In Guerra per amore, il nuovo film di Pif dal 27 ottobre al cinema

<<Racconto con i toni della commendia quel patto tra America e mafia>>, così Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, ci annuncia il suo nuovo film alla preinaugurazione della Festa di Roma.

Dopo il successo del suo La mafia uccide solo d’estate, Pif riceveva riceveva continui inviti a fare attenzione al secondo film da regista. Ora l’opera seconda è arrivata, si intitola In guerra per amore, ed è stata presentata alla festa del cinema di Roma.La pellicola ha confermato a pieni voti il talento, l’impegno civile e la vocazione alla commedia del regista e attore palermitano.

Lanciato da 01 Distribution il 27 ottobre in 400 copie, In guerra per amore è prodotta da Wildside e Rai Cinema come La mafia uccide solo d’estate di cui è, secondo l’autore, una sorta di prequel dichiarato mantenendone lo spirito mostra di nuovo un piccolo uomo davanti a grandi eventi storici e fa scorrere su un binario parallelo una storia privilegiata e la Storia nazionale come nella migliore tradizione della commedia italiana.<< Io e i miei sceneggiatori Astori e Martani abbiamo pensato a una vicenda ambientata durante lo sbarco degli alleati angloamericani in Sicilia avvenuto nel 1943, stranamente mai raccontato al cinema fin ora.>>, ha esordito il regista presentando la sua nuova commedia romantica e amara sul dopoguerra a l’ascesa inarrestabile della mafia.

<<Lo spunto iniziale>>, ha proseguito Pif, <<nasce dalla storia d’amore tormentata del giovane siciliano Arturo (interpretato dallo stesso Pif ) che si trasferisce a New York e inizia a lavorare come lavapiatti in un ristorante dove si innamora, ricambiato, della bella nipote del proprietario, Flora ( Miriam Leone).Vorrebbe sposarla ma lo zio della ragazza l’ha promessa al figlio del boss mafioso locale, e l’unico modo per lui di sbloccare quella decisione è andare a chiederla in sposa a suo padre che vive in un paesino sperduto della Sicilia.Disorientato e ingenuo il giovane si arruola nell’esercito americano che prepara lo sbarco in Sicilia, e dopo varie traversie si troverà ad affiancare il tenente Philip Catelli, Andrea Di Stefano, aiutandolo a decifrare la mentalità locale e le bizzarre arretratezze dei suoi conterranei, ritrovandosi così ad essere testimone del patto di collaborazione che l’esercito degli alleati angloamericani stipulò con Cosa Nostra>>.

Come si è documentato sul patto scellerato di legittimazione “politica” della mafia destinato a produrre effetti nefandi nella storia d’ Italia? << Abbiamo studiato documenti per oltre un anno e una svolta decisiva è arrivata con la scoperta del cosiddetto Rapporto Scotten, così chiamato per il nome del capitano dell’esercito americano sbarcato all’epoca sull’isola a cui fu chiesta una relazione scritta intitolata Il problema della mafia in Sicilia.

Questa testo lucido e pratico ci ha confermato che la questione mafia per gli americani in guerra era all’ordine del giorno: Scotten sollecitava già nel 1943 dai suoi superiori risposte su tre diverse opportunità: combattere la mafia per mantenerli sotto controllo; accordarsi e allearsi con Cosa Nostra, ipotesi che avrebbe creato danni incalcolabili di cui il futuro avrebbe presentato il conto, o abbandonare l’isola alla mafia e chiudersi in enclave.Abbiamo poi lavorato anche sulla relazione di una commissione d’inchiesta americana che stabilì come si creò l’alleanza, con i soldati americani che ammettevano di aver chiesto esplicitamente supporto a Cosa Nostra ricevendolo sicuramente, tanto è vero che in molti paesi piccoli e grandi diversi boss mafiosi conclamati furono eletti sindaci o ricevettero importanti cariche regionali per mantenere l’ordine sociale dopo la guerra.>>.

