogo nel quale tessere vere e proprie relazioni d’amore. Le opere ambientate nelle celebri case di tolleranza, quella di rue des Moulins al n°6 oppure quella di rue Chabanais al 12, destarono uno scandalo dovuto più che altro all’assoluta mancanza di qualsiasi giudizio morale e che poneva all’attenzione di tutti, la realtà per quella che era. E lo faceva con un inaspettato disincanto. Una realtà che non aveva bisogno di cedere alla pornografia pur di ricercare consensi, né tantomeno di presentarsi come opere erotiche. Fu la sensibilità di un artista come Renoir a definire “disperatamente tristi” le donne che Toulouse-Lautrec amò ritrarre per un’intera vita. Non v’è traccia infatti, nelle sue opere, di corpi sinuosi, sguardi ammiccanti o compiaciuti: gli occhi di queste donne sprigionano tutto il vuoto che scandisce le loro giornate. I loro corpi stanchi, spesso scomposti, ne mostrano i segni. Segni di una vita monotona, spesso banale che obbligava ed obbliga lo spettatore a fare i conti con ciò che di più scomodo vi è nella propria coscienza. E non c’è da stupirsi se a Toulouse-Lautrec fu affibbiato il triste epiteto di “depravato”. Furono solo in pochi a capire e a difendere le ragioni di questo grande artista; dalle pagine del Journal, Octave Mirbeau scrisse: <<La preoccupazione per la verità la fa qui da padrona(…)Lautrec ha creato opere terrificanti, proiettato la più crudele delle luci su uno degli inferni di miseria e di vizio che sono al riparo dietro la nostra facciata di civilizzazione>>. Qualche anno più tardi, nel saggio “Il pittore della vita moderna” lo stesso Baudelaire, a proposito della figura delle prostitute, parlò di donne in preda ad una noia disperata con la rassegnazione del fatalismo orientale. Furono in molti a ritenere che la malformazione genetica di cui era affetto l’artista dovuta, probabilmente, al matrimonio tra consanguinei avvenuto fra i suoi genitori, fosse il motivo per il quale Lautrec avrebbe intrapreso legami di varia natura con le prostitute. Come se il suo aspetto “anormale” gli avesse impedito di avvicinarsi a donne che fossero estranee a quell’ambiente. In realtà Lautrec ebbe più di una relazione. Amò e fu amato da molte donne: da prostitute, da modelle, da ballerine e cantanti. Celebre fu uno dei suoi tanti amori platonici che immortalò in una sua litografia a cui diede il tiolo “La passeggera del n°54″. La sua irrefrenabile infatuazione lo indusse a seguire la sconosciuta fino in Senegal. Lo stesso Van Gogh, che avrebbe sposato una prostituta se la sua famiglia non gliele avesse impedito, riteneva queste creature degne di attenzione, ma anche di amore. E se per i più superficiali l’opera di Toulouse-Lautrec non è stata che l’ostentazione di un’epoca ebbra di divertimento e frivolezza, basta osservare la galleria dei personaggi da lui ritratti per avere un’idea chiara, quasi documentaristica,  della sua sensibilità indagatrice e della vita e del costume parigino della Bella Epoque. L’epoca che ha preceduto i terribili anni della Prima Guerra mondiale. <<Solo il volto conta>> scrisse l’artista nel 1896. Per questo motivo lo sfondo, nei suoi quadri, non è che un accessorio; il “tipo” umano da indagare nel suo carattere, nei suoi atteggiamenti ricorrenti, nella sua unicità era uno dei temi ricorrenti. L’espressione di un volto fu sempre più importante di un racconto: è per questo motivo che divenne un acuto osservatore degli uomini e dei loro vizi. <<Schizzava i tratti dei suoi contemporanei come un lupo>> disse l’amico e scrittore Romain Coolus. Fu l’assenzio, meglio conosciuto come la “fata verde” a devastare gli ultimi anni della sua vita. Nel 1899 venne ricoverato in una clinica per malattia mentale, e la stampa non fu affatto indulgente sull’accaduto; ma in clinica, attraverso una serie di disegni sul circo compiuti a mente, Lautrec riuscì a dimostrare ai medici la sua guarigione, affermando più tardi di aver comprato la sua libertà attraverso i disegni. Tuttavia, la morte non giunse molti anni dopo. L’artista degli eccessi e dei camuffamenti fu anche un uomo che amò la vita disperatamente. Completamente. Che seppe ridere delle sue difficoltà, come testimoniano molte delle frasi ironicamente rivolte a se stesso: << Non vi sono problemi se cado ubriaco, in fondo sono già così vicino al pavimento!>> ma che soprattutto amò l’amicizia e l’essere umano in totale assenza di pregiudizi.


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