Le vie del corallo

Nella collezione/museo di Antonino De Simone è possibile ammirare più di trecento gioielli etnici di fattura antica realizzati con corallo pescato e lavorato prevalentemente nei Paesi dell’area del Mediterraneo e poi montato altrove a seconda delle tradizioni artigianali delle popolazioni locali. Questi monili stanno a provare di legami che per secoli hanno tracciato rotte commerciali e non solo tra oriente ed occidente, il che ci porta ad affermare che quelle che conosciamo come vie della seta e delle spezie, erano anche vie per il commercio del corallo.
Le ramificazioni del corallo ricordano quelle del sistema sanguigno e si dice che incrementi la produzione di globuli rossi. È particolarmente indicato per coloro che soffrono di anemia, disturbi cardiocircolatori e per coloro che vanno soggetti ad emorragie o al prodursi di varici. Gli antichi usavano il corallo sfruttando le sue proprietà astringenti, per rinforzare le gengive. Nella medicina ayurvedica è ancora utilizzato per agire sul controllo della secrezione del muco sulle membrane e sulla bile. Il corallo aiuta ad armonizzare elemento Kapha. La kapha dosha governa il bilanciamento della struttura corporea con i suoi fluidi. Stimola la vitalità, aiuta a gestire gli attacchi di panico ed a non farsi dominare dalle paure. Più simile alle scoperte moderne è l’utilizzo che se ne fa nella medicina tibetana: famosa la pillola di corallo che viene, o veniva assunta dai lama buddhisti per meglio fluidificare il sangue e quale aiuto per canalizzare le energie creative verso l’alto.
Innegabile è l’intreccio del corallo con le pratiche magiche che finisce per confondersi tra segni scaramantici e gesti benaugurali e che ne fa una sorta di tratto unificante, anche tra culture apparentemente distanti, diventa qualcosa che fa assumere universalmente, agli oggetti fatti con questo aggregato di vite animali, che ha un forte valore apotropaico.
Molte fonti primarie ci narrano di questi scambi, che sicuramente prevedevano anche il corallo e di come si siano sviluppati nel mondo antico. Si hanno tracce del commercio romano con l’India e di come i monsoni, proprio come avverrà per gli alisei, per le Americhe, permisero un viaggio più sicuro di quello lungo e pericoloso toccando le coste, di quella che oggi chiamiamo penisola arabica e che favorirono il commercio tra l’India e Roma, su quel tragitto che era conosciuto come il Periplus maris erythraei. Una citazione di Strabone riguardo alla enorme crescita del volume commerciale dopo la conquista romana dell’Egitto suggerisce che in quell’epoca i monsoni erano conosciuti e sfruttati per il commercio; parliamo del commercio avviato da Eudosso di Cizico all’incirca tra 120-115 a.C. che avrebbe raggiunto due volte l’India, toccando anche le coste della Somalia, che continuò ad aumentare, secondo il geografo dell’antichità cosi come recita nel suo: Geografia II.5.12.
« Ad ogni modo, quando Gallo era prefetto dell’Egitto, lo accompagnai risalendo il Nilo fino a Syene ed alle frontiere dell’Etiopia, ed appresi che fino a 120 vascelli stavano salpando da Myos Hormos verso l’India, quando in precedenza, sotto i Tolomei, solo in pochi si avventuravano nel viaggio intrattenendo commerci con l’India »
Molti commercianti romani si stabilirono nell’India meridionale, fondando insediamenti commerciali che sopravvissero anche dopo la caduta dell’Impero Romano e ne sono a tutt’oggi una traccia la presenza di una folta comunità cristiana sulle coste del Kerala e le tracce di evangelizzazione da parte dell’apostolo Tommaso.
A darci conferma di quanto sin ora detto ci occorre in aiuto l’archeologia con il ritrovamento di una moneta con l’effige dell’imperatore romano Augusto ritrovata a Pudukottai, lungo la costa del Malabar, in India meridionale e che si trova al British Museum di Londra.
Ai tempi di Augusto molte navi salpavano ogni anno verso l’India. Molto metallo prezioso come l’oro fu utilizzato in questo commercio che pare venisse riutilizzato dalla dinastia dei Kushana, una casa reale non autoctona e probabilmente proveniente dalle steppe dell’Asia Centrale, regnante nel nord dell’India, che introdusse il conio di una moneta propria raffigurante il personaggio centrale di questa epopea che era l’imperatore Kanishka, tanto che Plinio nella Historia Naturalis, XII.41.84 lamentò la perdita di questa materia prima: « India, Cina e penisola Araba chiedono cento milioni di sesterzi dal nostro impero ogni anno: tanto ci costano i nostri lussi e le donne. Che percentuale delle importazioni è dedicata ai sacrifici agli dei o agli spiriti dei defunti? »
Il declino delle rotte commerciali obbligò l’India a spostare il proprio commercio internazionale verso il sud-est asiatico dove influenzò la cultura nativa in modo più determinante di quanto fatto con il mondo romano.
Lasciando l’ambito storico-geografico per passare a dire qualcosa dell’utilizzo del corallo in ambito folklorico. In tutto l’Oriente, specialmente in India, Sri Lanka, Cambogia e la Birmania, quindi in quei paesi che hanno subito una forte influenza brahmanico-hinduista e successivamente buddhista, tutti paesi con una grossa tradizione nel campo dell’oreficeria, particolare importanza è sempre stata data alla combinazione di pietre e di elementi quali il corallo nella costruzione di monili e di talismani che aiutassero ad attrarre le cosiddette energie ‘buone’. Quelli più conosciuti sono il navratna che consta di nove gemme, il saptratna, che monta sette elementi, il panchratna ed il triratna che hanno un corrispettivo di cinque e tre pietre preziose di solito incastonate su un supporto d’oro o d’argento. Va da se che la prima parte della parola indica il numero delle pietre e che il suffisso ‘ratna’ sta per gioiello, nella dicitura del sanscrito.
Il gioiello Navratna, quello costituito da nove pietre che rappresentano i nove pianeti del sistema solare è quello che ospita in una sezione un frammento di corallo rosso che sta per Munga che noi conosciamo come il pianeta Marte.
La combinazione del Navratna è considerata dalla antica tradizione astrologica indiana come un oggetto portatore di buona fortuna, ma sopratutto un talismano capace di allontanare le energie negative ed arrecare notevoli benefici a chi lo indossa proteggendolo da ogni pericolo. Si crede che questa forza deriva dalle nove gemme che combinate tra di loro ed a contatto con la pelle, influenzano la persona che indossa il gioiello in modo che possa attirare il bene respingendo il male.
Il corallo presente in questa combinazione che vede sempre il rubino posto al centro della composizione si pensa che possa allontanare e curare malattie e migliorare la memoria. In conclusione, come accadeva anche nell’antichità questa meraviglia del Mare Nostro ha esercitato ed esercita attrazioni che partendo dalle nostre prossimità geografiche finisce per arrivare sino alla lontana Cina e per una ragione o per l’altra un po’ tutti finiamo per esserne ancora affascinati.


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