Addio, sommo Giullare

Il più grande, il giullare del Novecento e di questo inizio del Duemila che con la sua forza istrionica ha sempre sbeffeggiato il potere e sempre stando dalla parte degli ultimi ha calato il sipario. “Giullare” sommo era la definizione che amava di più lui, che aveva trasformato la sua vita in un teatro a cuore aperto, diventando per tutti il sommo giullare che tutti conosciamo. Dario Fo è stato un grande narratore del nostro tempo e della storia d’Italia di cui amava raccontare le pagine che venivano trascurate dagli storici ufficiali come fece nel suo capolavoro assoluto Il mistero buffo del 1969, famoso come lo spettacolo tutto recitato in gramelot in una lingua inventata, che lui aveva inventato e che solo lui sapeva manipolare con maestria. il linguaggio utilizzato da Fo era in realtà una mescolanza dei vari dialetti della Pianura padana. Mistero buffo costituisce, per certi versi, il modello di quel quasi-genere che si è soliti definire “teatro di narrazione”. Tra la fine degli anni sessanta e l’inizio dei settanta, Fo si schierò con le organizzazioni extraparlamentari di estrema sinistra e fondò il collettivo “La Comune”, attraverso il quale tentò con grande passione di stimolare il teatro di strada.

A metà anni ‘50 incontra Franca Rame, attrice teatrale, drammaturga e politica italiana e dalla cui storia d’amore nacque un figlio, Jacopo.

Negli anni ‘60 iniziò la sua collaborazione con Enzo Jannacci e insieme scrissero capolavori memorabili come Vengo anch’io e Ho visto un re. Nel mio 1962 presentò Canzonissima in cui affrontò temi sociali e politici sgraditi alla democrazia cristiana per questo venne censurato dalla Rai e tenuto lontano dal piccolo schermo per 14 anni. Dalla fine degli anni 60 in poi, con l’arrivo degli anni di piombo, il suo teatro si fece più politico con spettacoli come Morte accidentale di un anarchico. La commedia è dedicata alla “morte accidentale” come ironicamente ricorda il titolo stesso, sostenendosi nell’opera la tesi dell’omicidio dell’anarchico Giuseppe Pinelli, avvenuta al commissariato di Polizia di Milano in circostanze inizialmente non chiare, poi archiviate da un’indagine della magistratura come un caso di “malore attivo”, il 15 dicembre 1969, cadendo dalla finestra del quarto piano durante il suo interrogatorio. A seguito della violenta campagna politica che ne seguì fu ucciso il commissario di polizia Luigi Calabresi.

Cresciuto in una famiglia intellettualmente vivace, nella quale ha potuto ascoltare fin dalla prima infanzia le favole, frammiste a cronaca locale, raccontate dal nonno materno e le storie riportate da viaggiatori e artigiani. Proprio gli affabulatori di paese ripetutamente citati e ricordati da Fo, grazie alla loro capacità di raccontare gli avvenimenti, avrebbero poi ispirato l’artista nel corso degli anni. Nell’opera, Luigi Calabresi è il commissario Sportivo, soprannominato “commissario Cavalcioni”, che posiziona gli interrogati a cavalcioni di una finestra, accreditando l’ipotesi poi smentita dall’inchiesta della magistratura, della defenestrazione dolosa dell’anarchico. a vicenda si svolge in una stanza della procura centrale di Milano con protagonista quel “Matto” che ricorre spesso nel teatro di Fo quando occorre rivelare verità scomode. Il Matto adotta vari travestimenti (psichiatra, giudice, capitano della scientifica e vescovo) mediante i quali la versione ufficiale dei fatti mostra tutte le sue contraddizioni e, dal tentativo di costruire una versione plausibile, emergono altre esilaranti incongruenze. Sul caso Pinelli, tra l’altro, Fo firmò una lettera aperta, pubblicata dal settimanale L’Espresso nel giugno 1971.

Tanti spettacoli, tanti incontri, in cui esprimeva il suo essere di sinistra ideologicamente ed iol suo essere artisticamente fuori dagli schemi sempre da uomo libero.

Per la potenza letteraria e anche narrativa che esprimeva il suo teatro nel 1997 vinse il premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione: “Perché, seguendo la tradizione dei giullari medievali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi>>.

