Arrestata Sharbat Gula, la “ Monnalisa Afgana” del National Geographic

Ieri, a Islamabad, hanno arrestato la protagonista della nota fotografia di Steve Mccurry “Ragazza afgana” per falsificazione del documento d’identità. I suoi occhi verdi sulla copertina del National Geographic hanno stregato migliaia di persone, ma la celebrità di quel ritratto non è bastata a salvare la rifugiata Sharbat Gula, anche nota come Sharbat Bibi.

L’ex ragazza afghana di quello scatto infatti è stata arrestata a Peshawar (Pakistan nord-occidentale) con l’accusa di aver falsificato il suo documento nazionale di identità computerizzato (Cnic) pachistano. Alla fine di febbraio 2015 i documenti concessi a lei e a due suoi presunti figli erano stati annullati perché ritenuti falsi. La donna era diventata famosa nel 1984 quando, dodicenne, McCurry le scattò la celebre immagine in un campo profughi di Peshawar dove era appena arrivata. La ragazza divenne famosa come la ‘Monna Lisa della guerra afghana’. Diciassette anni dopo, nel 2002, il reporter ritornò in Pakistan per cercare la giovane, rimasta anonima. La ritrovò sposata e con tre figli nel campo profughi di Nasir Bagh e la fotografò di nuovo. Nella seconda immagine, pubblicata sempre sul National Geographic, comparve con gli stessi occhi verdi magnetici che l’avevano resa famosa in tutto il mondo.

Lei, da sempre considerata <<meritevole di compassione dello spettatore occidentale>>, come dichiarò lo stesso McCurry, di nazionalità afghana, la giovane viveva come rifugiata nel campo profughi di Nasir Bagh, in Pakistan, durante il periodo dell’occupazione sovietica dell’Afghanistan, quando McCurry la immortalò. <<La sua pelle è segnata, ora ci sono le rughe, ma lei è esattamente così straordinaria come lo era tanti anni fa>>, dichiarò McCurry nel momento in cui ritrovò la sua musa.

Il suo ritratto realizzato da McCurry è apparso sulla copertina di giugno del 1985 della rivista National Geographic ed è riconosciuto come ‘il suo ritratto più riconosciuto’. Il suo sguardo intenso le è valso il paragone con il famoso dipinto ‘Monna Lisa’. Sharbat era stata raffigurata al di fuori di un campo profughi diventando il simbolo del costo umano della guerra sovietica. Nel 1990 iniziò a ricercarla. Dopo diversi tentativi falliti la trovò in Afghanistan. La sua identità è stata confermata utilizzando il riconoscimento dell’iride. Non aveva mai visto la sua immagine fino al 2002.

Steve McCurry scattò la foto a Gula al campo profughi di Nasir Bagh, nei pressi di Peshawar (in Pakistan), nel 1984. Inviato lì dal National Geographic per documentare la situazione dei profughi afgani dopo l’invasione, McCurry incontrò improvvisamente una ragazzina, che studiava in una scuola improvvisata all’interno del campo. Il reporter ebbe quindi la rarissima possibilità di fotografare una donna afgana e infine realizzò lo scatto.

La foto fu realizzata con una fotocamera Nikon FM2 ed un obiettivo Nikkor 105mm Ai-S F2.5;la post produzione, invece, fu prodotta dalla società georgianaGraphic Art Service.

Nonostante il nome della studentessa fosse ignoto, la foto venne intitolata Ragazza afgana per poi esser pubblicata sulla copertina dell’edizione del giugno 1985 del National Geographic. Il ritratto del suo viso, velato parzialmente dal drappeggio rosso, i suoi occhi verde ghiaccio, disarmanti e pieni di umanità, e la sua espressione mista di paura, rabbia e voglia di riscatto sono diventati un simbolo del conflitto che dilania l’Afghanistan e allo stesso tempo di tutte le guerre che imperversano nel Medio Oriente.Lo scatto è stato addirittura «la foto più riconosciuta» della storia della rivista, e la copertina stessa è tra le più famose mai pubblicate dalla National Geographic.La sua identità, viste le esperienze precedenti, venne inoltre confermata dal tecnico John Daugman che usò la tecnica della ricognizione dell’iride. Quando McCurry ottenne il permesso di incontrarla di nuovo, le disse che la sua immagine era diventata famosa. Sharbat non era molto interessata alla fama, tuttavia si mostrò lieta quando seppe che la foto era diventata un simbolo della dignità ed abnegazione del suo popolo. Quindi accettò di farsi scattare un’altra foto.

