L’addio degli amanti

E’ impossibile per l’uomo prepararsi a vivere un distacco. Sebbene possa essere un’eventualità contemplata all’interno di una relazione, prepararsi è impensabile. Ci si ritrova  a dover fare i conti con quegli aspetti più reconditi e nascosti della personalità, che emergono proprio in momenti come questi. Non è possibile, perciò,  stabilire a priori quale sarà la nostra reazione all’abbandono. Né tantomeno si può immaginare o ipotizzare una linea di condotta che possa in qualche modo “salvarci” dal dolore ancor prima di averlo completamente vissuto. Capita che soggetti apparentemente forti ricorrano, in questi casi, al supporto di una terapia. Altri, per i quali si pensava “insuperabile” un evento simile, dopo aver familiarizzato con il più lancinante dei dolori, ritornano alla vita. Si sa che colui che decide di andar via porta con sé, involontariamente, parti di noi. Il corpo resta intatto, esattamente come era prima, eppure qualcosa manca: è a questo punto che comincia un processo molto simile alla “rielaborazione di un lutto”, termine con il quale Freud nel 1915 definì quel particolare processo mentale che porta il soggetto ad una rassegnazione consapevole verso ciò che ha perso. E’ necessario però che l’elaborazione non resti incompiuta poiché nei casi più gravi può indurre disturbi come depressione e attacchi di panico accompagnati da gesti inconsulti. E’ stato dimostrato che a livello biochimico molte sono le cose che cambiano in seguito ad un distacco: la produzione di endorfine e di feniletilamina che ha prodotto euforia, benessere e desiderio sessuale durante la fase di innamoramento, viene meno nel momento in cui la relazione volge al termine provocando nel soggetto cefalee, disturbi del sonno, stati d’ansia, di irritabilità e di apatia legati ad un diffuso senso di frustrazione, nonché di spossatezza. In questo senso, lo psicologo lavora affinchè colui che ha subito la perdita o il distacco, possa convogliare la propria frustrazione in qualcosa di creativo e alternativo alla stessa immobilità alla quale è facile abbandonarsi in situazioni come queste. In un arco di tempo più o meno lungo, in cui si analizza e poi si accetta quanto è accaduto, inevitabilmente lo si supera anche. Ma non è così semplice. Non a caso la fine di un amore è collocato ai primi posti nella scala degli eventi stressanti elaborata da Holmes e Rahe già nel 1967. E’ a partire dagli anni ’40 che la psicoanalisi ha cominciato a dedicare maggiore attenzione alla “relazione” arrivando alla conclusione che “non esiste al mondo una sola vita che non sia stata sostanziata almeno da un rapporto”. Tuttavia, ciò che rende drammatica la maggior parte dei distacchi sta nel fatto che quasi mai la coppia decide di separarsi di comune accordo. E sebbene l’esperienza del dolore non neghi la possibilità alla Vita, obbliga però ad una fase che ha il sapore della sconfitta; una sconfitta che addirittura sembra rendere ciechi al cospetto delle continue possibilità che, nonostante tutto, la vita pone continuamente sul nostro cammino. Mentre non ci sarebbe nulla di più bello che vivere di quei ricordi vissuti, di quei momenti che spesso anche di nascosto hanno dato linfa alla loro vita, alla loro passione, al loro amore. Pare che nelle ultime fasi di quello che viene definito “ il processo del distacco”, la persona abbandonata che ha subito la perdita contro la sua volontà, riesca con il tempo a mettere in atto, a sua volta, una sorta di processo definito “distacco emotivo” da colui da cui è stato abbandonato. La psicologia difatti, tende a considerare i momenti di dolore più acuto una sosta ( su un piano inclinato, forse) a cui non può che seguire un nuovo ordine delle cose. Da sempre tema ricorrente nella letteratura, nella musica, e nel cinema, la separazione degli amanti è così dolorosa anche perché, come scrive Aldo Carotenuto, docente di Psicologia della Personalità presso l’Università la Sapienza di Roma : << gli amanti devono scordarsi, far morire nella memoria l’altro (…) una lotta per dimenticare, espellere uccidere l’assente>>.“Indelebili e necessari” sono invece i “Distacchi” per Judith Viorst che nella celebre opera ricorda non solo che il dolore è inimmaginabile, ma che il danno, anche se non fatale, è tuttavia permanente. Io penso che il tempo vissuto con l’altro cambi ogni parte di noi : il nostro modo di approcciarsi alla vita, la visione della stessa. Tutto assume un colore ed un sapore diverso… Dobbiamo rialzarci e ricostruire la nostra vita portando con noi tutto ciò che di buono ci ha regalato l’altro, tutto ciò che di positivo c’è stato. Spesso, quando si chiude una relazione, si tende a far del male all’altro, convinti di sentirci meglio. Ma purtroppo non è così, anzi.

Spesso l’amante non vuole capire e non è semplice far capire all’altro che si è giunti al traguardo, che è stato bello ma che , forse, è arrivato il momento di dire basta. Si rovina tutto per puro egoismo. L’altro non vuole accettare e ti “obbliga” ad ogni costo. Talvolta ti ricatta dicendo: “C’è un altro (un’altra).” E’ inutile che cerchi di fargli capire che le vuoi bene che non vuoi che soffra ma che come per incantesimo ti sei disinnamorato, così inspiegabilmente non l’ami più. E’ una tortura per entrambi eppure l’altro non riesce a capire. Si chiude nel suo egoismo. Certo chi ama ancora soffre, ma l’amore è pietà o donazione?

<<Non sono gli anni che pesano, ma ciò che non sono riuscita a dire. Non avrei mai creduto che una memoria piena di silenzio e di sguardi impenetrabili potesse diventare un sacco di sabbia che rende difficile il cammino>> ( Da “ Notte fatale” di Tahar Ben Jelloun).


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