Famoso il suo discorso di premiazione, «contra jogulatores obloquentes>> , titolo in latino medioevale dove recita:<< Il premio più alto va dato senz’altro quest’anno ai Membri dell’Accademia svedese che hanno avuto il coraggio di assegnare il Nobel a un giullare!». Eh sì, il Vostro è stato davvero un atto di coraggio che rasenta la provocazione. Basta vedere il putiferio che ha causato: poeti e pensatori sublimi che normalmente volano alto… e poco si degnano di quelli che campano rasoterra… si sono trovati all’istante travolti da una specie di tromba d’aria. Ebbene, io applaudo e sono d’accordo con loro. Stavano già beati nel Parnaso degli eletti e Voi, con questa Vostra insolenza, li avete abbattuti e precipitati giù a sbattere musi e pance nel fango della normalità. Si son levati urla e improperi tremendi, rivolti all’Accademia di Svezia, ai suoi Membri e ai loro parenti prossimi e lontani fino alla settima generazione. I più scatenati hanno gridato: «Abbasso il Re … di Norvegia!». Nel trambusto si sono sbagliati di dinastia. A questo punto potete voltare pagina … vedete che c’è l’immagine di un poeta nudo travolto da un turbine di vento. Continua poi dedicando parte del premio alla moglie:<< per finire permettete che io dedichi una buona metà della medaglia che mi offrite, a Franca. Franca Rame, la mia compagna di vita e d’arte che Voi, Membri dell’Accademia, ricordate nella motivazione del premio come attrice e autrice, che con me ha scritto più di un testo del nostro teatro. Con me hanno voluto premiare la Gente di Teatro ».

La sua vittoria ha provocato un certo scalpore, in Italia come all’estero. La scelta di Fo da parte dell’Accademia Svedese, fra gli altri, prese in contropiede i molti rappresentanti della cultura italiana che, da anni patrocinavano la candidatura di Mario Luzi. Dario Fo ripose alle critiche nella lezione magistrale che tenne la sera prima della premiazione.

Poi mentre il suo teatro veniva rappresentato da tutto il mondo, fece ancora tanti spettacoli, alcune straordinarie partecipazioni nei programmi di Adriano Celentano di Ippodromo Giorgio Albertazzi con cui regalò delle splendide lezioni di teatro all’Italia.

Nel 2013 la morte della moglie colpì profondamente la sua vita perché venne a mancare la persona in cui si rispecchiava, ma proprio in quegli anni il suo rapporto con la Rai tornò ad essere fecondo. Sono tanti gli spettacoli che ci ha lasciato l’ultimo dedicato alla cantante che amava di più Maria Callas.

Fo recitava in luoghi alternativi quali piazze, case del popolo, fabbriche: luoghi dove egli poteva trovare un pubblico diverso da quello tipico dei teatri, un pubblico che era composto soprattutto dalle classi subalterne e che normalmente aveva meno opportunità di accesso agli spettacoli teatrali.

Quando gli fu chiesto come accoglieva i suoi novant’anni rispose che non li avevi mai previsti nel suo programma, e alla domanda cos’è per lui il teatro, rispondeva: <<il teatro è il modo di comunicare più vivo che io abbia trovato è soprattutto coinvolgente. Mi sono trovato con platee che iniziavano , poi quando entravo nel gioco e cominciavo a spiegare che significato avesse la satira il grottesco, il paradosso è che era alla fine il modo migliore per dir la verità.>>.

Per Dario Fo la libertà è: <<in assoluto un uomo che non prova di essere libero è finito. Ma non è che si è liberi soltanto con l’etichetta perché puoi andare dove ti pare e puoi anche dire cose anche che danno fastidio agli altri. La libertà è preoccuparsi anche degli altri che anche gli altri abbiano la libertà e i diritti di sentirsi uomini liberi>>.

Egli trovava segni di speranza dappertutto, nei suoi nipotini e nella loro allegria, nell’invenzioni che creavano nella loro fantasia. Poi lo vedeva anche nella gente che non sta tanto bene e che però si ferma, prende un attimo di sospiro e dice speriamo che sia per poco tempo ancora e speriamo che si calmino le cose.