Pif, già noto ai più per La mafia uccide solo d’estate  del 2013 diretto e interpretato dallo stesso e  scritto da lui con Michele Astori e Marco Martani dove nella commedia drammatica che attraverso i ricordi d’infanzia del protagonista ricostruisce, in toni spesso paradossali e ironici, una sanguinosa stagione dell’attività criminale di Cosa nostra a Palermo dagli anni settanta fino agli anni novanta. Arturo Giammarresi un giovane giornalista che racconta in maniera originale i fatti relativi alla mafia che hanno punteggiato la sua vita fin dall’infanzia, a partire dagli anni settanta fino al 1992. Arturo fu concepito nello stesso giorno e nello stesso luogo della strage di viale Lazio: i suoi genitori, che si sposarono proprio nel giorno in cui avvenne la strage mafiosa e consumarono appena convolati a nozze, vivevano nello stesso stabile in cui la strage si consumò. Il piccolo Arturo impiegò molto tempo a iniziare a parlare, e la prima parola da lui pronunciata fu mafia, detta indicando Fra Giacinto, prete opportunista legato a diversi mafiosi (presente in quel momento a benedire la casa), dal quale Arturo era stato battezzato nello stesso giorno in cui a Palermo era stato eletto sindaco Vito Ciancimino. Sin da bambino, Arturo sembra avere la capacità di riconoscere i mafiosi semplicemente vedendoli, infatti si spaventa quando, recatosi all’ospedale in occasione della nascita del fratello minore Emanuele, vi vede Salvatore Riina, pur ignorandone completamente l’identità.

Fin dalle elementari, il protagonista si innamora della bella Flora Guarneri, figlia di un ricco banchiere, che vive nello stesso stabile del magistrato Rocco Chinnici (che vede Arturo mentre spia nella finestra di Flora e gli promette che non lo dirà a nessuno). Inizialmente Arturo non riesce proprio a capire come potrebbe fare per rivelarle i suoi sentimenti, ma poi rimane estasiato quando vede in televisione un’intervista di Maurizio Costanzo al presidente del consiglio Giulio Andreotti, che rivela di essersi dichiarato alla moglie al cimitero. Da quel momento Andreotti diventa un modello da seguire per Arturo, che lo imita (a una festa di carnevale sceglie di travestirsi come Andreotti), ritaglia le sue fotografie dai giornali e appende in camera sua un poster dell’onorevole, che si porta dietro anche durante le vacanze. Nello stesso palazzo dove abita il ragazzo (nell’appartamento che era del defunto nonno di Arturo) vive anche Francesco, un giornalista che, per il suo impegno contro la mafia (inizialmente Arturo lo aveva creduto un mafioso, e come tale lo aveva descritto a Flora, facendo una figuraccia), viene obbligato dal direttore del giornale a curare le rubriche sportive.

Francesco intuisce le capacità di Arturo e lo sprona nel suo sogno di diventare un giornalista. Alle vicende personali del ragazzo si alternano le stragi mafiose di quegli anni: muoiono Boris Giuliano, che aveva offerto ad Arturo un’irisal bar dove il ragazzo lo aveva incontrato (e proprio in un’iris erano contenuti i proiettili che lo uccisero), Pio La Torre, mentre si teneva la premiazione di un concorso per giovani giornalisti, Carlo Alberto Dalla Chiesa, il quale aveva concesso un’intervista ad Arturo in quanto vincitore del concorso citato prima (Arturo sarebbe stato l’ultimo ad intervistarlo, chiedendogli come mai fosse venuto a Palermo, visto che Andreotti diceva che l’emergenza criminalità era solo in Campania e in Calabria), e Rocco Chinnici, ucciso in un attentato il giorno stesso della partenza di Flora e della sua famiglia per la Svizzera. Alcuni anni dopo, Arturo viene assunto come pianista ed assistente presso TV Palermo, nella trasmissione Bonsuar, il cui presentatore è Jean Pierre. Durante il suo primo giorno di lavoro, è ospite nella trasmissione di Jean Pierre Salvo Lima, parlamentare della Democrazia Cristiana, la cui assistente è proprio Flora.

