Steve McCurry in mostra al PAN-Palazzo delle Arti Napoli

In perfetto stile PAN, questo mese l’appuntamento è col fotografo Steve McCurry dal 27 ottobre (giorno dell’inaugurazione) al 12 febbraio 2017 per ammirare la mostra “Senza confini” di questo fotografo di Philadelphia, impegnato “senza confini” nei luoghi del mondo dove si accendono i conflitti e si concentra la sofferenza di popolazioni costrette a fuggire dalle proprie terre. McCurry, infatti, è impegnato a fotografare conflitti internazionali, tra cui le guerre in Iran-Iraq, nelle Filippine, in Afghanistan e la Guerra del Golfo, distinguendosi sia per l’eccezionale coraggio delle sue imprese, sia per il merito di mostrare la condizione dell’uomo contemporaneo, costretto a vivere nella guerra e nella sofferenza. Ogni scatto del maestro racchiude uno scrigno di sentimenti ed emozioni, una narrazione che attraversa culture ed etnie diverse e che raggiunge livelli di dolore ed empatia molto elevati, che avvicinano il cuore e l’anima di chi si trova di fronte l’obiettivo, ma soprattutto di chi è dietro la macchina fotografica. È straordinaria la capacità di questo artista di attraversare i confini della lingua e della cultura, superando le differenze etniche tra lui, e di conseguenza noi, e i soggetti che sceglie come modelli per dare prova di storie di dolore e sofferenza che prova chi è nato nel lato sbagliato del mondo. Fotografie forti dai colori accesi che colpiscono per un particolare: un paio d’occhi brillanti come il mare a mezzogiorno, la cui bellezza, se pur palese, è celata dallo sgomento di uno sguardo impaurito; la pelle luminosa di una donna matura che suscita fastidio e ripugnanza per quel suo collo lungo imprigionato in una struttura d’acciaio; e la contraddizione di una foto che ritrae un bambino e una pistola nello stesso contesto. Tutti dettagli che colgono l’attenzione di chi guarda, stupito e amareggiato, ciò che la guerra imprime non solo al paesaggio, ma soprattutto al volto umano.

«La maggior parte delle mie foto è radicata nella gente. Cerco il momento in cui si affaccia l’anima più genuina, in cui l’esperienza s’imprime sul volto di una persona. Cerco di trasmettere ciò che può essere una persona colta in un contesto più ampio che potremmo chiamare la condizione umana. Voglio trasmettere il senso viscerale della bellezza e della meraviglia che ho trovato di fronte a me, durante i miei viaggi, quando la sorpresa dell’essere estraneo si mescola alla gioia della familiarità», afferma il fotoreporter statunitense, le cui foto che sono state scelte dal Palazzo delle Arti ci racconteranno la storia dell’uomo contemporaneo costretto a vivere nella sofferenza, nella guerra, in un mondo crudo e crudele: una narrazione che attraversa tantissime etnie e culture e che raggiunge livelli di dolore ed empatia molto elevati, che avvicinano il cuore e l’anima sia dei soggetti che si trovano di fronte l’obiettivo sia di chi è dietro la macchina fotografica.

Il progetto espositivo «Perché già il solo viaggiare e approfondire la conoscenza di culture diverse, mi procura gioia e mi dà una carica inesauribile», curato da Biba Giacchetti propone quindi un viaggio nel mondo di McCurry, dall’Afghanistan all’India, dal Medio Oriente al Sudest asiatico, dall’Africa a Cuba, dagli Stati Uniti all’Italia, attraverso il  suo vasto e affascinante repertorio di immagini, in cui la presenza umana è sempre protagonista, anche e solo evocata. Nel suggestivo allestimento di Peter Bottazzi questa umanità ci viene incontro con i suoi sguardi in  una sorta di girotondo dove si mescolano età, culture, etnie, che McCurry ha saputo cogliere con straordinaria intensità.
La mostra propone infine a tutti i visitatori una audioguida in cui McCurry racconta i suoi scatti in prima persona, con appassionanti testimonianze e alcuni filmati dedicati ai suoi viaggi, all’avventura della sua vita e della sua professione. Per conoscere meglio il suo modo di fotografare, ma soprattutto la sua voglia di condividere la prossimità con la sofferenza, con la gioia e con la sorpresa. L’iniziativa è stata promossa dal Comune di Napoli-Assessorato alla Cultura e al Turismo e dal Pan/Palazzo delle Arti Napoli.

