PIUMA, il film più leggero dell’anno ,adesso nelle sale

Applausi e polemiche alla 73° Mostra del Cinema di Venezia per il nuovo film di Roan Johnson, Piuma, nelle sale di tutta Italia dal 20 ottobre perché la trama racconta di due diciottenni e una gravidanza inattesa che stravolgerà le loro vite. L’adolescenza è un’età dove ogni piccolo dramma viene amplificato a dismisura, ma al contempo si nutre di una leggerezza che trova sfogo nella complicità con gli amici, nei viaggi, negli amori acerbi e nell’autorappresentazione del sé. La nostalgia per gli anni puberali, sostanzialmente inevitabile per ogni adulto, nasce proprio da questa propensione allo svago, dalla possibilità di dedicarsi a se stessi: niente lavoro, niente bollette, niente responsabilità familiari che restringono i confini del tempo libero. L’idea stessa di avere un figlio in età liceale contraddice il nostro concetto di adolescenza (privilegiato e occidentale), dove l’irresponsabilità è giustificata – se non addirittura spronata – all’interno di un percorso formativo che richiede di “fare le proprie esperienze” prima di gettarsi nella vita adulta.

La pellicola è il punto d’incontro fra queste due istanze: Ferro e Cate, in procinto di sostenere la maturità, scoprono di aspettare una bambina, ma decidono di tenerla nonostante il parere contrario dei genitori. I due teenager decidono consapevolmente di abdicare ai privilegi della pubertà per addentrarsi in un terreno spinoso, fatto di pressioni economiche, doveri e rinunce, come il desideratissimo viaggio post-esami che avevano progettato con gli amici, e che non possono fare per salvaguardare la salute di Cate. Intanto, il padre di Ferro non si capacita di quello che sta succedendo, il nonno deve fare fisioterapia con la procace Stella, mentre lo spiantato papà di Cate si barcamena tra un lavoro all’agenzia di scommesse e un’endemica incapacità di crescere. I due ragazzi sono forti, ma svariate forze esterne interverranno per destabilizzare il loro rapporto.

Nonostante le responsabilità incombenti, i due protagonisti sono caratterizzati da una ricerca di leggerezza che si accorda con la loro età, e che si esprime nella scelta del nome per la bambina: Piuma, per l’appunto. È chiaro che il regista Roan Johnson si sente vicino ai suoi personaggi, di cui valorizza l’attitudine al gioco e all’astrazione: così si spiegano i segmenti immaginifici dove Ferro e Cate nuotano per le strade di Roma, o s’immergono nell’utero della ragazza per scoprire il sesso della bambina. In tal senso, Johnson ha sicuramente il merito di non cedere al melodramma, conservando uno spirito guizzante che emerge soprattutto dai fitti scambi verbali tra i membri della famiglia. Il caos dialogico accelera in progressione verso la catastrofe, con effetti comici molto apprezzabili e una regia nervosa, frenetica, come se subisse l’influenza emotiva dei protagonisti. La macchina da presa resta spesso in campo totale, lasciando libertà agli attori di interagire fra loro e muoversi nello spazio, senza soffocarli con il montaggio.

Già l’inizio in dialetto romanesco getta un senso di ripetitività del film, come se la realtà non potesse che essere rappresentata con inflessioni lessicali: <<alle sette devi sta’ fori dalla macchina>>.

Il realismo pasolinjano – cui Roan fa riferimento – era collocato in un mondo romano con le stese scelte lessicali, ma era motivato da un racconto di un mondo senza scampo, deserto di speranze. Invece qui tutta questa problematica relegata ad un figlio nascituro stona come eccessiva. “Accattone morto di fame” dice la madre di Cate al marito che non riesce a portare a casa soldi giocando sempre al calcio-scommesse.

La sceneggiatura è troppo esile per innovare una trama come quella della gravidanza inattesa, Le scene sono quelle della classica ecografia in cui si scopre il sesso del nascituro, la scelta del nome, la cena con i genitori di lei, il regista che fa un cammeo. Poi la futura nascita conduce a complicazioni, i genitori di Ferro sono sul punto di divorziare, lui sembra avere un altro figlio dalla fisioterapista, i due sembrano sul punto di voler dare in adozione la figlia. Sembra. Perché poi tutto ritorna normale.

Una vicenda che poteva essere meglio raccontata con un buon documentario sulla vita di genitore diciottenni.

