La memoria tra neuroscienze e quotidianità

Come l’esperienza quotidiana insegna, la memoria è fondamentale in tutte le cose che facciamo: senza di essa non saremmo in grado di parlare, leggere, riconoscere oggetti, orientarci nello spazio, intrattenere relazioni personali. Da un punto di vista più strettamente scientifico, addirittura, senza la capacità di ricordare non saremmo stati in grado di adattarci ad ambienti in cambiamento e, quindi, di sopravvivere come specie. Già Platone l’aveva intuito, considerando la memoria una tavoletta di cera su cui le impressioni venivano incise e conservate in modo da poter riaffiorare attraverso il ricordo. La memoria è un processo che implica tre fasi consecutive – la codifica, l’immagazzinamento e il recupero dell’informazione – e ogni efficace sistema di memoria, che sia un registratore, un hard disk, uno schedario o la memoria umana, deve quindi saper fare tre cose: codificare (cioè acquisire) l’informazione, immagazzinarla e recuperarla nel momento necessario. I primi studi neuroscientifici sul tema risalgono agli anni ottanta dell’Ottocento, quando Ebbinghaus per primo studiò i meccanismi attraverso i quali il cervello ricorda e dimentica, imparando a memoria 169 elenchi composti da trigrammi senza senso del tipo “BAT, TAC, LAM”. Le sue intuizioni, insieme a quelle successive dell’altro celebre studioso della memoria, Bartlett, confluirono poi negli studi della psicologia cognitiva degli anni Sessanta. Ebbinghause Bartlett studiarono aspetti diversi di come la memoria opera e giunsero ad intuire innanzitutto che, quando si dimentica, all’inizio lo si fa molto velocemente ma che, col passare dei giorni, la rapidità di oblio diminuisce; in secondo luogo che, pur dimenticando dei dati, è possibile ri-impararli con maggiore facilità rispetto a chi non li ha mai studiati; e infine che ciascuno ricorda ciò che legge a modo proprio, dando un senso personale al materiale non familiare. Queste prime importanti intuizioni confluiscono quindi negli studi sperimentali degli anni Sessanta, pietra miliare per le grandi scoperte sul tema della memoria. Anche se non più completamente accettata, la teoria elaborata dagli psicologi cognitivisti Atkinson e Shiffrin nel 1968 distingue tre differenti stati di memoria che le informazioni devono attraversare affinché siano ricordate: la memoria sensoriale, magazzino iniziale che trattiene le informazioni soltanto per qualche secondo come se fosse una fotografia istantanea dello stimolo; la memoria a breve termine, che conserva le informazioni per 15-25 secondi e le immagazzina secondo il loro significato; infine la memoria a lungo termine che rappresenta un deposito dalla capienza pressoché infinita. Affinché un’informazione venga conservata a lungo – se non addirittura per sempre! – deve avvenire il passaggio da uno stato di memoria a quello successivo, altrimenti le informazioni, trascorsi pochi secondi, vanno perdute. Esse, passando da un magazzino di memoria all’altro, vengono organizzate in codici – sulla base dell’immagine, del suono della parola o del suo significato – in maniera che sia poi possibile il recupero. Molti scienziati cognitivi, come Baddeley e Hitch, attualmente rifiutano la teoria dei tre stadi di memoria, ritenendola troppo passiva, e preferiscono considerare la memoria a breve termine come una sorta di memoria di lavoro che immagazzina le informazioni, sulla base del suono e delle informazioni visive, le elabora e le trattiene temporaneamente. Se la memoria è, quindi, come ormai sembra evidente,non un processo passivo di immagazzinamento ma un processo selettivo e interpretativo, ecco perché tutti i giorni veniamo a contatto con un’enorme quantità di informazioni, eppure ne ricordiamo solo una parte. Selezioniamo cosa ricordare e ricordiamo in base al significato che attribuiamo agli eventi. In generale, quindi, al di là di patologie specifiche come il morbo di Alzheimer, amnesie e deficit di memoria, tutti ricordiamo bene-male innanzitutto a seconda del modo in cui codifichiamo le informazioni,poi in base alla familiarità del contesto e infine a seconda dell’interesse verso il materiale da ricordare. Già Goethe, da poliedrico uomo di lettere quale era, scriveva che dove viene meno l’interesse, viene meno anche la memoria, intuendo così il rapporto tra partecipazione emotiva e capacità di ricordare. Siamo infatti capaci di ricordare alcuni eventi in maniera vivida e per lungo tempo, specialmente se sono stati particolarmente insoliti o eccitanti. E’ per questo che ciascuno ricorda perfettamente incontri amorosi, lauree, lutti della propria vita e situazioni di rilevanza emotiva mondiale come la morte della principessa Diana nel 1997 o la distruzione delle Torri Gemelle nel 2001. Come le neuroscienze hanno dimostrato, infatti, gli stimoli ad alta valenza emotiva favoriscono il rilascio degli ormoni dello stress e ciò induce i neuroni a