Il grande maestro della fotografia e fotoreporter americano conosciuto principalmente per la fotografia Ragazza afgana, pubblicata come copertina del National Geographic Magazine di giugno 1985, divenuta la più nota uscita della rivista e poi utilizzata per anni da Amnesty International. Al Pan troveremo in mostra sia alcune delle fotografie più famose, ma anche foto inedite e lavori recenti.

Steve McCurry è stato impegnato come fotoreporter fin dagli anni ’70 nei luoghi del mondo sedi di conflitti e guerre e dove di più si concentra la sofferenza di popolazioni costrette a fuggire dalle proprie terre. Le foto di McCurry si sono concentrate sulle conseguenze che la guerra lascia sugli uomini e le sue dichiarazioni a riguardo sono significative.

Ciò che rende McCurry un fotografo d’eccezione è la sua capacità cogliere i sentimenti più profondi dei soggetti che si trovano di fronte l’obiettivo, facendo emergere un mondo complesso di emozioni ed esperienze vissute da  persone di diverse etnie e culture. A catturare l’attenzione del reporter sono le tragiche conseguenze della guerra: <<La maggior parte delle mie foto è radicata nella gente. Cerco il momento in cui si affaccia l’anima più genuina, in cui l’esperienza s’imprime sul volto di una persona. Cerco di trasmettere ciò che può essere una persona colta in un contesto più ampio che potremmo chiamare la condizione umana. Voglio trasmettere il senso viscerale della bellezza e della meravigliache ho trovato di fronte a me, durante i miei viaggi, quando la sorpresa dell’essere estraneo si mescola alla gioia della familiarità. Perché già il solo viaggiare e approfondire la conoscenza di culture diverse, mi procura gioia e mi dà una carica inesauribile>>.

Dopo aver lavorato al Today’s Post presso il King of Prussia per due anni, è partito per l’India come fotografo freelance. È stato proprio in India che McCurry ha imparato a guardare ed aspettare la vita. <<Se sai aspettare>>, disse, <<le persone si dimenticano della tua macchina fotografica e la loro anima esce allo scoperto>>.

Steve McCurry è ritratto in un documentario televisivo dal titolo Il volto della condizione umana (2003) prodotto dal pluripremiato regista francese Denis Delestrac in cui approfondiamo il modo in cui si concentra sulle conseguenze umane della guerra, mostrando non solo quello che la guerra imprime al paesaggio ma, piuttosto, sul volto umano. Egli è guidato da una curiosità innata e dal senso di meraviglia circa il mondo e tutti coloro che lo abitano, ed ha una straordinaria capacità di attraversare i confini della lingua e della cultura per catturare storie di esperienza umana. Steve McCurry scattò la foto a Gula al campo profughi di Nasir Bagh, nei pressi di Peshawar (in Pakistan), nel 1984. Inviato lì dal National Geographic per documentare la situazione dei profughi afgani dopo l’invasione, McCurry incontrò improvvisamente una ragazzina, che studiava in una scuola improvvisata all’interno del campo. Il reporter ebbe quindi la rarissima possibilità di fotografare una donna afgana e infine realizzò lo scatto.

La foto fu realizzata con una fotocamera Nikon FM2. Nonostante il nome della studentessa fosse ignoto, la foto venne intitolata Ragazza afgana per poi esser pubblicata sulla copertina dell’edizione del giugno 1985 del National Geographic. Il ritratto del suo viso, velato parzialmente dal drappeggio rosso, i suoi occhi verde ghiaccio, disarmanti e pieni di umanità, e la sua espressione mista di paura, rabbia e voglia di riscatto sono diventati un simbolo del conflitto che dilania l’Afghanistan e allo stesso tempo di tutte le guerre che imperversano nel Medio Oriente.