Di etnia pashtun, i genitori di Sharbat morirono durante la guerra russo-afghana quando la bambina aveva solo sei anni. Insieme alla nonna, al fratello ed alle sue tre sorelle, attraversò le montagne più impervie per poi giungere al campo profughi di Nasir Bagh nel 1984. Si sposò con Rahmat Gul tra i 13 e 16 anni, e ritornò nel suo villaggio natio durante gli anni novanta. Qui nacquero le sue tre figlie, tra le quali bisognerebbe annoverarne anche una quarta morta precocemente. Devota musulmana, Gula solitamente indossa un burqa.Ora Steve McCurry e Gula si tengono in contatto ogni mese.

Steve McCurry è stato impegnato come fotoreporter fin dagli anni ’70 nei luoghi del mondo sedi di conflitti e guerre e dove di più si concentra la sofferenza di popolazioni costrette a fuggire dalle proprie terre. Le foto di McCurry si sono concentrate sulle conseguenze che la guerra lascia sugli uomini e le sue dichiarazioni a riguardo sono significative.<<La maggior parte delle mie foto è radicata nella gente. Cerco il momento in cui si affaccia l’anima più genuina, in cui l’esperienza s’imprime sul volto di una persona. Cerco di trasmettere ciò che può essere una persona colta in un contesto più ampio che potremmo chiamare la condizione umana. Voglio trasmettere il senso viscerale della bellezza e della meravigliache ho trovato di fronte a me, durante i miei viaggi, quando la sorpresa dell’essere estraneo si mescola alla gioia della familiarità. Perché già il solo viaggiare e approfondire la conoscenza di culture diverse, mi procura gioia e mi dà una carica inesauribile>>.

Ora Steve McCurry è in mostra al PAN-Palazzo delle Arti Napoli dal 27 ottobre (giorno dell’inaugurazione) al 12 febbraio 2017 con  la mostra “Senza confini”, dove, questo fotografo di Philadelphia,  è impegnato “senza confini” nei luoghi del mondo dove si accendono i conflitti e si concentra la sofferenza di popolazioni costrette a fuggire dalle proprie terre. «La maggior parte delle mie foto è radicata nella gente. Cerco il momento in cui si affaccia l’anima più genuina, in cui l’esperienza s’imprime sul volto di una persona. Cerco di trasmettere ciò che può essere una persona colta in un contesto più ampio che potremmo chiamare la condizione umana. Voglio trasmettere il senso viscerale della bellezza e della meraviglia che ho trovato di fronte a me, durante i miei viaggi, quando la sorpresa dell’essere estraneo si mescola alla gioia della familiarità», afferma il fotoreporter statunitense, le cui foto che sono state scelte dal Palazzo delle Arti ci racconteranno la storia dell’uomo contemporaneo costretto a vivere nella sofferenza, nella guerra, in un mondo crudo e crudele: una narrazione che attraversa tantissime etnie e culture e che raggiunge livelli di dolore ed empatia molto elevati, che avvicinano il cuore e l’anima sia dei soggetti che si trovano di fronte l’obiettivo sia di chi è dietro la macchina fotografica.Il progetto espositivo «Perché già il solo viaggiare e approfondire la conoscenza di culture diverse, mi procura gioia e mi dà una carica inesauribile», curato da Biba Giacchetti propone quindi un viaggio nel mondo di McCurry, dall’Afghanistan all’India, dal Medio Oriente al Sudest asiatico, dall’Africa a Cuba, dagli Stati Uniti all’Italia, attraverso il  suo vasto e affascinante repertorio di immagini, in cui la presenza umana è sempre protagonista, anche e solo evocata. Nel suggestivo allestimento di Peter Bottazzi questa umanità ci viene incontro con i suoi sguardi in  una sorta di girotondo dove si mescolano età, culture, etnie, che McCurry ha saputo cogliere con straordinaria intensità.
La mostra propone infine a tutti i visitatori una audioguida in cui McCurry racconta i suoi scatti in prima persona, con appassionanti testimonianze e alcuni filmati dedicati ai suoi viaggi, all’avventura della sua vita e della sua professione. Per conoscere meglio il suo modo di fotografare, ma soprattutto la sua voglia di condividere la prossimità con la sofferenza, con la gioia e con la sorpresa. L’iniziativa è stata promossa dal Comune di Napoli-Assessorato alla Cultura e al Turismo e dal Pan/Palazzo delle Arti Napoli. Dopo aver lavorato al Today’s Post presso il King of Prussia per due anni, è partito per l’India come fotografo freelance. È stato proprio in India che McCurry ha imparato a guardare ed aspettare la vita. <<Se sai aspettare>>, disse, <<le persone si dimenticano della tua macchina fotografica e la loro anima esce allo scoperto>>.

