Io leggo perchè…

La lettura è uno dei tanti argomenti che non passano mai di moda, e sempre attuale. La domanda è sempre la stessa: leggere è utile o non serve a nulla? In Italia secondo recenti statistiche si dimostra che gli italiani non sono proprio un popolo di lettori, nonostante la gran parte della letteratura mondiale sia nata nel nostro paese.”Leggere è il cibo della mente” questa frase si sente molto spesso e racchiude all’interno moltissimi significati. La certezza è che leggere fa bene a noi stessi in svariati modi, per esempio aiuta lo sviluppo e il perfezionamento del linguaggio, una persona che legge migliora il proprio modo di parlare infatti il discorso è più fluido. Oltre che relazionarsi in modo migliore con le persone che le stanno attorno perfeziona il suo modo di scrivere migliorando l’ortografia e arricchendo il suo vocabolario personale. Allora perché i ragazzi leggono poco e preferiscono computer e televisione ad un romanzo? Secondo me la risposta è semplice. In tanti anni i ragazzi sono stati abituati a leggere per obbligo e non per il piacere di farlo. Questa “forzatura” può essere positiva solo se il testo scelto riesce ad appassionare il lettore. Spesso però ciò non avviene e vengono proposti testi che ai ragazzi proprio non interessato, creando e radicando in loro una reticenza alla lettura sempre maggiore. Voglio quindi consigliare cinque libri che potrebbero appassionare,avvicinare e sorprendere i ragazzi tanto da non fargli più abbandonare il fantastico mondo della lettura.

1  IL PICCOLO PRINCIPE

E’ l’opera più conosciuta di Antoine de Saint-Exupéry. Pubblicato il 6 aprile 1943 da Reynal e Hitchcock in inglese, e qualche giorno dopo in francese, è un racconto molto poetico che, nella forma di un’opera letteraria per ragazzi, affronta temi come il senso della vita e il significato dell’amore e dell’amicizia. Ciascun capitolo del libro racconta di un diverso incontro che il protagonista fa con diversi personaggi e su diversi pianeti e ognuno di questi bizzarri personaggi lascia il piccolo principe stupito e sconcertato dalla stranezza dei “grandi” (I grandi non capiscono mai niente da soli, ed è faticoso, per i bambini, star sempre lì a dargli delle spiegazioni). Ad ogni modo, ognuno di questi incontri può essere identificato come un’allegoria o uno stereotipo della società moderna e contemporanea. Protagonista è un pilota di aerei, precipitato nel deserto del Sahara, incontra un bambino che gli chiede “Mi disegni una pecora?”. Stupito, il pilota gli disegna una scatola, dicendogli che dentro v’era la pecora che desiderava. Poco per volta fanno amicizia, ed il bambino dice di essere il principe di un lontano asteroide, sul quale abita solo lui, tre vulcani di cui uno inattivo e una piccola rosa, molto vanitosa, che lui cura e ama. Il piccolo principe racconta che, nel viaggiare per lo spazio, ha conosciuto diversi personaggi strani, che gli hanno insegnato molte cose. La cura per la sua rosa l’ha fatto soffrire molto, perché spesso si è mostrata scorbutica. Ora che è lontano, il piccolo principe scopre piano piano che le ha voluto bene, e che anche lei gliene voleva. Purtroppo però non si capivano. Il piccolo principe, proveniente dall’asteroide B-612, aveva bisogno di una pecora per farle divorare gli arbusti di baobab prima che crescessero e soffocassero il suo pianeta. Nonostante la ricchezza di illustrazioni, Il Piccolo Principe non è soltanto un libro per bambini. Nel caso di questo racconto, come di altri libri, infatti possiamo trovare al suo interno messaggi diversi a seconda dell’età o del momento a cui ci avviciniamo alla lettura.‘Non si vede che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi’. Ecco la citazione più nota che possiamo trarre da questo libro, ma cosa significa veramente? Possiamo interpretarla così: la vera bellezza delle persone risiede in ciò che tengono segreto dentro. Sono le cose nascoste a renderle davvero speciali, quelle cose che non sono immediate e nemmeno facili da raggiungere e che possiamo scoprire davvero solo se vogliamo approfondire il rapporto con una determinata persona e se ci impegniamo ad esserle amici.  Ad un certo punto della storia il piccolo principe incontra un geografo che rifiuta di esplorare il proprio mondo perché è troppo occupato a fare ricerche su luoghi lontani. Rischiamo,come il geologo, di cadere nella trappola di cercare altrove – e dunque di non trovare – ciò che invece è già presente dentro di noi. Ecco perché è importante conoscere innanzitutto se stessi per poi confrontarsi con gli altri e con il mondo.  ‘E’ il tempo che hai dedicato alla tua rosa ad averla resa così importante’, spiega la volpe al piccolo principe. E’ il tempo che dedichiamo agli altri ad aiutarci a creare un vero legame con loro. Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici.

