DOCTOR STRANGE, lo Stregone Supremo della Marvel adesso al cinema

Era il film più atteso dell’anno per quanto riguarda l’Universo Cinematografico Marvel, forse per certe vesti anche più di Captain Amercia: Civil War. Il merito è soprattuto del  marketing della Disney che ci ha permesso un lungo percorso di avvicinamento all’opera e soprattutto la scelta di Benedict Cumberbatch come attore protagonista. Anche il resto del cast con Rachel McAdams, Chiwetel Ejiofor, Tilda Swinton e anche l’ottimo villain Mads Mikkelsen. Applausi anche alla regia di Scott Derrickson, grande fan del fumetto e per questo in grado di rendergli giustizia sul grande schermo.

Basta la sequenza iniziale per capire che in Doctor Strange ci troviamo di fonte a un film visivamente tra i migliori, se non il migliore, di sempre per la Marvel. Delle sequenze spettacolari, esaltate da un 3D mai come questa volta necessario per immergervi al meglio nella storia e nella sua intrigante complessità degna di un cubo de Rubik. La stessa storia può definirsi unica rispetto a quella di tutti film precedenti della Casa delle Idee, anche se a tratti la sceneggiatura cade nel vecchio vizio di casa Disney diventando banale e prevedibile.Il film non annoia mai soprattutto grazia a Benedict Cumberbatch che ci regala momenti molto intensi ad altri di humour, soprattutto nella prima ora. L’alternanza tra la parte più umana di Strange e quella mistica rende il ritmo della storia interessante e, essendo tematiche nuove per quanto riguarda i film della Marvel, erano anni che non un personaggio non affascinava così tanto. Le sorprese non mancheranno nel corso delle quasi due ore di film, che lascia il messaggio su come a volte bisogni fare del male per ottenere del bene. Le tante citazioni del film, basti pensare alla graphic novel del 1986 Doctor Strange – Into Shamballa, non faranno altro che aumentare la voglia dei fan di vedere un altro film con questo eroe così particolare ed interessante. Le arti mistiche hanno da sempre accompagnato l’uomo ma erano state fino a questo momento escluse dall’Universo Cinematografico Marvel, mentre ora ci sono e proprio per questo rendono il Doctor Strange un eroe molto vicino al pubblico.

Tilda Swinton è perfetta nel ruolo dell’Antico, dato che riesce a dargli un ambiguità notevole, mentre probabilmente ci saremmo aspettati una maggiore caratterizzazione del cattivo Mads Mikkelsen a tratti troppo superficiale, come del resto la fidanzata/amante/collega di Strange interpretata da Rachel McAdams. La cosa più bella del film come detto però è l’impatto visivo che in alcune sequenze rimanderanno sicuramente all’ Inception di Christopher Nolan e non esageriamo dicendo che questo film potrà essere un punto di svolta importante per la Marvel come quello lo fu nella carriera del regista inglese.

Il cameo onnipresente di Stan Lee, oggetti magici ed interessanti come l’occhio di Agamotto e la Cappa della Levitazione oltre a due cameo dopo i titoli di coda faranno il resto per rendere ancora più interessante per lo spettatore resistere fino alla fine. Il tempo è sicuramente un argomento interessante e l’ego smisurato del Doctor Strange ha meritato le due ore che il pubblico ha voluto dedicargli in sala, la Marvel finalmente ha l’eroe magico che tutti aspettavamo.

