L’identità culturale

La cultura di gruppo, l’etnia e la tradizione sono solo alcuni degli elementi fondamentali che consentono la costruzione dell’identità a cui va necessariamente riconosciuto il carattere della dinamicità, dell’apertura e della provvisorietà. Milioni sono gli uomini che nel corso dei secoli si sono confrontati con culture differenti e sistemi di credenze che, inevitabilmente, hanno finito per trasformare quella che era l’identità di gruppo originaria. Le stesse società tradizionali che, in quanto tali, si ritiene siano staticamente chiuse e fondate su modi di vita consolidati nel tempo, in realtà sono sempre state caratterizzate da una notevole apertura verso l’esterno, un’apertura che ha poi mostrato la necessità di riscrivere e ridefinire nel tempo l’identità di un gruppo. Ne sono un esempio i matrimoni esogamici, i viaggi, le peregrinazioni, le invasioni, le conquiste, gli esodi. Tutto concorre non solo al confronto e allo scambio con l’alterità, ma anche ad una continua trasformazione all’interno di determinati modelli di realtà. L’identità culturale, intesa come coscienza di appartenenza ad un gruppo e l’avere in comune con tale gruppo elementi come il linguaggio, la razza e il territorio, riceve maggiore stimolo proprio attraverso i processi identificatori, vale a dire attraverso il confronto con ciò che per noi rappresenta l’alterità. Tuttavia, ciò è vero  se si parte dal presupposto che la coscienza del “noi” può esistere solo in presenza degli “altri”. L’altro, tutto sommato, è uno specchio nel quale osservare ciò che non si è o non si ha. In quanto essere sconosciuto ed imprevedibile, è temuto e percepito come negazione di noi e le possibili reazioni al cospetto dell’altro possono mediamente variare dallo scherno al disprezzo. Si tratta, senza dubbio, di un approccio malsano che può essere ricondotto a quel meccanismo secondo cui l’altro per il solo fatto di esserci, ci obbliga a prendere atto della nostra relatività. Gli stessi proverbi popolari hanno sempre messo in luce l’ambiguità dell’altro: “ Lo straniero lo manda Dio o il Diavolo” si diceva un tempo, ma sul versante opposto, non si può non riconoscere all’altro il carattere della seduzione: dal punto di vista culturale può certamente diventare proiezione di possibilità e potenzialità magari escluse o soffocate. Ma l’esperienza dell’altro non è solamente consapevolezza dei propri limiti se si pensa alla sola possibilità di venire a contatto con quella molteplicità di punti di vista di cui è ricca la Terra. Ma il ritenere la propria cultura unico modello e metro di giudizio per tutte le altre, ha fatto sì che in passato si venisse a creare una sorta di subdola elaborazione ideologica che ha decretato la nota superiorità della cultura occidentale (funzionale al dominio dell’Occidente) e che ha favorito lo sfruttamento coloniale. Si parla, in questo caso di etnocentrismo, di un senso identitario talmente forte da indurre ad un’eccessiva sopravvalutazione di sé a discapito di tutti gli altri. Una donna andalusa, lesbica, scrisse a proposito della diversità:<<Ai margini una persona ce la fa, sviluppando una tolleranza per le contraddizioni, una tolleranza per l’ambiguità. Impara ad essere indiana in una cultura messicana, ad essere messicana da un punto di vista anglo-americano. Impara a manipolare le culture. Ha una personalità plurale, opera in modo pluralistico. Niente è gettato via, il buono, il cattivo e il brutto, niente è rifiutato, niente è abbandonato. Non solo sopporta le contraddizioni, ma trasforma l’ambivalenza in qualcos’altro>>.


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