A tratti surreale, tendente al parossismo ma anche capace di ritirarsi in toni più pacati, la pellicola mette in scena con grazia sia le dimostrazioni d’affetto sia gli inevitabili contrasti, per quanto talvolta sia un po’ frettoloso nel risolvere l’arco narrativo di alcuni personaggi (soprattutto Stella, terapista hippy che entra prepotentemente nella trama del film). Johnson adatta il tòpos delle famiglie disfunzionali – visto numerose volte nel cinema indie statunitense – al contesto italiano, e l’operazione gli riesce piuttosto bene. L’incontro fra due nuclei così instabili – cui si aggiunge un elemento di disturbo – sembra portare a una deflagrazione degli affetti, ma la restaurazione della famiglia tradizionale rassicura tutti, conservatori in primis: qualunque destino attenda Ferro e Cate, non c’è dubbio che sarà ben instradato sui binari della convenzione.

Così Roan Johnson aveva commentato la selezione del film a Venezia. «È inutile girarci intorno: andare in concorso a Venezia è un sogno per chiunque faccia cinema. Andarci con Piuma, però, ha un sapore speciale. Ho scritto questa storia con Ottavia, Davide e Carlotta per esorcizzare una grande paura che condividevamo: fare un figlio. La chiave è stata trovare una storia come quella di due ragazzi come Ferro e Cate: così siamo riusciti a prendere le giuste distanze, rendendo drammaturgico il conflitto che volevamo raccontare. E come loro, anche noi ci salveremo se giocheremo la carta della leggerezza e dell’autoironia, se al pessimismo di questo mondo rilanceremo con l’ottimismo se non della volontà, almeno dell’incoscienza e del sogno».

Quando arrivano le difficoltà il Samurai se ne rallegra. Forse è perché è scemo, direbbe Cate. No, risponderebbe Ferro: è che quando l’acqua sale, la barca fa altrettanto. E per Ferro e Cate saranno i nove mesi più burrascosi delle loro vite, anche se loro non hanno ancora capito la tempesta che sta arrivando: alla bambina ci penseranno quando nasce. E poi comunque devono preparare la maturità insieme al Patema e agli altri amici, il viaggio in Spagna e Marocco, vogliono pensare all’estate più lunga della loro vita, alla casa dove stare insieme, ai loro sogni di diciottenni. E a non essere pronti non sono solo Ferro e Cate ma anche i loro genitori: quelli di Ferro, che prima li aiutano e poi vanno in crisi sfiorando il divorzio; quelli di Cate, più assenti e in difficoltà di lei. Tutti alle prese, loro malgrado, con un nipote e una responsabilità in arrivo con quindici anni di anticipo. Insomma, di solito ci si mette trenta o quarant’anni per essere pronti a diventare genitori, Ferro e Cate hanno solo nove mesi. E purtroppo un figlio non ti aspetta. Tu puoi essere pronto o meno ma lui arriverà. Ma se rimani leggero come una piuma e con il cuore dalla parte giusta, allora forse ce la puoi fare.

Quando Piuma è stato presentato al Festival di Venezia 2016, dove figurava come uno dei tre film italiani in concorso, ha ricevuto una fredda accoglienza e una critica molto accesa da parte di chi non riconosceva in questo film di Roan Johnson il potenziale narrativo e stilistico adatto a una competizione di un certo livello.Eppure Piuma, nella sua estrema disarmante semplicità, di potenziale ne ha davvero tanto. Vero, probabilmente non è un film da concorso, ma è un film per la gente, un film perfetto per le sale che ha per protagonisti due giovani ragazzi carismatici e una storia dallo sviluppo che non è poi per nulla scontato.I principali personaggi intorno a cui si costruisce la vicenda di Piuma si chiamano Ferro (Luigi Fedele) e Cate (Blu Yoshimi) e sono due giovani prossimi alla maturità, impegnati a organizzare l’ultima vacanza da sogno tra Spagna e Marocco con gli amici di sempre, prima di solcare la soglia che segna il passaggio verso la “maturità della vita” e che li vedrà presto diventare genitori.
Ferro e Cate sono anche due ragazzi molto diversi tra loro, più matura e realista lei, sognatore e ottimista lui, ma insieme riescono a superare i numerosi ostacoli che la vita e tutti quelli intorno a loro non fanno che issare lungo un percorso tortuoso da cui appare impossibile uscire. Nonostante questo, però, Ferro è ben convinto che una via di uscita ci sia sempre perché, come sottolinea alla esausta Cate, “quando l’acqua sale la barca fa altrettanto…”.