Per mesi ci hanno letteralmente bombardato di pubblicità su questo quattordicesimo film della Marvel proponendoci foto dal set, poster e svariati trailer. Lo stesso Benedict Cumberbatch per promuovere la pellicola andava addirittura nei comic book stores newyorkesi a firmare il relativo fumetto, come da ormai consolidata scuola Deadpool, con Ryan Reynolds che diventa improvvisamente un simpaticone sui social. Tra polemiche sul whitewashing e le alte aspettative per la scelta dell’attore protagonista, finalmente abbiamo avuto anche noi l’opportunità di immergerci in questo enorme caleidoscopio dalle tinte orientali. Di primo impatto si notano subito i riuscitissimi effetti speciali, dai viaggi astrali stile Ipnorospo di Futuramaalla città destrutturata che ricorda Inception, complice anche l’intelligente mezzo del 3D, sembra davvero di ritrovarsi in mondi paralleli a tratti inquietanti come la ‘Dimensione Specchio’. Molto ben fatta anche la struttura visiva delle magie che ricordano dei mandala disegnati da monaci tibetani. L’ambientazione insomma risulta azzeccata, forse unico elemento di spessore se paragonata ai personaggi. Stephen Strange infatti rappresenta il clichè di uomo arrogante e materialista che per una serie di eventi si vede costretto a cambiare e ampliare la sua visione della vita. Da brillante chirurgo con un ego smisurato, interessato alla fama piuttosto che ai pazienti, si ritrova a perdere tutto di colpo per un incidente d’auto, che gli preclude per sempre l’uso delle mani. Disperato giunge a Kathmandu per apprendere le arti mistiche dall’Antico, interpretato da un’androgina Tilda Swinton. Come Neo in Matrix lui sembra essere il prescelto e impara velocemente, forse troppo, i segreti della magia e delle arti marziali. Inizia infatti a utilizzare il più potente talismano esistente, L’Occhio di Agamotto, per stravolgere il continuum spaziotemporale. Il futuro Stregone Supremo si ritrova a dover affrontare un vecchio adepto passato al “lato oscuro”, Kaecilius interpretato da Mads Mikkelsen, ora diventato discepolo del potente Dormammu (la cui rappresentazione grafica è un incrocio tra nonna Salice di Pocahontas e il capo del Nuovo Ordine di Guerre Stellari episodio VII), signore della Dimensione Oscura desideroso di impadronirsi di tutti i mondi esistenti. Kaecilius, truccato come uno dei Kiss, cerca infatti con altri stregoni dediti alle arti oscure, di distruggere tutti i santuari che proteggono il mondo degli umani, uccidendone i maghi guardiani. Lo scontro principale avviene proprio nel Sancta Santorum di New York, dove vediamo il fulcro dell’azione con un ancora impacciato Doctor Strange che viene aiutato dalla cappa della levitazione che sembra avere vita propria ed essere anche molto spiritosa. Non manca infatti la sfumatura giocosa di stampo Marvel.

Cumberbatch deve attingere a tutte le sue capacità di bravo attore per rendere il famoso dottore meno ridicolo e “macchietta”, districandosi tra le varie scenette comiche che non si addicono al personaggio. Dalle premesse e dalla scelta del regista, Scott Derrickson, ci si aspettava più introspezione e più scene cupe, tanto che si vociferava un prodotto più alla Christopher Nolan. A fare da ‘spalla comica’ troviamo Wong, interpretato da Benedict Wong, che passa da servitore nella versione cartacea a bibliotecario in quella cinematografica. Controverso per i lettori più accaniti è il personaggio di Karl Mordo portato sullo schermo da Chiwetel Ejiofor. Egli infatti si contraddistingue per la sua sete di potere e voglia di prevaricazione, mentre nel film sembra un cieco sostenitore dell’Antico che ad un certo punto si accorge che forse deve riflettere meglio su ciò che crede vero. Sembra quasi che abbiano voluto trasferire la sua personalità a Kaecilius per lasciare spazio a una sua evoluzione malvagia in futuro. Rachel McAdams interpreta invece il ruolo di Christine Palmer, collega e amante di Stephen, rimanendo sempre in disparte e apparendo inscena solo quando serve per curare il malcapitato di turno, come prelevata dal set di un episodio Grey’s Anatomy giusto per dire due battute e scomparire nuovamente.