intensificare l’attivazione dell’amigdala, parte del cervello che, di fondamentale importanza per le emozioni, insieme all’ippocampo svolge un ruolo nevralgico nel consolidamento delle memorie. Al momento non esistono metodi certi per migliorare i meccanismi alla base della memoria: certamente sostanze stimolanti come nicotina e caffeina sono in grado di migliorare la nostra memoria potenziando l’attenzione ma gli effetti di queste sostanze si osservano solo quando siamo stanchi e, inoltre, se ci eccitano troppo possono essere addirittura controproducenti. Dal momento che, al di là di determinate patologie, non esistono persone “con poca memoria”, fondamentale per un buon recupero delle informazioni, è il modo in cui si impara: soprattutto quando si studia, allora, è bene, ad esempio, distribuire i tentativi di apprendimento in un periodo di tempo esteso, piuttosto che ammassarli insieme in un unico blocco temporale; capire e dare significato a ciò che si impara; ripetere in maniera “intelligente”; molto utile è codificare l’informazione sia verbalmente che visivamente, attraverso mappe concettuali; e non ultima è fondamentale la motivazione, l’attenzione e la propria soddisfazione personale. Esistono infine le mnemotecniche, ossia delle tecniche di organizzazione dell’informazione in modo che essa sia più semplice da ricordare. Sicuramente la più antica e famosa di esse è la tecnica dei loci, chiamata anche “palazzo della memoria”, introdotta in diversi trattati di retorica greci e latini – dal momento che gli antichi retori recitavano a memoria le loro orazioni, talvolta molto lunghe. La leggenda racconta che il poeta Simonide di Ceo, invitato a recitare durante una festa, lasciò il banchetto pochi minuti prima che il soffitto della sala crollasse: i corpi degli invitati, per le molteplici ferite riportate, furono resi irriconoscibili e, richiamato il poeta, Simonide fu l’unico in grado di identificare i corpi dei vari commensali, ricordandosi del posto che occupavano a tavola. Questa mnemotecnica consiste, dunque, nell’associare gli elementi da ricordare a specifici luoghi fisici, che possono essere stanze di una casa con i loro arredi, luoghi di una città, tappe di un percorso che si compie abitualmente: visualizzato mentalmente l’ambiente, allora, si immaginano le informazioni da ricordare collocate in particolari posizioni e, durante il recupero, si immagina di “camminare” in quei luoghi e“raccogliere” le informazioni sparse qua e là. Altre mnemotecniche più moderne sono di tipo verbale e linguistico – come le pegword (parola-gancio) o gli acrostici – e tecniche visive, come quelle delle associazioni. La tecnica delle pegword è molto utile, ad esempio, quando si vuole imparare una lingua nuova: in una prima fase gli allievi imparano una lista di parole “aggancio” che fanno rima con i numeri da uno a dieci – in un contesto di insegnamento dell’italiano come lingua straniera potrebbero essere: uno è un pruno; due è un bue; tre è un caffè e così via. Acquisita questa lista di parole, in una seconda fase, si presenta una seconda lista di vocaboli che vengono appresi collegando le immagini mentali con le parole aggancio. Così, se la prima parola della lista è uccello, si potrà immaginare, nel nostro esempio, un uccello appollaiato sul ramo di un pruno, se la seconda parola è cappello si può immaginare un bue con un cilindro e se la terza è un elefante si può visualizzare un elefante che beve un caffè. L’acrostico invece è una frase in cui le prime lettere di ogni parola che la compone fungono da suggerimento per il recupero di altre informazioni. Un esempio particolarmente famoso è l’acrostico “Come Quando Fuori Piove” che, nel gioco del poker, indica il vincitore nel caso di parità di punteggio ma di differenza nel colore del seme (Cuori, Quadri, Fiori, Picche).

Le tecniche visive presuppongo, infine, l’associazione di immagini per creare catene di parole. Così, per fare un esempio, se si deve imparare una lista composta dai vocaboli “fanciullo, libro, latte, aereo”, si può immaginare un fanciullo che legge un libro, poi un libro sporco di latte appena versato, ed infine, un aereo su cui si stanno caricando dei cartoni di latte. Si potrebbe continuare all’infinito con gli esempi poiché tantissime sono le mnemotecniche esistenti e probabilmente ciascun individuo mette in pratica degli stratagemmi, talvolta particolarmente originali, per ricordare numeri, lettere, parole. Ancora non si conoscono a perfezione tutti i meccanismi del ricordo e dell’oblio, ancora non sappiamo bene dove precisamente si fissano le tracce mnestiche nel cervello, né come sono “scritti” i ricordi, ma possiamo affermare con certezza che la memoria è tra le più affascinanti facoltà della mente umana e – selettiva e talvolta capricciosa – ci permette, come scrive J. M. Barrie, “di avere le rose anche a dicembre”.


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