2 ALICE NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE

Lewis Carroll, nome d’arte di Charles Lutwidge Dodgson (1832-1898), scrive Le avventure di Alice nel Paese delle meraviglie (in inglese: Alice’s Adventures in Wonderland) nel 1865. Secondo la tradizione, la storia sarebbe stata inventata dal reverendo durante una gita in barca con un altro religioso e tre bambine, le sorelle Liddell; Alice, che all’epoca era ancora una bambina, secondo molti critici sarebbe l’ispiratrice del personaggio centrale del racconto.

La complessità del testo originale, ricco di giochi di parole, filastrocche, poemetti e riferimenti letterari mascherati e difficilmente traducibili letteralmente in un’altra lingua, ne fa un libro per l’infanzia assai particolare e aperto a molto possibilità di lettura diverse. In più Carroll, sulla scorta della propria formazione di matematico, nasconde tra le righe molti giochi ed enigmi matematici, che si sommano ai numerosi indovinelli che costellano le avventure fantastiche della protagonista. In tal senso, Alice nel Paese delle meraviglie ha sempre rappresentato una sfida per tutti i critici e i traduttori di Carroll. Nel 1871 L’autore pubblicò anche un seguito del suo fortunato libro, intitolato Through the looking-glass, and what Alice found there (in italiano: Attraverso lo specchio e quello che Alice vi trovò). Il libro comincia con  Alice  che si trova in giardino insieme alla sorella. Vede un Coniglio Bianco col panciotto e decide di inseguirlo. Entra in una tana e dopo una lunga caduta, si ritrova in una stanza con tantissime porte. Prova ad aprirle tutte, ma non succede nulla perché sono chiuse a chiave. Nota poi un tavolinetto sopra al quale si trova una chiave, che risulta però essere troppo piccola per qualunque serratura abbia provato. Per caso nota una tenda, la sposta e dietro vi trova una porticina con una serratura delle giuste dimensioni. La chiave è perfetta per la porta e riesce ad aprirla senza problemi, ma ora è Alice a essere troppo grande per poter passare. Si guarda intorno e nota sul tavolinetto una bottiglia con la scritta “drink me“, bevimi. Controlla bene che non ci sia la parola veleno scritta da qualche parte e la beve tutta d’un fiato. Si ritrova improvvisamente molto più piccola, delle perfette dimensioni per passare, ma purtroppo si accorge di aver dimenticato la chiave sul tavolinetto, a cui ora ovviamente non arriva più. Momento di crisi, scoppia a piangere. Si guarda ancora intorno e vede sotto al tavolino una scatola di dolcetti con le parole “eat me“, mangiami. Pensa che in ogni caso la situazione non potrebbe che migliorare: se la facesse crescere, potrebbe raggiungere la chiave; se la facesse rimpicciolire, potrebbe passare sotto la fessura della porta. Così decide di mangiare un pasticcino. Da questo punto in poi Alice non avrà più tregue per il repentino susseguirsi di avventure. Alice nel paese delle meraviglie è considerato il capolavoro nonsense di Carroll, che pure in altre sue opere per bambini mette in mostra contenuti più esplicitamente educativi e modalità narrative di stampo decisamente più prevedibile e tradizionale. Il suo Alice nel paese delle meraviglie, al contrario, rappresenta un’eccezione nel panorama della letteratura per l’infanzia dell’epoca e costituisce dunque un contributo senza precedenti nella trasformazione di questo genere in un vero e proprio genere autonomo, con sue specifiche regole e finalità al di là della più scontata messa in mostra di buoni sentimenti, pathos e principi morali che caratterizzavano gli altri libri per bambini dell’epoca. L’esperienza fantastica di Alice nel “mondo delle meraviglie” rappresenta infatti il classico topos dell’ingresso in un “mondo alla rovescia”, in cui, con straordinaria potenza inventiva e creativa (anche a livello linguistico ed espressivo).