Questo film va inteso come anello di congiunzione tra i vecchi film consacrati da Iron Man e il nuovo universo espanso Marvel. Ci sono infatti molti riferimenti e collegamenti al suo interno. Scopriamo che nell’Occhio di Agamotto è contenuta una delle gemme dell’Infinito, precisamente quella del Tempo, che sono i cardini dell’universo e donano poteri immensi a chi le possiede. Questo ci riporterà ad Avengers Infinity War, nel quale evidentemente rivedremo il dottore. Le altre gemme sono quella dello Spazio, contenuta nel Tesseract, quella della Mente ora incastonata sulla fronte di Visione, quella della Realtà che appartiene al Collezionista e quella del Potere ora nelle mani dei Nova Corps. Immancabile anche il cameo di Stan Lee, lo troviamo su un autobus che legge Le porte della Percezione, libro del 1954 di Aldous Huxley, che descrive i trip sotto effetto di mescalina dell’autore, spiritosa metafora dei viaggi astrali di Stephen Strange. Qui si evince tutta la tematica del film, a mio parere rimasta sottotrama, dell’ondata new age olistica tipica degli anni sessanta. In quell’epoca vennero introdotte in occidente le pratiche mistiche orientali, ed è su questo punto che si divide l’anima cinica e razionale di Strange, che si ritrova a dover fare i conti con fenomeni inspiegabili con la scienza. La magia impregna tutto il film, dalla scomposizione della materia ai mandala di luce che creano gli stregoni muovendo le mani nell’aria, per arrivare alla creazione di portali con movimenti circolari. Sullo skyline di New York i più attenti avranno scovato la ex Stark Tower, ora base operativa degli Avengers, con la caratteristica A gigante impressa sulla facciata. Per chi avesse ancora dubbi sulla collocazione temporale rispetto agli altri film dell’MCU, durante il viaggio in macchina all’inizio del film, il protagonista riceve una telefonata in cui la sua assistente dice: “Ho un colonnello della Marina di 45 anni, che si è schiacciato la spina dorsale in una sorta di armatura sperimentale”. Chi ha visto Civil War collegherà subito il personaggio allo sfortunato colonnello James “Rhodey” Rhodes, nelle pellicola di qualche mese fa precipitava indossando l’armatura di War Machine. Tirando le somme, gli appassionati del personaggio nato dalla penna di Steve Ditko negli anni ’60 storceranno quindi un po’ il naso vedendo il lavoro di Derrickson, da cui esce un mago che si discosta dai fumetti per entrare in una dimensione più comica, miscelando la personalità di Iron Man con le magie alla Harry Potter e alle sfumature asiaticheggianti in stile La Tigre e il Dragone.

Alla fine del film, come tutti ormai dopo otto anni di film Marvel sanno bene, ci sono 2 scene extra. Nella prima Stephen dialoga con Thor sulla minaccia che costituisce Loki per la Terrra, offrendosi di aiutarlo a ritrovare Odino, altro collegamento che ci porterà tra un anno al terzo capitolo della saga del dio norreno: Ragnarok. Nella seconda ritroviamo invece Mordo che costringe a ritornare paraplegico l’uomo che aveva consigliato a Strange di andare in Nepal per curare le sue mani dopo l’incidente, dichiarando così in qualche modo guerra a chi (ab)usa i poteri cosmici infrangendo troppe regole, confermando così i sospetti circa un probabile sequel e al suo prossimo villain.

Quattordicesimo film per i Marvel Studios nonché secondo film della cosiddetta fase tre, ecco arrivare nelle sale Doctor Strange, personaggio di seconda fila ma dalle radici antiche, la cui prima apparizione risale al 1963, creato da Steve Ditko, storico disegnatore della Casa delle Idee.

Mister Feige, l’uomo dietro tutte le produzioni cinematografiche della Marvel ha voluto Scott Derrickson alla regia ed è stata una scelta saggia perché il suo curriculum è ancora breve ma già ricco e interessante, avendo firmato film quali L’esorcismo di Emily Rose, il suo primo nel 2005, Sinister (del 2008, che rimane uno dei migliori horror degli ultimi anni, superato solo da pochi titoli, tra cui appunto l’esordio nel lungo dello stesso regista) e Liberaci dal Male  nel 2014 (trascurabile il remake di Ultimatum alla Terra del 2008).