Lo scatto è stato addirittura «la foto più riconosciuta» della storia della rivista, e la copertina stessa è tra le più famose mai pubblicate dalla National Geographic

L’identità della ragazza è rimasta sconosciuta per diciassette anni: ciò è dovuto al fatto che il governo afgano manifestava un atteggiamento ostile ai media occidentali, fino alla caduta del regime talebano ad opera dell’esercito americano nel 2001. Nel gennaio dell’anno successivo, quindi, Steve McCurry ebbe la possibilità d’intraprendere una ricerca sulle sue orme, con la collaborazione di un team di National Geographic. Graffito su Sharbat a Guernica, in Spagna. McCurry ed il team arrivarono innanzitutto al campo di Nasir Bagh. Quando appurarono che questo era prossimo alla chiusura, interrogarono i pochi profughi rimasti (tra cui il fratello stesso della ragazza) riuscendo ad individuare il villaggio natale della studentessa. La squadra ebbe non poche difficoltà, considerando che molte donne si identificarono erroneamente con la Ragazza afgana.

McCurry riuscì a trovare la ragazza in una regione remota dell’Afghanistan: si trattava di Sharbat Gula, ormai trentenne, sposata e madre di tre figlie. La sua identità, viste le esperienze precedenti, venne inoltre confermata dal tecnico John Daugman che usò la tecnica della ricognizione dell’iride. Quando McCurry ottenne il permesso di incontrarla di nuovo, le disse che la sua immagine era diventata famosa. Sharbat non era molto interessata alla fama, tuttavia si mostrò lieta quando seppe che la foto era diventata un simbolo della dignità ed abnegazione del suo popolo. Quindi accettò di farsi scattare un’altra foto.

Anche se McCurry fotografa sia in digitale che in pellicola, ha ammesso la sua preferenza per quest’ultima. Eastman Kodak concesse a McCurry l’onore di utilizzare l’ultimo rullino di pellicola Kodachrome, che è stato prodotto nel luglio 2010 da Dwayne’s Photo (nella città di Parsons in Kansas) e che sarà ospitata presso la George Eastman House. La maggior parte delle foto, escludendo alcuni duplicati, sono state pubblicate su internet dalla rivista Vanity Fair. Di etnia pashtun, i genitori di Sharbat morirono durante la guerra russo-afghana quando la bambina aveva solo sei anni. Insieme alla nonna, al fratello ed alle sue tre sorelle, attraversò le montagne più impervie per oi giungere al campo profughi di Nasir Bagh nel 1984.Si sposò con Rahmat Gul tra i 13 e 16 anni, e ritornò nel suo villaggio natio durante gli anni novanta. Qui nacquero le sue tre figlie, tra le quali bisognerebbe annoverarne anche una quarta morta precocemente. Devota musulmana, Gula solitamente indossa un burqa. Il suo ritratto di Sharbat Gula, la dodicenne afgana dagli occhi verdi che fotografò nel campo profughi pachistano di Peshawar negli anni ’80, è diventata, infatti, il simbolo di un popolo in fuga. Ed è così che la valenza artistica delle fotografie viene incorniciata dalla forza dei racconti dell’artista, in una narrazione per immagini dell’uomo contemporaneo nel mondo, nella sofferenza e nella violenza della guerra, nella diversità delle culture e delle etnie. Ora Steve McCurry e Gula si tengono in contatto ogni mese.

“Ho fotografato per 30 anni e ho centinaia di migliaia di immagini su Kodachrome nel mio archivio. Sto cercando di scattare 36 foto che agiscano come una sorta di conclusione, per celebrare la scomparsa di Kodachrome. È stata una pellicola meravigliosa.>>.

Per chi volesse, quindi, cogliere l’occasione di osservare il mondo da un altro punto di vista, l’appuntamento è con Steve McCurry al Pan il 27 ottobre alle 19 per l’inaugurazione della mostra “Senza confini”, dove saranno esposte sia alcune tra le foto più famose della carriera del fotografo, scatti famosissimi che non possiamo non conoscere, sia foto dei suoi ultimi lavori non ancora pubblicate.Il giorno prima dell’inaugurazione ci sarà nel pomeriggio un incontro pubblico con il fotografo nella Sala dei Baroni al Maschio Angioino aperto a tutti fino a esaurimento posti. Il fotoreporter sarà intervistato da Roberto Cotroneo. 

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