Arturo, vedendo Flora, si distrae mentre suona al piano la sigla della trasmissione, sbagliando una serie di note, e viene allontanato dal programma. A questo punto viene assunto come inviato speciale incaricato di realizzare servizi sulla campagna elettorale della DC in Sicilia. A causa di un discorso da scrivere per Lima, litiga con Flora e viene cacciato, ma viene di nuovo assunto da Jean Pierre, che però lo avverte che se farà altri errori verrà licenziato definitivamente. È proprio insieme al conduttore televisivo che Arturo assiste all’assassinio di Lima, accusato di non aver collaborato a far uscire di galera alcuni mafiosi, ed è uno dei primi a prestare soccorso. Nel frattempo, grazie al maxi-processo condotto dai magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, numerosi membri di Cosa nostra vengono arrestati ed incarcerati. Poco tempo dopo i due magistrati vengono uccisi, rispettivamente nelle stragi di Capaci e di via d’Amelio. Dopo tutti questi attentati il popolo palermitano, inizialmente omertoso oppure non del tutto consapevole di ciò che stava realmente accadendo, capisce veramente quali problemi la mafia abbia da sempre creato e scende in piazza a protestare. Arturo e Flora, superati i rancori, si fidanzano e dalla loro unione nasce un bambino, che verrà educato dal padre a riconoscere il male e a combatterlo, e al quale il padre mostrerà i monumenti alle vittime della mafia, uomini coraggiosi caduti mentre facevano il loro dovere.Il film ha partecipato al Torino film festival, aggiudicandosi il premio del pubblico come miglior film ed è stato distribuito nelle sale italiane il 28 novembre 2013  incassando in totale 4.662.000 euro.Diliberti usa nelle sue pellicole, per molti aspetti, il linguaggio tipico della trasmissione televisiva Il Testimone di MTV, di cui è autore e conduttore. Gli argomenti, anche quelli più scabrosi e delicati, vengono trattati con un doppio registro fatto di ironia e fredda presentazione dei fatti, in una originale alternanza tra momenti comici e quelli di tristezza.La storia prende spunto dall’esperienza personale e civile di Pif e di tutti quei molti altri palermitani che, come lui, hanno vissuto per anni in una città divisa tra la normalità degli eventi quotidiani e la violenza dei fatti di mafia. Il piccolo Arturo, il protagonista del film, è sensibile alle “malavitose stranezze” che vede accadere ogni giorno nella sua città, e rappresenta la vicenda di tutti i giovani giornalisti e attivisti siciliani che hanno affrontato il malaffare mafioso, diventandone spesso vittime.I protagonisti del film vivono, col passare degli anni, una sorta di doppia vita, fatta da una parte di feste di compleanno, innamoramenti e scelte professionali, dall’altra di attentati, minacce, omicidi e da una multiforme omertà. Sia da bambino che da adulto, la sfida di Arturo sarà quella di confrontarsi con questo sdoppiamento del mondo palermitano, trovando le risposte giuste nel proprio cuore e nel proprio senso civile.Il film nasce dall’intuizione del produttore Mario Gianani che, dopo aver visto una puntata de Il Testimone, decide di contattare l’autore per sapere se ha idee per il cinema. Pif, che ha iniziato la sua carriera nell’audiovisivo come aiuto-regista di Franco Zeffirelli nel 1998 e poi di Marco Tullio Giordana ne I cento passi (film dedicato a Peppino Impastato, quindi anch’esso direttamente legato al tema della mafia) nel 2000, coglie al volo l’occasione, propone un’idea che stava sviluppando da circa 4 anni e che darà vita proprio al film con Cristiana Capotondi.Il presidente del Senato ed ex Procuratore Nazionale antimafia Pietro Grasso ha definito questo film la miglior opera cinematografica sul tema della mafia che abbia mai visto.

Il nuovo film è stato girato principalmente ad Erice con scene alle saline di Trapani e alle grotte di Scurati ed è stato presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma 2016.Verrà distribuito nelle sale italiane dalla 01 Distribution a partire dal 27 ottobre 2016. Intrappolato nel messaggio che intende veicolare, si pone come una commedia che intende far riflettere su oltre cinquant’anni di storia focalizzandosi sulla genesi di tale storia.Tra il serio e il faceto, caratteristica tipica dei film di Pif.Arturo (Pif) e Flora (Miriam Leone) si amano follemente. Siamo nella New York del ’43, quella che si è lasciata alle spalle la Grande Depressione e che si accinge a traghettare il globo verso una nuova epoca post-seconda guerra mondiale. Arturo lavora presso il ristorante dello zio di Flora, tutti italiani emigrati nel Nuovo Mondo. Arturo purtroppo è maldestro, un po’ imbranatello se vogliamo, ed infatti lo zio di Flora non capisce come la sua bellissima nipote se ne sia potuta innamorare. Ma si sa, in Ammerriga è tutto un business, perciò le nozze combinate col figlio di un boss locale, altro emigrato siciliano, s’impongono da sole: zio Alfredo vuole garantire continuità al ristorante e quale migliore assicurazione di questa? La coppia entra in crisi: Flora non sa come opporsi al volere dello zio, mentre ad Arturo, squattrinato e senza particolari talenti, non resta che arruolarsi approfittando del piano messo in piedi dagli USA, ossia invadere la Sicilia. Serve perciò gente del luogo, persone che facilitino l’ingresso in quest’isola così sconosciuta agli americani ma strategicamente essenziale. Ma non è l’amor patrio a spingere Arturo, bensì l’unica possibilità che ha di sabotare le nozze forzate della sua amata: chiedere al padre, che sta ancora in Sicilia, la mano della figlia. Insomma, il ragazzo va In guerra per amore.Pierfrancesco Diliberto integra al discorso un elemento non da poco, ovvero l’ambientazione nel passato, il che comporta a priori un coefficiente di difficoltà ben maggiore rispetto al suo esordio, La mafia uccide solo d’estate. Questo suo secondo lavoro è pieno di anacronismi voluti: Diliberto intende a suo modo veicolare una pagina di storia, adottando però un registro tortuoso, troppo complesso per il punto in cui è. In altre parole, sobbarcandosi un carico eccessivo, costruisce quella che a tratti è una favola, a tratti una commedia, per filtrare notizie ben più pesanti rispetto a quanto il contesto suggerisca. Si tratta di un processo di alleggerimento, che è poi l’approccio di Diliberto: soffermarsi su un tema importante, la mafia, però sempre tra il serio ed il faceto, propendendo più per il secondo tono.

