Il Caffè Chantant di Tato Russo dal 4 novembre all’Augusteo di Napoli

Il Caffè Chantant  è un Caffè con spettacoli di varietà, ballerine, cantanti e attrazioni varie Le prime forme di questo genere teatrale apparvero a Londra nel XVII secolo a scopo pubblicitario, con spettacoli di canto, musica e ballo improvvisati, allestiti su pedane di fortuna. In seguito la voga si diffuse in Francia e soprattutto a Parigi, dove vennero costruiti molti locali con attrezzature teatrali stabili e qui conobbe il suo massimo splendore durante la belle époque.

Il caf’conc, come venne chiamato familiarmente in francese è, secondo il Grand Dictionnaire Larousse del XIX secolo, allo stesso tempo una sala da concerto e una sala da the, che riuniva un pubblico che pagava con le consumazioni il piacere di ascoltare brani d’opera, delle canzonette o assistere a delle brevi recitazioni drammatiche e dei tableaux vivants, delle riviste riccamente allestite con effetti di luce e grande uso delle macchine teatrali, dei balletti e degli esercizi acrobatici. A differenza dei tabarin, molto simili, non vi si praticava il ballo da parte degli spettatori.

Già dall’epoca esisteva un pesante pregiudizio verso questo nuovo genere, nonostante sia gli esecutori che gli spettatori ne rivendicavano lo statuto artistico. La definizione di caffè-concerto come puro luogo di consumazione è tuttavia da sfumare, poiché le consumazioni potevano essere sostituite da un biglietto per l’ingresso. Quanto all’aspetto formale dei locali, esso si avvicinò sempre più ai teatri.In seguito all’abolizione dei privilegi dei teatri nel 1864, i café-concert uscirono dall’ombra dei teatri. L’importanza di tale avvenimento consistette nella possibilità, da parte dei locali che organizzavano spettacoli, di poter fare a meno della sorveglianza dei direttori teatrali, per cadere però sotto la tutela diretta della polizia. La pubblica amministrazione moltiplicò le ordinanze a favore di queste strutture e del genere teatrale, che quindi si diffuse liberamente e velocemente.Fu l’età d’oro dei divertimenti: Parigi divenne il modello del divertimento su scala europea, fama che perse, però, durante la Terza Repubblica. In quel periodo ascesero al successo numerose cantanti dei café-concert, come ad esempio Thérésa e Suzanne Lagier.I café-concert contribuirono in maniera decisiva alla successiva nascita del varietà, genere spettacolare che, proprio per la sua provenienza esterna al circuito dei teatri di velluto, godette come gli artisti che militarono nelle sue fila di scarsi riconoscimenti in campo artistico.

L’italianizzazione delle professioni francesi e la creazione di nuovi numeri allargò considerevolmente il ventaglio delle professioni artistiche: la sciantosa, derivazione della chanteuse, divenne l’antenata dell’odierna soubrette. Ad essa si aggiunsero le caratteriste, i finedicitori, le brillanti e altri ancora.La diffusione dei caffè-concerto e del mercato del lavoro ad esso connesso favorì la nascita di riviste specializzate nel settore, come il Cafè-Chantant, strumento di informazione artistica e promozionale.Sul finire del XIX secolo, quando Parigi divenne il simbolo del divertimento e della vita spensierata, i café-chantant valicarono le Alpi per essere importati anche in Italia. La novità esplose a Napoli, dove l’epoca d’oro del caffè-concerto coincise con quella della canzone napoletana. Nel 1890 venne infatti inaugurato l’elegante Salone Margherita, incastonato nella Galleria Umberto I, per merito dei fratelli Marino, che capirono l’importanza di un’attività commerciale redditizia da unire al fascino della rappresentazione del vivo.

