La sindrome di Stendhal

In viaggio in Italia nel 1817 , Stendhal annotò in un diario la vertigine psichica da cui fu colto durante una visita nella Basilica di Santa Croce a Firenze :<<Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce la vita per me si era inaridita>> La sindrome, diagnosticata solo nel 1982 (sebbene molti siano stati i casi riscontrati in passato), fu oggetto di studio della psichiatra Graziella Magherini che nel libro “ La sindrome di Stendhal. Il malessere del viaggiatore di fronte alla grandezza dell’arte” ebbe modo di descrivere oltre cento casi di visitatori che, partiti da casa in uno stato di benessere, al cospetto dell’opera d’arte furono colti da un improvviso malore. Lo studio condotto su questo particolare fenomeno rivelò il filo rosso che univa i numerosi quanto improvvisi casi di disagio psichico: il viaggio in un paese straniero, l’incontro con l’opera d’arte e la sensibilità delle persone colpite. Sono casi, questi, in cui sembra che l’”io” faccia fatica a contenere la scarica emotiva a cui l’opera lo costringe. Il malessere infatti, si manifesta, oltre che con l’ansia e la tachicardia, anche attraverso un evidente stato di confusione mentale accompagnato da allucinazioni percettive che talvolta sono il campanello d’allarme di disagi psichici molto più profondi. E se è vero che il malessere in sé è privo di conseguenze, ben diversa è la gravità di ciò che cela; non è cosa rara infatti che un soggetto colpito dalla sindrome di Stendhal mostri un equilibrio e una serenità che di fatto non gli appartiene. In un viaggio che, a poco a poco si trasforma in un vero e proprio viaggio dell’anima, l’incontro con il malessere priva il viaggiatore della sua maschera, obbligandolo a ritrovarsi faccia a faccia con le sue più profonde insoddisfazioni o le sue difficoltà relazionali. La Sindrome si configura, allora, come una vera e propria crisi di identità all’interno della quale il tipo di evento a cui si assiste, la personalità, l’assetto interno e la storia personale risultano in stretta connessione fra loro. In questo senso il disturbo si inscriverebbe, secondo la psichiatra, a diversi livelli: da quello oniroide-paraconfusionale a quello dei sentimenti di depersonalizzazione. E considerando che la forza evocatrice dell’arte in quanto tale, veicola e fa giungere alla nostra coscienza emozioni profonde che, seppur provenienti dal nostro inconscio, appaiono come estranee, non stupisce se la sindrome è stata letta come desiderio impellente di rottura e fuga da certi schemi comportamentali abituali. E ancora, sottolinea la psicoanalista Magherini : “ la psicoanalisi e le discipline da essa derivate non avrebbero mai visto la luce se Freud non fosse stato affascinato dall’arte(…) ma anche l’arte deve molto alla psicologia(…) oggi possiamo dire come nasce un’opera d’arte ma anche cosa succede in colui che la guarda”.


Stampa in PDF


I commenti sono chiusi.