Se lo stesso Feige suggerisce di recuperare la miniserie di Brian K. Vaughan intitolata Il Giuramento come propedeutica alla visione per i meno appassionati, i primi trailer del film avevano fatto un po’ preoccupare per quell’aria di dejà-vu che mescolava elementi di Dark City (film sottovalutatissimo eppure seminale), Inception e Matrix, ora che siamo di fronte al fatto compiuto possiamo tirare più di un sospiro di sollievo. Sì, perché il film, nonostante i suoi difetti, funziona benissimo. Non solo perché diverte ed intrattiene e quindi assolve alla sua funzione primaria, è proprio che nel complesso – e soprattutto se paragonato agli altri titoli più o meno recenti – è piuttosto buono. I difetti sono i soliti di praticamente tutte le produzioni Marvel, a partire da un umorismo da due soldi fatto di battutine da comicità parrocchiale buona per tutte le età messe un po’ ovunque e a caso; il poco pathos generale (non importa quale intoppo l’eroe di turno deve affrontare, tanto sappiamo benissimo che finirà bene, si tratta solo di vedere come); il dipanarsi della trama non è propriamente ben calibrato, succede troppo in troppo poco tempo; il cattivo di turno non è poi ‘sta gran cosa, tendenza questa ormai consolidata e preoccupante.

Ma per il resto, a parte un doppiaggio in cui inevitabilmente qualche battuta qua e là si perde, si va lisci come l’olio, compreso un 3D discretamente funzionale (lo stesso regista suggerisce di vedere il film in IMAX 3D se possibile). Il film parte un po’ lento e in maniera deboluccia e sostanzialmente già vista, ma migliora man mano e tutta la seconda parte è in crescendo, al contrario di molti altri cinecomics dove succede l’esatto opposto. Nel complesso è forse poco weird e poco strange, soprattutto rispetto a molte storie a fumetti, ma non manca di suscitare meraviglia sincera, anche grazie a degli effetti sopra la media delle recenti produzioni tirate al risparmio. C’è un ottimo ritmo e il montaggio scandisce bene i tempi, fino a un finale molto ben congegnato e sanamente divertente e sorprendente (tutta la sequenza per difendere l’ultimo tempio e quella che contrappone Strange a Dormammu sono davvero riuscite). La durata di poco sotto le due ore è più che onesta e ben accetta, Stan Lee ha il solito immancabile divertente e divertito cameo e non mancano nemmeno le classiche scene post titoli di coda (una nel mezzo, l’altra alla fine, come sempre, eppure c’è ancora chi se ne va prima, anche nelle proiezioni per la stampa). Qui è più divertente la prima, dove gli spettatori troveranno una faccia famigliare, della seconda, dove pure riappare per un paio di minuti Benjamin Bratt che nel film ha un personaggio piccolo ma al tempo stesso chiave nelle scelte del protagonista.

La differenza rispetto ad alcune pellicole di casa Marvel la fa anche e soprattutto l’ottimo cast, capitanato dal fuoriclasse Benedict Cumberbatch, perfettamente a suo agio anche nei panni di Strange, che interpreta con la giusta carica e baldanza. Tilda Swinton è l’Antico, personaggio reso così così a livello di sceneggiatura ma molto ben interpretato dall’attrice, che aggiunge un’altra figura androgina e ambigua alla sua galleria; Chiwetel Ejiofor, già esperto artista marziale per Mamet in Redbelt è una sicurezza nei panni di Mordo. Un po’ sprecato Mads Mikkelsen come main villain, Kaecilius, ma da consumato professionista qual è fa il massimo col poco a sua disposizione. Va peggio a Rachel McAdams che ha il personaggio più scialbo e incolore, moscio ma non per colpa sua, che cerca di dare a Christine Palmer quel po’ di umanità e profondità negata dallo script. Il migliore risulta Benedict Wong, visto nel Marco Polo della Netflix, che impersona Wong, uno dei custodi del tempio e discepolo dell’Antico, soprattutto nei suoi duetti con il personaggio principale.

A conquistare è soprattutto la resa visiva, che riesce a risultare cupa ma non pesante, bilanciando le solite battutine disseminate lungo tutto il film, affascinante nel mostrare il multi verso, i mondi che ruotano e si intrecciano, i palazzi che si ripiegano su sé stessi e le mille geometrie fantastiche di un mondo magico-esoterico che ha tutte le potenzialità per future riuscite espansioni anche a livello cinematografico.

I commenti sono chiusi.