Monoteismo o Politeismo?

<<L’intolleranza di quasi tutte le religioni che tengono fede all’unità di Dio è caratteristica quanto la tolleranza dei politeisti>> affermò Hume nel XVIII secolo. Tuttavia, non è semplice parlare di intolleranza a proposito dei monoteismi, ma sappiamo per certo che l’Islamismo, ad esempio, predica la violenza e la guerra santa ( Jihad) raccomandando comunque ai suoi fedeli di non oltrepassare i limiti. Secondo l’abate e teologo francese Bernardo di Charavalle ,invece, “la morte inferta o subita per Cristo non ha nulla di delittuoso. I soldati di Cristo combattono le battaglie del loro signore non temendo affatto di peccare quando uccidono i nemici”. Quelli che sono i disastri prodotti da questa sorta di armatura identitaria che sta alla base delle religioni monoteiste, sono tristemente noti. Rigidità e chiusura non possono che produrre violenze, discriminazioni e lacerazioni. E’ sempre l’illuminista scozzese a sottolineare il fatto che fino ad una certa epoca il genere umano è sempre stato immerso nel politeismo e nell’idiolatria e che, quanto più si risale indietro nel tempo “ nessun sintomo di una religione più perfetta” è rintracciabile. Sarà pur vero che a differenza del politeismo, il monoteismo può vantare compiutezza, coerenza e razionalità, ma l’intolleranza che lo contraddistingue, traspare. Incorruttibile ed estremamente chiuso, risulta quindi avverso all’aterità e all’alterazione di sé. Aperto, corruttibile e disponibile al dialogo appare invece il politeismo che, all’affermazione di un unico Dio contrappone la volontà di non esaurire mai il numero delle possibili divinità da riconoscere. E il fatto che gli stessi dèi provengano da un’originaria condizione umana, dice Hume, permette agli uomini di sentirsi a proprio agio al loro cospetto dando però vita, al tempo stesso, ad un processo di formazione dell’identità che risulta essere molto debole data la presenza di un sistema così aperto e sempre pronto ad annoverare fra le proprie divinità anche quelle che inizialmente provenivano da altre società o da altre culture. In questo senso, è il monoteismo che può sopperire a tutto ciò in quanto  strumento privilegiato per costruire ed affermare l’identità. Separando nettamente il “noi” dagli “altri”, però, traccia una differenza qualitativa tra quel “noi” il cui Dio è l’unico Dio, e “gli altri” i cui dèi non sono altro che idoli. “Gli altri” scrive Ugo Bonante, sono i goim, gli incirconcisi per gli ebrei, i pagani per i cristiani e così via che finiscono per essere rappresentativi del mondo dell’impurità e dell’errore. Un’incontrollabile sete di unità e di identità hanno segnato e segneranno la storia. Se un monoteismo disprezza il politeismo in quanto manifestazione di idolatria e superstizione, c’è da riflettere sulle modalità attraverso le quali si rapporta ad un altro monoteismo. E ancora: chissà cosa accadrebbe se si cominciasse a tradurre con “dio” i vari termini in cui ebrei, cristiani e musulmani chiamano la loro divinità. Nel saggio “Contro l’identità” di F. Remotti emerge chiaro un quesito cruciale: le religioni monoteistiche, a prescindere dalle loro divisioni interne, sono mai state o sono, ora, disposte a riconoscere di non essere altro che varianti di un’unica rivelazione, di condividere il culto di un unico dio sia pure sotto forme diverse? Sarebbero forse disposte a decidere che le loro diversità sono puramente di superficie?


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