<<È morto in serenità!>>, ha detto il figlio Jacopo che lo ha assistito in questi ultimi giorni trascorsi all’ospedale Sacco di Milano dove a marzo scorso aveva festeggiato i suoi novant’anni con uno spettacolo aperto al pubblico e dove allora gli aveva dato l’ultimo addio alla moglie.L’ultimo saluto all’autore dei cittadini di Milano sarà sabato pomeriggio alle 15:00 in piazza Duomo. <<Un uomo di straordinario dinamicità, nonostante la malattia>>, ha affermato il primario di pneumologia in una conferenza stampa. Il 1 agosto ha recitato davanti a tremila persone con un gravissimo problema polmonare ma nonostante questo è riuscito a cantare. Una sorta di miracolo sentire che recitasse e cantasse pochi giorni prima che si aggravasse di una patologia ai polmoni di cui da tempo soffriva

L’autore è avanti inesorabilmente fino alla fine. Si è sempre informato su cosa accadesse attorno a lui al di fuori dell’ospedale grazie un gruppo di suoi collaboratori che ruotavano, che fino al giorno prima gli leggevano i giornali in quei 10 giorni di ricovero prima della sedazione per farlo soffrire meno possibile.Un’esistenza lunga e fortunata. «Esageratamente fortunata», ripeteva lui che a differenza di quelli mai contenti sapeva dire grazie alla sorte. Quando mai il figlio di un capostazione, nato il 24 marzo del 1926 in un paesino del lago Maggiore poteva sognare quel destino buffo che le stelle avevano in serbo per lui.

Il fatale è l’incontro con Franca, la donna della sua vita, la compagna di scorribande d’arte e d’amore. Di bellezza folgorante, corteggiata da tutti, manda in tilt Dario inchiodandolo senza preamboli con un bacio, visto che lui non osa avvicinarla. Amore a prima vista, matrimonio borghese, in chiesa a Sant’Ambrogio, la nascita di un figlio, Jacopo, che erediterà la loro passione per la scena. Un’unione salda anche se inquieta e fuori da ogni schema. Fo e Rame uniti nonostante tutto dentro e fuori scena.

nsieme danno vita agli scombinati titoli degli anni 50-60, Gli Arcangeli non giocano a flipper, Chi ruba un piede è fortunato in amore, La signora è da buttare. Insieme debuttano in tv nella scandalosa Canzonissima del ‘62 che gli costò la messa al bando per 14 anni dalla Rai democristiana. E poi il grande successo di Mistero Buffo nel ‘69, dove Fo riprende a modo suo la lezione dei fabulatori e dei cantastorie, raccontando tra sacro e profano, sberleffi e commozione, le storie della Bibbia e dei Vangeli, di papi tronfi e di villani sagaci. Ma il ‘69 è anche l’anno della strage di piazza Fontana, inizio della strategia della tensione. Storia e cronaca entrano prepotenti nel teatro di Dario, che sera dopo sera scrive e riscrive le pièce modificandole in diretta sugli eventi. Così è per Morte accidentale di un anarchico, sulla morte di Pinelli; così per Il Fanfani rapito, Non si paga non si paga, Pum pum! Chi è? La polizia, Tutta casa, letto, chiesa, Clacson, trombette e pernacchi. Sono gli anni ruggenti della Palazzina Liberty. Un teatro che, come scrisse Roberto De Monticelli, aveva dentro «il nero dei titoli dei giornali». E difatti la polizia trovava ogni pretesto per fermare gli spettacoli, irrompendo talora anche in teatro. Con grande divertimento di Dario pronto a trasformare quell’imprevisto in una nuova farsa. Come farà anche anni dopo alle spese del suo «bersaglio preferito», Berlusconi, prima ridotto a feroce nanerottolo in Ubu Bas, omaggio al celebre personaggio di Alfred Jarry, e poi trasformato in Anomalo bicefalo in una specie di Frankenstein con il corpo di Silvio e il cervello di Putin.

Insieme danno vita agli scombinati titoli degli anni 50-60, Gli Arcangeli non giocano a flipper, Chi ruba un piede è fortunato in amore, La signora è da buttare. Insieme debuttano in tv nella scandalosa Canzonissima del ‘62 che gli costò la messa al bando per 14 anni dalla Rai democristiana. E poi il grande successo di Mistero Buffo nel ‘69, dove Fo riprende a modo suo la lezione dei fabulatori e dei cantastorie, raccontando tra sacro e profano, sberleffi e commozione, le storie della Bibbia e dei Vangeli, di papi tronfi e di villani sagaci. Ma il ‘69 è anche l’anno della strage di piazza Fontana, inizio della strategia della tensione. Storia e cronaca entrano prepotenti nel teatro di Dario, che sera dopo sera scrive e riscrive le pièce modificandole in diretta sugli eventi. Così è per Morte accidentale di un anarchico, sulla morte di Pinelli; così per Il Fanfani rapito, Non si paga non si paga, Pum pum! Chi è? La polizia, Tutta casa, letto, chiesa, Clacson, trombette e pernacchi. Sono gli anni ruggenti della Palazzina Liberty. Un teatro che, come scrisse Roberto De Monticelli, aveva dentro «il nero dei titoli dei giornali». E difatti la polizia trovava ogni pretesto per fermare gli spettacoli, irrompendo talora anche in teatro. Con grande divertimento di Dario pronto a trasformarequell’imprevisto in una nuova farsa. Come farà anche anni dopo alle spese del suo «bersaglio preferito», Berlusconi, prima ridotto a feroce nanerottolo in Ubu Bas, omaggio al celebre personaggio di Alfred Jarry, e poi trasformato in Anomalo bicefalo in una specie di Frankenstein con il corpo di Silvio e il cervello di Putin.