3 IO SPERIAMO CHE ME LA CAVO

Io speriamo che me la cavo. Sessanta temi di bambini napoletani è un libro scritto nel 1990 dal maestro elementare Marcello D’Orta nella forma di una raccolta di sessanta temi svolti da ragazzi di una scuola elementare della città di Arzano, un comune dell’entroterra nord di Napoli. Da questo libro fu tratto il film omonimo del 1992, interpretato da Paolo Villaggio e diretto da Lina Wertmüller. Nel 2007, l’opera diventa una commedia musicale con Maurizio Casagrande, musiche di Enzo Gragnaniello. Nei loro scritti, i bambini che raccontano con innocenza, umorismo, dialettismi (errori grammaticali, appositamente non corretti) storie di vita quotidiana di bambini che osservano con i loro occhi fenomeni come la camorra, il contrabbando, la prostituzione, gravidanze inaspettate; un affresco sul disagio socio-economico del sud, dove troppo spesso lo Stato è assente, inefficiente e corrotto. Nonostante tutto però dal racconto si evince un sud pieno di cittadini che con coraggio vivono la loro vita in modo onesto e dignitoso, non cedendo al richiamo dei soldi facili della camorra. Il titolo del libro è dato dalla frase con cui un alunno, il più scalmanato di tutti (che alla fine del libro ha una sorta di “conversione dell’Innominato” verso lo studio e il senso del dovere), conclude il suo tema sulla parabola preferita di Gesù, ossia l’Apocalisse, ribattezzata da quello studente con la locuzione “la fine del mondo”.Un libro che fece divertire e riflettere tutta la penisola, raccontando uno spaccato del nostro paese che mai fino ad allora era venuto alla luce con tanta autenticità. Tra le altre cose, il libro  sdoganò un termine rimasto nell’immaginario collettivo: “Sgarrupato”. Ciò che vive tra queste righe, circondato dalle emozioni rapite e immortalate dall’attimo che le ha partorite. E se quegli attimi poi, appartengono ai bambini, il miracolo si compie e le immagini riportano in superficie tutto, ogni singola sensazione. Eppure nessuno, o forse pochi, avrebbero immaginato che Io speriamo che me la cavo, sarebbe diventato un vero bestseller.ll maestro elementare Marcello D’Orta, raccoglie sessanta temi scritti dai bambini della scuola elementare di Arzano, provincia di Napoli, e ne fa un libro. Immaginate l’impatto, nel sentire le voci di questi piccoli osservatori, involontari protagonisti di una storia non troppo fortunata. Le loro storie infatti, sono impregnate di disagi, di miseria e di camorra. E il tutto è filtrato dai loro stessi occhi, ecco perché l’innocenza e l’umorismo si fanno sentire, raddoppiando però la drammaticità, la commozione.

4 L’OMBRA DEL VENTO

Il giovane protagonista, Daniel Sempere, vive con il padre, proprietario di un modesto negozio di libri usati, a Barcellona. Daniel, che è anche la principale voce narrante del romanzo, si sveglia all’alba del suo undicesimo compleanno angosciato perché non ricorda più il volto della madre,deceduta alla fine della guerra a causa del colera. È il 1945. La stessa mattina, il padre lo porta nel Cimitero dei Libri Dimenticati, una labirintica e gigantesca biblioteca, nella quale vengono conservati migliaia di volumi sottratti all’oblio. Qui lo invita, secondo tradizione, ad adottare uno dei libri e a promettere di averne cura per tutta la vita. La scelta ricade su L’ombra del vento dello sconosciuto autore Julian Carax. Daniel ne è rapito, e legge il libro tutto d’un fiato. Il suo entusiasmo lo porta a cercare altri libri dello stesso autore, ma scopre che quella in suo possesso potrebbe essere l’unica copia sopravvissuta di tutte le opere di Carax. Un uomo misterioso, dalle fattezze macabre, da anni ne cerca gli scritti per darli alle fiamme. Si fa chiamare Laìn Coubert, personaggio presente anche nei libri dello scrittore, dove rappresenta il Diavolo in persona. Tutte le vicende e le ricerche di Daniel si intrecciano con la storia della decadente Barcellona, ferita dalla guerra civile e dal franchismo, raffigurata spesso con toni foschi e sotto una pioggia battente.Daniel inizia a indagare sul mistero riportando alla luce storie di famiglie distrutte, amori fatali, infanzie difficili, incondizionata amicizia, lealtà assoluta e follia omicida. Una ricerca che dura un decennio e che accompagna Daniel nella sua crescita, fino a quando diventa un uomo; una ricerca che mette in evidenza tutta una serie di eventi e circostanze simili a quelli della vita di Carax. Un parallelismo che sconvolge e turba. Un romanzo costruito con cura, L’ombra del vento di Zafon tradisce l’eredità dei grandi del passato, da Dickens a Dumas, a Hugo e rivela l’influenza del romanzo gotico. Nè si può ignorare che il romanzo di iniziazione per antonomasia, il romanzo picaresco, nasce in Spagna con il Lazarillo de Tormes e la storia di Daniel Sempere altro non è che un’avventura picaresca, un percorso a tratti doloroso attraverso la vita, che lo conduce alla maturità e alla consapevolezza. Il suo amore per Bea, l’amicizia persa e ritrovata con il fratello di lei Tomàs, sono lo specchio d’una storia di anni precedenti che aveva visto protagonisti Julian Carax, scrittore incompreso, autore di un romanzo dal titolo “L’ombra del vento”, la sua amata Penelope e il fratello Jorge. Un romanzo nel romanzo, più romanzi nel romanzo se si considerano altre vicende e altri personaggi collaterali, non meno importanti come Nuria Monfort, Fermìn Romero de Tormes e il perfido Fumero, sempre al servizio del più forte, spregevole sia nella vita privata che come rappresentante del regime. Ed è il regime franchista che si rivela qua e là nel corso della narrazione che aggiunge all’opera l’impronta del romanzo storico. Questo gioco di specchi che si alternano con un avvicendarsi di personaggi e fatti appunto speculari è tenuto insieme dall’elemento centrale del racconto, il volume ritrovato da Daniel nel Cimitero dei Libri Dimenticati. È l’ultima copia dell’opera di Julian Carax che scatena la lotta tra il bene e il male e getta su alcuni personaggi un’ombra inquietante che ci riporta alle atmosfere create da un Horace Walpole o da Mary Shelly. La stessa Barcellona, impressa nell’immaginario collettivo con gli smaglianti colori di Gaudì o di Mirò, assume le fosche tinte della nebbiosa e umida Londra di Dickens. L’impianto del romanzo sembra essere costruito con attenzione e precisione quasi scientifica: i riferimenti culturali sono numerosi e nell’insieme si tratta di un’opera che può essere letta anche dai più giovani, proprio per la sua trama avventurosa e per quel finale un po’ melodrammatico. Il vero messaggio, sia pure subliminale, consiste nella certezza che la letteratura, la pagina scritta, le parole hanno più vita degli esseri viventi. Esse si animano e si rianimano ogni volta che qualcuno le sfoglia o le legge. La pagina scritta può contenere in sé il dono dell’eternità , può entrare in sintonia col lettore, rappresentare le sue speranze o le sue delusioni.