L’idea fu vincente e ricalcò totalmente il modello francese, persino nella lingua utilizzata: non solo i cartelloni erano scritti in francese, ma anche i contratti degli artisti e il menu. I camerieri in livrea parlavano sempre in francese, così come gli spettatori: gli artisti, poi, fintamente d’oltralpe, ricalcavano i nomi d’arte in onore ai divi e alle vedettes parigine. È chiaro come la clientela che affollasse il Salone Margherita non fosse gente del popolino: in ogni caso, per i più disparati gusti, sorsero altri café-concert come l’elegante Gambrinus, l’Eden, il Rossini, l’Alambra, l’Eldorado, il Partenope, la Sala Napoli ed altri ancora che ricalcavano spesso, anche nel nome, i café-chantant parigini. Anche altri bar di Napoli, che in passato non presentavano spettacoli, si adattarono al gusto del momento presentando numeri di varietà misti a canzoni.Solitamente gli spettacoli proposti erano presentati in successione, con un intervallo tra primo e secondo tempo del susseguirsi di rappresentazioni. Solo verso la fine del primo tempo qualche personaggio noto appariva in scena, ma il clou veniva raggiunto al termine, quando il divo eseguiva il suo numero. Importanti e famosi artisti che iniziarono la loro carriera proprio nei caffè-concerto furono Anna Fougez, Lina Cavalieri, Lydia Johnson, Leopoldo Fregoli, Ettore Petrolini, Raffaele Viviani.Il café-chantant divenne in Italia non solo un luogo ed un genere teatrale, ma anche qui, come in Francia, il simbolo della bella vita e della spensieratezza, nel pieno della coincidenza con la Belle époque.

Tato Russo riscrive e trasforma la commedia di Scarpetta in un vaudeville e, intorno al classico divertentissimo intreccio scarpettiano, ci propone l’analisi critica di un periodo storico che, pur durando lo spazio di una meteora, fu denso di significati culturali e civili, che chiudeva un secolo, l’Ottocento, e ne apriva un altro: quello dell’opera moderna.

Botta interpreta il ruolo di Giacomino, fidanzato di Luisella (Diletta Bonè), svenevole fanciulla intenzionata, nonostante l’evidenza ostile, a diventare attrice. Ma il proposito di Luisella non è sincero e, insieme a Giacomino attua la fuga dal padre verso l’effimero che avanza.

Arriva il gran salto di qualità per Antonio Botta, chiamato da Tato Russo a interpretare un ruolo importante nel Gran Cafè Chantant, spettacolo riadattato dal grande attore e commediografo napoletano (fu lui a riaprire il glorioso teatro Bellini)  che debutterà il 4 novembre al teatro Augusteo di Napoli.

Da venerdì 4 a domenica 13 novembre al Teatro Augusteo di Napoli (P.tta Duca d’Aosta 263) andrà in scena il debutto nazionale di “Gran Café Chantant”, vaudeville in due atti di Tato Russo da Eduardo Scarpetta, con lo stesso Tato Russo e Clelia Rondinella, Katia Terlizzi, Renato De Rienzo, Mario Brancaccio, Salvatore Esposito, Dodo Gagliarde, Letizia Netti, Carmen Pommella, Antonio Romano, Francesco Ruotolo, Caterina Scalaprice, Massimo Sorrentino e con l’Orchestra Gran Cafè Chantant. Il tutto è incorniciato dalle scene di Peppe Zabo, impreziosito dai costumi di Giusi Giustino e valorizzato dalle musiche di Zeno Craig e le luci di Roger La Fontaine.