Un susseguirsi di satire, sulle quali Dario spandeva a piene mani il suo grammelot, folle assemblaggio di suoni di parlate diverse, nonsense linguistici accessibile a tutti. Una magnifica invenzione che, insieme con l’imponente corpus drammaturgico, quasi un centinaio di testi teatrali, glivalse nel 1997 il Nobel per la letteratura. Laudatio a cui Dario rispose ringraziando queglianonimi maestri, ma anche Ruzzante e Molière, e soprattutto Franca. Con cui volle spartire la medaglia riconoscendole pubblicamente il ruolo di coautrice di tante commedie e consigliera impareggiabile. Impossibile pensare l’uno senza l’altra. Ma poi ecco che Franca muore, il 29 maggio del 2013, e Dario per la prima volta deve andare avanti da solo. Azzoppato, gli occhi celesti stanchi e dolenti, eppure sempre curiosi e beffardi. Consapevoli che la vita, come l’amore, come il teatro, spesso fa male. Al lutto di Franca si aggiungono quelli di Enzo Jannacci, amico e complice di canzoni irriverenti, da «Ho visto un re» a «El purtava i scarp del tennis» e quello recente di Gianroberto Casaleggio, amico e alleato su nuovi fronti politici. Ma è Franca a mancargli sempre di più, la perdita non è sanabile, il lavoro è il miglior analgesico.

Con disperato furore e rinnovata vitalità Fo non si dà tregua. Scrive un libro dopo l’altro, dipinge con l’energia e la gioia di un ragazzo quadri di colori vivacissimi esposti in mostre in Italia e all’estero. Sempre attentissimo alla vita pubblica, non si perde una polemica, tiene banco a incontri, continua ad andare in scena con il testo più amato, Mistero Buffo, nonostante il parere contrario del medico, nonostante il fiato gli manchi sempre più spesso. L’estate nella casa di Cesenatico, così cara anche a Franca, non riesce a frenare tanta smania di vivere e di fare. Di morire Dario non ha nessuna intenzione. «Non temo la morte ma neanche la corteggio. Se hai campato bene è la giusta conclusione della vita». Anche sul letto d’ospedale, nonostante la maschera d’ossigeno, ha trovato la forza di scherzare sul suo stato di salute: «È come una sfida a ramino. Puoi vincere o perdere, ma quel che conta è la partita». Certo, ingannare la morte lo divertirebbe. Sarebbe pronto anche a barare… Mesi fa, nel cortile della sua casa milanese di Porta Romana, era rimasto incantato davanti a una rosa sbocciata all’improvviso, fuori stagione. Si era convinto che fosse stata Franca a fargli quel dono, come segno di una sua presenza costante. «Lei è sempre accanto a me, ogni volta che non so come trarmi di impaccio, la chiamo e mi risponde». Quella rosa ne era la prova provante. Chissà se adesso lì accanto ne crescerà un’altra.

Oggi è morto colui che tenne tanto a sottolienare: << Se mi capitasse qualcosa, dite che ho fatto di tutto per campare!>>, e che con il suo operato lo fece davvero ribandendo sempre:<< Con Franca abbiamo vissuto tre volte più degli altri.>>.

La morte è sopraggiunta stamattina per il sufficienza respiratoria alle 8:30, la stessa ora in cui tre anni fa se ne andò la sua frana. Un uomo, uno spirito, un paziente fuori dall’ordinario voleva tornare a casa, ma il figlio che è arrivato a Milano per stare vicino al padre ha preferito farlo rimanere sotto lo stretto controllo dei medici e proprio all’ospedale ha ricevuto le visite degli amici attori e scrittori. Nella sua abitazione di Porta romana invece è cominciato un viavai silenzioso di persone di dolore rispettoso di chi lo conosceva e di chi solo lo ammirava.


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