5) I PETUNES (non essendo un libro possiamo considerarlo un piccolo vezzo)

Peanuts (letteralmente noccioline, ma qui nel senso di “piccolezze” o “cose da poco”) è un fumetto giornaliero scritto e illustrato da Charles Monroe Schulz, pubblicato dal 2 ottobre 1950 al 13 febbraio 2000 (il giorno dopo la morte dell’autore). Il fumetto, pubblicato per gran parte della sua produzione in strisce quotidiane di quattro vignette, è stato uno dei più famosi e influenti: è stato infatti pubblicato in oltre 2600 giornali, con un bacino di 355 milioni di lettori in 75 Paesi nel mondo e tradotto in 21 lingue diverse. In Italia è pubblicato dal mensile Linus e ogni giorno sul quotidiano online Il Post. Un gruppo di bambini e un cane, anche se un po’ particolare. Questi sono i protagonisti dei Peanuts, una saga di fumetti durata cinquant’anni, creata da Charles M. Schulz, la quale ha attraversato tutti i momenti più importanti della storia occidentale, cambiando con il mondo, talvolta persino influenzandolo. Entrando nella cultura del popolo americano, insediandosi tra le pagine dei giornali epocali, fino a farsi conoscere anche in Europa e poi ovunque, praticamente in tutto il mondo. Lezioni di vita, concentrate in una serie di battute e scenette indimenticabili, per raccontare la società, per far pensare, per ridere e far ridere. E pensare che nel 1947, quando per la prima volta vedono la luce i Peanuts, questi sono ancora molto lontani da come diventeranno famosi. Il giornale St. Paul Pioneer Press, dà una chance a Schulz ma la prima pubblicazione vede i personaggi chiamati con un altro nome: “Li’l Folks”, ossia “personcine”. Il prodotto è ancora lontano da quello che conoscono tutti ma, tre anni dopo, la United Feature Syndicate, azienda leader in America nelle strisce a fumetti e colonne editoriali, decide di appropriarsene, cambiando però il nome in Peanuts. Schulz non piace il nome, che definisce ridicolo, ma gli tocca accettarlo, visto che in poco tempo, dal 2 ottobre 1950 in poi, le sue strisce vengono pubblicate sui migliori quotidiani statunitensi, dal Washington Post al Chicago Tribune, iniziando una vera e propria ascesa nell’olimpo dei fumetti. Sarà enorme il successo e nessuno, a quel tempo, pur scommettendo sulle grandi capacità dell’autore, avrebbe mai potuto immaginare un risultato di tale portata


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