Steve McCurry è ritratto in un documentario televisivo dal titolo Il volto della condizione umana (2003) prodotto dal pluripremiato regista francese Denis Delestrac in cui approfondiamo il modo in cui si concentra sulle conseguenze umane della guerra, mostrando non solo quello che la guerra imprime al paesaggio ma, piuttosto, sul volto umano. Egli è guidato da una curiosità innata e dal senso di meraviglia circa il mondo e tutti coloro che lo abitano, ed ha una straordinaria capacità di attraversare i confini della lingua e della cultura per catturare storie di esperienza umana. Steve McCurry scattò la foto a Gula al campo profughi di Nasir Bagh, nei pressi di Peshawar (in Pakistan), nel 1984. Inviato lì dal National Geographic per documentare la situazione dei profughi afgani dopo l’invasione, McCurry incontrò improvvisamente una ragazzina, che studiava in una scuola improvvisata all’interno del campo. Il reporter ebbe quindi la rarissima possibilità di fotografare una donna afgana e infine realizzò lo scatto.Il grande maestro della fotografia e fotoreporter americano conosciuto principalmente per la fotografia Ragazza afgana, pubblicata come copertina del National Geographic Magazine di giugno 1985, divenuta la più nota uscita della rivista e poi utilizzata per anni da Amnesty International.

Secondo quanto riferito dal quotidiano locale Dawn News la donna con gli occhi di ghiaccio è stata accusata dagli agenti dell’agenzia federale di aver falsificato il documento nazionale di identità computerizzato (Cnic) pakistano. Le indagini a carico della donna erano iniziate nel febbraio del 2015, quando alcuni funzionari pakistani avevano segnalato delle irregolarità sui documenti di identità in suo possesso, come ha riportato l’agenzia di stampa Afp. Secondo quanto dichiarato dagli stessi funzionari, nel 2014 Sharbat aveva fatto richiesta alle autorità al fine di ottenere una carta d’identità pakistana, facendosi registrare con il nome di Sharbat Bibi.

Un portavoce del National Database and Registration Authority (Nadra) ha confermato sempre all’agenzia Afp che l’agenzia federale d’investigazione pakistana (Fai) stava già indagando sul caso di Sharbat Gula. <<Questo è uno dei tanti casi su cui si sta lavorando già da lungo tempo e inviato alla Fia. Siamo in attesa di ricevere i risultati dell’indagine>>, ha precisato il funzionario. Molti rifugiati afghani cercano di ottenere le carte d’identità pakistane usando documenti falsi, e il caso di Sharbat si somma a quello di tanti altri.

“Negli ultimi dodici anni, sono state intercettate e bloccate circa 23mila schede inoltrate dai rifugiati afghani per richiedere carte d’identità pakistane”, ha aggiunto inoltre il funzionario. Nella registrazione ufficiale raccolta dagli impiegati del Nadra, Sharbat Gula ha dichiarato di essere nata nel gennaio del 1969 e ha indicato come luogo di nascita la città pakistana di Peshawar. Alla domanda per ottenere una carta identità pakistana, Sharbat ha allegato una foto che la ritrae con gli stessi penetranti occhi verdi e gli stessi lineamenti immortalati nella foto scattata 32 anni fa da McCurry, ma con qualche anno in più e avvolta da un hijab nero che le copre per intero il capo. Un alto funzionario dell’ufficio di Nadra a Peshawar, dove sono state emesse le carte, ha confermato l’indagine a carico della donna, precisando che la donna si è presentata con un altro nome e con due presunti suoi figli, Rauf Khan e Wali Khan. Le indagini hanno determinato che la ragazza afghana, Sharbat Bibi, ha due figlie e un bambino di due anni mentre ai funzionari aveva indicato due uomini come figli suoi. Il dipartimento di vigilanza dell’anagrafe ha poi interpellato i familiari indicati sul modulo e questi hanno rifiutato di riconoscere i due uomini come figli della donna. I due si sono rivelati persone straniere alla ricerca di documenti pachistani senza la possibilità di poterli ottenere per vie legali. L’arresto si è rivelato inevitabile.


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