Hillary Clinton vince il terzo dibattito presidenziale

Questa notte – alle 3 circa, ora italiana – si è tenuto a Las Vegas il terzo ed ultimo dibattito presidenziale tra Hillary Clinton e Donald Trump. Un dibattito ricco di argomenti e polemiche che ha consegnato la terza vittoria consecutiva alla candidata democratica, secondo i sondaggi, a soli 19 giorni dalle elezioni. Lo scarto di Clinton su Trump, secondo la CNN che ha trasmesso i tre dibattiti televisivi, sarebbe di oltre 13 punti: 52 per cento della democratica contro il 39 per cento del repubblicano.

Hillary Clinton ha aperto il dibattito ritornando alla intricata faccenda della nomina del giudice Garland alla Corte Suprema, proposta dal presidente Obama e non ancora accettata dal Partito Repubblicano, da lei accusato di fare ostruzionismo al Senato. La questione è di vitale importanza per i democratici che il prossimo 8 novembre tenteranno di riprendere il controllo del Senato, oggi a maggioranza repubblicana. «Che tipo di Paese vogliamo essere» si è chiesta la Clinton, prima che Trump la accusasse di voler eliminare il Secondo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti che consente ai cittadini il possesso di armi da fuoco, cavalcando nuovamente uno degli argomenti più trattati dell’intera campagna elettorale e di enorme presa sugli elettori repubblicani da sempre sostenitori del noto diritto costituzionale, contro la presa di posizione della Clinton e del Partito Democratico per una urgente riconsiderazione di tale libertà innanzitutto per cittadini con precedenti penali.

Il dibattito ha poi toccato il tema dell’immigrazione, che il moderatore del dibattito Chris Wallace ha definito quello di maggior distanza tra i due candidati. Ancora una volta Trump ha ribadito la sua idea di costruire un muro lungo il confine con il Messico, la soluzione migliore secondo il candidato per eliminare l’immigrazione clandestina e il traffico di droga; la Clinton, in risposta, ha evocato l’immagine di cosa comporterebbe eliminare in massa tutti i cittadini attualmente irregolari: inviare forze federali in ogni casa ed ogni scuola del paese per porli su treni e autobus e spedirli fuori dai confini, un’idea contraria a tutti i principi fondanti degli Stati Uniti. La proposta democratica è quella di utilizzare le risorse per individuare i cittadini pericolosi o che hanno commesso crimini nel Paese e deportarli, con la promessa di una riforma ragionevole – nei primi cento giorni di presidenza – per aprire alla cittadinanza degli irregolari. In questo modo gli immigrati potrebbero essere utilizzati come forza lavoro regolare, cosa di cui Trump non saprebbe nulla, secondo la Clinton, vista la sua assunzione di immigrati sottopagati per le sue attività immobiliari. Alla proposta repubblicana di barriere chiuse, la democratica oppone quella di barriere sicure. Poco dopo il dibattito, anche Bernie Sanders è sceso in campo sull’argomento attraverso i suoi social network, ricordando come gli impianti di produzione del milionario repubblicano siano dislocati in Bangladesh, dove i lavoratori sono pagati 30 centesimi all’ora.

Dopo un passaggio maggiormente favorevole al candidato repubblicano che sostiene l’abolizione degli accordi internazionali di libero scambio, la Clinton ha ripreso il controllo con la questione dell’infiltrazione russa all’interno dei server americani e il tentativo di Putin di influenzare le elezioni. Per la candidata democratica il Presidente russo preferirebbe avere un «burattino» alla guida del Paese, motivo per cui sostiene apertamente Trump. Il milionario ha convito ben poco il proprio partito anche a proposito delle presunte molestie sessuali di cui lui stesso parla nel celebre video diffuso nei giorni passati, affermando di avere più rispetto delle donne di chiunque altro. È poi passato all’attacco della sua rivale riguardo la Clinton Association che, a suo dire, avrebbe accettato donazioni da parte di enti privati e stranieri che cercavano di ottenere influenza presso la famiglia Clinton. La candidata democratica, nel momento di maggiore difficoltà del dibattito, ha ricordato come siano stati utilizzati i soldi ottenuti, innanzitutto provvedendo medicinali per oltre 11 milioni di persone affette da HIV nel mondo, oltre che per sostenere costruzioni di scuole e migliorare la sanità dei paesi sottosviluppati. Il 90% di tutti i soldi ricevuti, ha affermato, sono stati impegnati in programmi per sostenere le persone delle zone povere o disastrate, come Haiti, per cui l’associazione ha raccolto 30 milioni di dollari dopo il catastrofico terremoto del 2010. Ha poi rilanciato ricordando che tutte le donazioni che Trump afferma di aver fatto non possono essere confermate da nessuno, visto il suo rifiuto di rilasciare la sua dichiarazione dei redditi.

Nella parte finale del dibattito Trump, che aveva ormai perso l’aplomb iniziale, ha negato alcuni dei suoi attacchi più famosi degli ultimi mesi, in particolare l’imitazione di un giornalista disabile ad uno dei suoi comizi, ed ha poi affermato di voler creare «un po’ di suspense» riguardo la sua ammissione di un’ eventuale sconfitta nelle elezioni, dichiarazione mai effettuata da un candidato alla presidenza, che mina una delle idee basilari di democrazia di garantire un cambio non violento di governo. Il tycoon ha così offerto un’importante vantaggio alla sua rivale, con i media statunitensi intenti a sviscerare le sue false dichiarazioni anziché fare riferimento alle sue proposte, cosa fondamentale a pochi giorni dal voto. La Clinton ha infatti ricordato, in chiusura, di come il suo rivale abbia mancato di indicare i suoi punti di forza durante tutta la campagna elettorale, affermando sin dall’inizio che le elezioni sarebbero «truccate».


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