Ciò che però non funziona è anzitutto l’ecosistema, popolato di personaggi che a loro volta rimandano ad un’idea, o per meglio dire un’opinione. Se non sono metafore, i profili cui da vita Diliberto restano comunque frutto del desiderio, prioritario e perciò soverchiante, di trasmettere un messaggio, al quale parole e azioni restano comunque subordinati. Va riconosciuta, certo, l’abilità a tratti di suscitare un sorriso sincero, per via di siparietti simpatici, sebbene raramente siano pungenti come senz’altro si sarebbe voluto. I due anziani che corrono per le vie del paese con le statue del Duce e di Maria Vergine facendo a gara, così come l’ironia su un selfie ante litteram, rientrano nel novero delle intuizioni felici, cui da contraltare fa però certa reiterata caratterizzazione: i siciliani di In guerra per amore sono esattamente come ce li si aspetta, il che, va da sé, non è un bene.Non è un bene non perché la verità, di suo poco lusinghiera, vada per ciò stesso taciuta, ci mancherebbe, bensì poiché la velata satira, o mero sarcasmo che si voglia, necessita oggi di un ritocco, qualcosa che tocchi tasti diversi, colpisca altri punti o magari gli stessi ma in maniera ad ogni modo differente. Il siciliano di In guerra per amore è essenzialmente poco serio, affamato, ingrifato, oppure pericoloso, omertoso, connivente. Nella migliore delle ipotesi spaesato, capace di buone azioni più per semplicioneria che altro. Passi che un ideale del genere venga proposto da chi, non avendo familiarità con l’ambiente, si limita a quelle due/tre cose che ha imparato al bar o attraverso qualche filmaccio; diverso è il discorso nel caso in cui a farsene portavoce è un siciliano, da cui non è assurdo aspettarsi non la distorsione dei fatti a beneficio della sua terra, ma che almeno non si presti a certi escamotage a dire il vero piuttosto comodi al fine di strappare qualche risata. O se proprio deve, beh, almeno a corredo di misure più incisive. Anche perché, alla fine della fiera, il punto è si far ridere, come anticamera però di una riflessione che di divertente non ha nulla. L’ultima parte del film è un insieme di scelte che rivelano la reale intenzione del regista, che dopo aver in più passaggi alternato toni in maniera anche brusca, vira totalmente sull’indagine, o comunque sull’ aspetto storico. Dismessi i panni del leggero, a tratti sensibile, quasi sempre simpatico personaggio che Pierfrancesco Diliberto sembra essere, eccolo indossare quegli di un novello Saviano, che, a differenza dell’autore di Gomorra, tende a prendersi meno sul serio, nondimeno condividendo con quest’ultimo analogo furore. Dito puntato, assistiamo alla didascalica demolizione della prima repubblica e con essa la cultura in cui un’intera regione è macerata per oltre cinquant’anni. Un’arringa cui di certo non mancano argomenti seri su cui fondarsi, ma che arriva fuori tempo massimo, irrompendo con una veemenza francamente poco sostenibile. Anche perché l’epilogo di quasi tutte le trame e sottotrame che Pif costruisce risentono di quel vizio di cui in apertura, ossia servire un messaggio, devitalizzando ulteriormente questi personaggi che già di loro hanno sino a quel punto faticato ad assumere consistenza. Ed In guerra per amore si congeda così, tra le urla dell’ennesimo, parodistico signorotto criminale che ricorda ai propri compaesani quanto nessuno tra loro possa sentirsi superiore a lui, il “cattivo”, perché in Sicilia o si è mafiosi o si è complici. O meglio, oggi non più.

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