Sylvia Plath : la cognizione del dolore

Eccesso e fragilità. Un’esistenza sospesa fra riconoscimenti pubblici, e inquietudini mai superate. L’illusione di una vita che potesse permetterle di essere madre, moglie e poetessa. L’intera opera di Sylvia Plath, poetessa statunitense nata a Boston,  riflette questo profondo senso di disagio e di angoscia che ha accompagnato la scrittrice per tutto il corso della sua vita, spingendola a tentare il suicidio nel 1953. Ricoverata in una clinica psichiatrica, e sottoposta a un elettroshock, trasformò la sua terribile esperienza in un romanzo autobiografico dal titolo “The bell jar”  pubblicato nel 1963 sotto lo pseudonimo di Victoria Lucas. Definito dalla critica “Storia di una schizofrenica”, “The bell jar” è senza dubbio molto di più. E’ la lacerante ricerca di un equilibrio e di una identità, il rifiuto estremo di ogni codice di comportamento e testimonianza del disperato e necessario bisogno di affermazione per colei che anela alla “normalità”.<<Forse in un’altra epoca sarebbe stata felice>> disse Ted Huges, suo marito. Quel suo non sentirsi pronta alla vita, misto al senso di oppressione che aleggiava sulle donne dell’ epoca, convinse Sylvia Plath, per la quale <<nulla è reale, eccetto il presente>> a porre fine alle sua vita. L’ illusione che il suo sogno di vita si fosse concretizzato nella realtà svanì in fretta: ben presto si accorse che non sarebbe stato possibile essere una poetessa, una moglie e una madre. La realtà non era all’altezza del sogno. Quanto a lei, non era affatto felice. E’ in questo modo che la poesia diventa momento di catarsi e unica via di salvezza per un’ anima troppo esposta alla vita e ai suoi urti. Sia la poesia di Sylvia Plath che quella di Anne Sexton nascono, in effetti, da quell’oscura e intima necessità di morte. Morte come fuga, come redenzione e come unica forma di violenza permessa alle donne, scrisse Adrienne Rich, in occasione della commemorazione della morte delle due poetesse. Nel 1982 divenne la prima poetessa che vinse il premio Pulitzer dopo la propria morte per “The collected poems”.

 

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