La forza gentile di quest’opera che ci conferma quanto sia elegante e popolare il cinema di Roan Johnson, tra quei pochi autori in Italia che non hanno paura di cercare il proprio pubblico e di sorridere con lui, sta innanzitutto negli attori. Trovati dopo un lungo lavoro di casting come Blu Yoshimi, la cui pragmatica dolcezza è irresistibile, o come Luigi Fedele, perfetto nell’interpretare un meraviglioso campione olimpico di cazzeggio acrobatico. In Brando Pacitto, che qui non ha i vizi e i vezzi del suo protagonista nel film di Muccino, ma che caratterizza il “Patema” schiaffandoti dentro i tempi del liceo. E che dire di Sergio Pierattini? Monumentale, nella parte del disincantato e incredulo futuro nonno paterno.

Il film affronta con sincerità una tematica non nuova al cinema internazionale: la gravidanza tra adolescenti. Nonostante non sia un tema nuovo, il regista Roan Johnson è riuscito a raccontare le difficoltà di giovanissimi costretti dalle circostanze a fare scelte adulte in modo molto gradevole e fresco. Infatti Piuma ha come base il tipico stile della commedia all’italiana, però senza scadere nella comicità spicciola e prevedibile. Pellicola dalle tinte “teen”, in realtà Piuma nasconde una tematica ancora più profonda. La vicenda di Cate e Ferro è infatti un pretesto per analizzare e raccontare il mondo che sta dietro alle loro famiglie: quella che sembra più “quadrata” ma che poi rivela problematiche genitoriali profonde e quella che si presenta fin da subito disfunzionale con i genitori incapaci di esserlo fino in fondo. Spunti comici davvero spassosi li danno i due padri, interpretati da Sergio Pierattini e Francesco Colella, alle prese con un essere genitori che li spinge fuori dagli schemi quando i due figli decidono di tenere la loro bimba.

Roan Johnson a proposito della genesi del film ha detto: <<Ho scritto questa storia con Ottavia, Davide e Carlotta per esorcizzare una grande paura che condividevamo: fare un figlio. La chiave è stata trovare una storia come quella di due ragazzi come Ferro e Cate: così siamo riusciti a prendere le giuste distanze, rendendo drammaturgico il conflitto che volevamo raccontare. E come loro, anche noi ci salveremo se giocheremo la carta della leggerezza e dell’autoironia, se al pessimismo di questo mondo rilanceremo con l’ottimismo se non della volontà, almeno dell’incoscienza e del sogno>>.Nella prima proiezione per la stampa si è alzato qualche fischio, un paio di “vergogna”. Chissà, forse persino condizionato dal caso “Fertility Day” oppure, più probabilmente, dal giudizio verso la selezione in concorso. Sì, perché per quanto sia impossibile rifiutare l’occasione di andare nella competizione ufficiale alla Mostra, c’è da dire che Piuma è il classico lungometraggio che dà a Venezia più di quanto Venezia possa dare a lui. Se nell’economia di una selezione “faticosa” una commedia sa far ridere con gusto e sorridere con tenerezza, è l’ideale (anche per alleggerire un pubblico investito da molti film pesanti e pensanti), un’opera come Piuma invece finisce per rimanere stritolata dall’italofobia tipica del Lido e dalla snobbismo verso la commedia, italiana in particolare. Un’altra sezione, sicuramente, avrebbe protetto di più questa storia graziosa e leggera, che alza l’asticella della qualità di un genere commerciale e d’intrattenimento. Il cinema è fatto di autori a tutto tondo e di narratori efficaci. Ma al conservatorismo tipico dei festivalieri questo non entra in testa.