Siamo ai primi del ‘900, nel cuore della belle époque. Molti teatri di prosa chiudono perché la moda dell’epoca li rende ormai deserti.
Due coppie di artisti ormai alla fame sono costretti a riciclarsi come vedette di café chantant. Una serie infinita di traversie e di avventure tutte da ridere li accompagna in quello che vuole soprattutto essere l’affresco d’un epoca edonistica e culturalmente in grande decadenza. Tato Russo riscrive e trasforma la commedia di Eduardo Scarpetta in un vaudeville e propone l’analisi critica di un periodo storico che fu denso di significati culturali e civili, chiudendo un secolo e proponendone un altro: quello dell’opera moderna.Intorno al classico divertentissimo intreccio tipico della commedia scarpettiana, Tato Russo intravede l’occasione per l’analisi critica di un periodo storico, che, pur durando lo spazio di una meteora, fu denso di significati culturali e civili, che chiudeva un secolo, l’800 e ne proponeva un altro: quello dell’opera moderna. Un mitico quindicennio che, pur proponendosi come un epoca di splendori, portava in se un periodo di miseria e decadenza. Siamo tornati al 1900. I teatri di prosa chiudono per lasciare spazio al Café Chantant. Questa nuova forma di spettacolo mette in crisi quello tradizionale come accadrà qualche decennio più tardi con l’avvento del Cinema. I luoghi teatrali si trasformano. Chiudono molti teatri “storici”, altri per sopravvivere sono costretti a modificare il repertorio. Anche Scarpetta ingaggia artisti di café chantant per chiudere i suoi spettacoli con un “segue show”. Il fenomeno è nazionale. Il café chantant diventa un pericolo per tutti gli artisti. Non si riesce a trovare scritture che non siano di cafè chantant. Da questa realtà prende spunto la trama di “Café Chantant”. Essa si sviluppa appunto intorno alla storia di fame di due coppie di “artisti drammatici” che si ritrovano ad improvvisarsi artisti di café chantant in un caffè-concerto di Pozzuoli. La vicenda dura un giorno, ma Tato Russo dilata lo spazio temporale di questa giornata, riferendola all’intero periodo di quel quindicennio, dalla nascita, allo splendore, alla miseria del café chantant: un lungo giorno in cui cambia la moda, il gusto, la maniera di pensare della gente. E se l’azione parte dalla crisi del Teatro di prosa determinata dall’aggressione del café chantant, termina nella fine quest’ultimo a sua volta stroncato dall’avvento del cinema. Intorno ai quattro protagonisti della storia, si muove una miriade di personaggi, che sono solo macchiette.La regia fonda tutto su questa contrapposizione di stili recitativi e di drammaturgia; da una parte il linguaggio di commedia che sarà di Eduardo, dall’altra quello da farsa che è tipico di Scarpetta. Da una parte un Felice, personaggio nel vero senso della parola; dall’altra il mondo delle caricature, dei trucchi, delle esagerazioni. Tato Russo continua così nella linea tracciata dai suoi spettacoli precedenti proponendo uno Scarpetta diverso, più vicino ai classici nelle linee di una direzione personale di fare teatro, laddove ogni intuizione critica non si propone mai come fine a se stessa ma sottostà invece ad un piano organico di messa inscena, in cui ogni elemento concorre in giusta proporzione con gli altri. Questo spettacolo, si presenta ancor più ricco di trovate, di colori, di contenuti; un vero fuoco di fila affidato alla grande bravura di tutti gli interpreti.

Tato Russo riscrive e trasforma la commedia di Scarpetta in un vaudeville, che è un tourbillon di trovate e di caratteri, e intorno al classico divertentissimo intreccio scarpettiano ci propone l’analisi critica di un periodo storico che, pur durando lo spazio di una meteora, fu denso di significati culturali e civili, che chiudeva un secolo, l’Ottocento, e ne proponeva un altro: quello dell’opera moderna. Un mitico quindicennio che, pur proponendosi come un’epoca di splendori, portava in se un periodo di miseria e decadenza. Nel 1900 i teatri di prosa chiudevano per lasciare spazio al Café Chantant. Questa nuova forma di spettacolo metteva in crisi quello tradizionale come accadrà qualche decennio più tardi con l’avvento del cinema e oggi con l’avvento dei one man show da cabaret. I luoghi teatrali si trasformavano. Chiudevano molti “teatri storici”, altri per sopravvivere erano costretti a modificare il repertorio. La vicenda dura un giorno, ma Tato Russo dilata lo spazio temporale di questa giornata, riferendola all’intero periodo di quel quindicennio, dalla nascita, allo splendore, alla miseria del café chantant: un lungo giorno in cui cambia la moda, il gusto, la maniera di pensare della gente. E se l’azione parte dalla crisi del teatro di prosa determinata dall’aggressione del café chantant, termina nella fine quest’ultimo a sua volta stroncato dall’avvento del cinema. Intorno ai quattro protagonisti della storia si muove una miriade di personaggi, che vagano tra tipi macchiette. Tato Russo ha impostato la commedia su questa folleggiante contrapposizione di stili recitativi e di drammaturgia. Da una parte il linguaggio di commedia che sarà di Eduardo, dall’altra quello da farsa che è tipico di Scarpetta. Da una parte un Felice, personaggio nel vero senso della parola; dall’altra il mondo delle caricature, dei trucchi, delle esagerazioni. Tato Russo ripropone cosi uno Scarpetta diverso, più vicino ai classici nelle linee di una direzione personale di fare teatro, laddove ogni intuizione critica non si propone mai come fine a se stessa ma sottostà invece ad un piano organico di messa in scena, in cui ogni elemento concorre in giusta proporzione con tutti gli altri. Uno spettacolo ricco di trovate, di colori, di contenuti. Un vero fuoco di fila affidato alla grande bravura di tutti gli interpreti con alla testa Tato Russo.

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