Paolo Rumiz e l’Appia ritrovata

Il giorno 29 settembre, presso la Sala delle Conferenze del Dipartimento DEMM, Piazza Arechi II, Benevento, per gli insegnamenti di “Diritto e letterartura”, tenuto dal prof. Felice Casucci, e di “Istituzioni e storia del diritto romano”, tenuto dalla prof.ssa Aglaia McClintock, è stato ospite dell’evento Paolo Rumiz, che ha presentato il suo nuovo lavoro: Appia. Il volume ripercorre il cammino dell’Autore da Roma a Brindisi sulle tracce dell’antica Via Appia, la regina viarum, la prima direttrice dell’impalcatura stradale romana, strumento di congiunzione, arteria strategica commerciale e militare, causa di rivolgimenti politici e sociali. Ripercorrendo l’Appia antica, insieme a una serie di amici, Rumiz ci ha riconsegnato un itinerario perduto, di cui Benevento costituisce una tappa importante. Dice Rumiz che a suo pare che quando si inizia un viaggio, quando questo è tale, non si sa mai perché lo si compie, perché un cammino lo si capisce solo compiendolo. Lungo il cammino dell’Autore e dei suoi compagni di viaggio prende corpo una galleria di personaggi che si mescolano tra passato e presente: dal fondatore della via, il giurista Appio Claudio, ai rivoltosi schiavi capeggiati da Spartaco, che su quella stessa strada trovarono un’orribile morte, a Federico II di Svevia, ai tanti che oggi la percorrono, la abitano, la proteggono e talvolta ne fanno scempio. Racconta Rumiz di quelle persone sorprese di venir a sapere che loro sono su questa importante strada consolare e definisce l’Appia una via laica che in senso opposto è anche una via di religioni e culti che vengono dall’Oriente, una via che avrebbe, anzi ha, un senso anche se compiuta da Brindisi verso Roma. Brindisi così diventa la porta per Costantinopoli che finisce poi per innescarsi sulla Via della Seta. Così dicendo la via Appia diventa un cammino di riflessione e la presenza dell’estraneo, dell’altro, produce tanti piccoli shock emotivi. Durante l’andare, il Rumiz analizza, senza esprimere un giudizio ultimo, la gente del sud che lui vede divisa in due macro-categorie: i catastrofisti, che condividono un male che è più genericamente italiano ed i vittimisti che pensano di essere marginali alla società, ma che non hanno ancora mollato del tutto la voglia di riscatto ed è proprio su queste persone che si punta al fine di potersi appropriare dei luoghi che nonostante tutto sono ancora ricchi di rovine più che di macerie, seguendo la distinzione che tale Marc Augé fa della cosa. Interessante l’ipotesi che Rumiz offre alla platea quando parla del ritorno per capire cosa il viaggio aveva prodotto e quando indica Benevento come un crocevia dove la monumentalità archeologica scompare per fare posto alle presenze umane, fatte di personalità che non hanno perduto la capacità magica e che sono una sorta di ponte, elemento indispensabile di unione tra le genti. Infine, concordo appieno con lo scrittore-giornalista quando ha affermato che: bisogna attraversare i luoghi senza saperne nulla.
Paolo Rumiz è giornalista de “la Repubblica” e “Il Piccolo” di Trieste. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera, 2001; Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan), 2002; È Oriente, 2003; La leggenda dei monti naviganti, 2007; Annibale, 2008; L’Italia in seconda classe, 2009; La cotogna di Istanbul, 2010; Il bene ostinato, 2011; la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia, 2011; A piedi, 2012; Trans Europa Express, 2012; Morimondo, 2013; Come cavalli che dormono in piedi, 2014; Il Ciclope, 2015; Appia (con Riccardo Carnovalini), 2016 e, nella collana digitale Zoom, La Padania, 2011; Maledetta Cina, 2012; Il cappottone di Antonio Pitacco, 2013; Ombre sulla corrente, 2014.


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