ll film, prodotto da Sky e Palomar e distribuito da Lucky Red è un puzzle che permette a Johnson di tenere in mano una tavolozza piena di colori e sfumature e le cui pennellate raramente esagerano (succede solo con il personaggio e la sottotrama, piuttosto inutile e in alcuni momenti, di Stella). Certo, Piuma non vincerà il Leone d’Oro e probabilmente non entrerà nelle classifiche dei migliori film dell’anno – ma tra le migliori commedie sì -, ma è quel tipo di lungometraggio di cui noi abbiamo bisogno come il pane. Noi come pubblico, non noi critici, troppo spesso vestali conservatrici di chissà quale idea antiquata e restrittiva di festival, che dovrebbe essere un luogo di libertà e varietà e a cui, invece, molto raramente si perdona la leggerezza. Piuma ricorda, nella sua prima accoglienza, l’ingiusta reazione che suscitò l’interessante Il seme della discordia di Pappi Corsicato, reo di non portare al Lido un cinema punitivoemi ma colorato, senza schemi, divertente e divertito. Colpe, queste, che vengono sanate, solitamente, solo se il film non è italiano.
Johnson si diverte con una regia delicata e abile, la scrittura che coinvolge la compagna Ottavia Madeddu, oltre a Carlotta Massimi, Davide Lantieri e il regista (e si vede la mano di Nicola Lusuardi come story editor) sa portarti dove desidera, senza presunzioni pedagogiche.

Roan Johnson è un regista italo-inglese, nato a Londra ma formatosi culturalmente e artisticamente in Italia: Laurea all’Università di Pisa e studi al Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma. Il suo film Piuma è paradigmatico riguardo la situazione di una parte del cinema italiano: forti influenze della commedia all’italiana, volontà di osare ma non troppo, sguardo sul contemporaneo con attenzione eccessiva nei riguardi del pubblico di massa. Con questi presupposti, a nostro avviso, non si va certamente lontanissimo.Si tratta, in sostanza, di un ottimo prodotto creato con le dosi giuste di tutti gli ingredienti utili per ottenere un buon successo, di un film che affronta in modo brillante tematiche che riguardano le generazioni che si affacciano alla difficile vita “dell’italietta” dei nostri giorni. Tutto bene, tutto a posto. È altresì chiaro che se si cercherà di vedere in quest’opera qualcos’altro, se si immagineranno motivazioni ancor più profonde, oppure intenzioni di tipo più alternativo, il raccolto sarà molto magro.Grazie a un dialetto romanesco spinto e adolescenziale (la scena dell’ecografia in cui si vede la bambina “impanicata” è in tal senso emblematica), un po’ di toscano (i genitori di Ferro) e di calabrese (il padre di Cate), l’autore cerca di delineare il miscuglio regionale che contraddistingue la metropoli romana, specie nelle immense periferie ai margini della città.Per il resto, potremmo dire che Piuma è un film che dà una sensazione di ordinaria amministrazione, fatto certamente con passione, professionalità, e anche un po’ di cuore. Gioca, in sostanza, sul sicuro non avendo altre, e maggiori pretese.Quest’ultima affermazione non vuole essere una categorizzazione incentrata sul valore delle opere (non lo faremmo, mai) quanto piuttosto la presa d’atto (ammesso che ce ne fosse bisogno) della diversità dei due modelli di cinema che vengono proposti (quello di Sorrentino a volte non compreso). E quest’ultimo è un tema su cui noi critici, per primi, dovremmo riflettere con maggiore attenzione, dando a “Cesare quel che è di Cesare”.

Se qualche lancio d’agenzia ha voluto sottolineare lo scomposto atteggiamento di tre signori che a fine proiezione per la stampa hanno voluto apostrofare l’opera terza di Jonhson con un paio di “Vergogna” e qualche “buu” ululato, spiega Johnson alla stampa: <<Abbiamo voluto ribaltare l’idea di una generazione, quella di questi ragazzini di oggi, composta solo da fannulloni, sbandati che non sanno cosa fare. Sul set, invece, eravamo noi quarantenni a fermarci e ad ascoltare spesso i loro consigli in fatto di amore e su come risolvere nelle battute o nelle scene i rapporti quotidiani tra loro. Il film non è un trattato sociologico ma un racconto di formazione che mostra due diciottenni alle prese con un mondo che sta cambiando>>. Fedele alla tradizione di Monicelli e Virzì con i personaggi catapultati sempre in un posto sbagliato, Johnson ne ha da dire anche per il Fertility day: <<Il film lo giudicherete voi guardandolo, quello che c’è da capire è lì. Voglio però sottolineare che Ferro sarà un cazzaro, che non sa niente di maternità, ma sa benissimo che deve rimanere a fianco di Cate. La sua maturità è quella di capire che la scelta di avere un figlio è prima di tutto una scelta della donna. Concetto che evidentemente sfugge a molti politici nostrani>>.


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