“In guerra per amore”: gli ultimi dieci minuti salvano il film!

La prima cosa che colpisce lo spettatore che aveva tanto amato “La Mafia uccide solo d’estate” è che questo nuovo film di Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, incentrato ancora una volta sulla criminalità organizzata in Sicilia, non ha l’abilità di stupire come il primo. Per gran parte della durata di “In guerra per amore” (un’ora e 39 minuti) sono i brevi intermezzi spiritosi, la bravura di alcuni attori, come Sergio Vespertino e Maurizio Bologna, e le bellissime riprese su Erice, le Saline di Trapani e Realmonte, a tenere viva l’attenzione.
Nonostante la grande pubblicità che ha accompagnato nei mesi scorsi questo film sceneggiato da Pierfrancesco Diliberto e Michele Astori e le tante parole spese per decantarne l’impegno civile – che certamente non si può negare – “In guerra per amore” risulta, nei fatti, una pellicola piuttosto deludente. D’altronde, numeri alla mano, il nuovo film di Pif non sembra aver conquistato il box office: distribuito dalla 01 Distribution in quattrocento copie, ha incassato 898,936 mila euro – una miseria in confronto alla cifra guadagnata nel 2013 da “La Mafia uccide solo d’estate” (ben 4,6 milioni di euro). All’epoca, l’opera prima di Pif ottenne un successo, economico e di pubblico, che raramente si accorda alle opere italiane e la pellicola fu premiata con due Nastri d’Argento e altrettanti David di Donatello, aggiudicandosi, tra l’altro, l’adattamento televisivo che dal 14 novembre andrà in onda su RaiUno.
“In guerra per amore” è dedicato ad Ettore Scola, il pluripremiato regista e sceneggiatore italiano morto a Roma lo scorso 19 gennaio, e racconta la storia di un uomo qualunque che incrocia, quasi per caso, il corso della Grande Storia.
La vicenda si apre a New York nel 1943 ed ha come protagonista un giovane squattrinato, palermitano trapiantato a New York, Arturo Giammarresi (interpretato da Pif) innamorato della bella Flora (una Miriam Leone che rappresenta in pieno l’eleganza e il fascino delle donne del secondo dopoguerra). Il loro è un amore corrisposto ma lo zio di Flora, proprietario del ristorante italo-americano dove lavora Arturo, promette la nipote a Carmelo, figlio di don Tano, braccio destro del criminale mafioso Lucky Luciano. L’unica soluzione che Flora trova per evitare le nozze è quella di mandare il suo amato in Sicilia per chiedere la sua mano direttamente al padre. E’ così che il maldestro e impacciato Arturo si trasforma in soldato americano e partecipa allo sbarco in Sicilia attraverso l’Operazione Husky.
In Sicilia, intanto, il popolo subisce continui bombardamenti e a Crisafulli (località inventata), paese del padre di Flora dove si svolgerà la vicenda oltreoceano, un’improbabile coppia, composta da uno zoppo e un cieco, Saro Cupane (Sergio Vespertino) e Mimmo Passalacqua (Maurizio Bologna), tenta di “osservare” gli avvenimenti storici e di avvisare i paesani. Particolarmente bella è questa coppia che vive un amore omosessuale dalle tinte sbiadite, per timore del giudizio dei paesani, ma che si rivela la “vera” coppia del film – ben più coinvolgente di quella Arturo-Flora.
A sbarco avvenuto, c’è il primo contatto coi mafiosi del paese, capitanati da Don Calò (Maurizio Marchetti) che assicura al comandante americano che nel giro di un’ora farà in modo che tutti i militari e i fascisti presenti a Crisafulli si arrendano, così da evitare spargimenti di sangue. Da questo momento in poi sempre più stretti diventano i rapporti tra l’esercito di liberazione e i mafiosi, al punto che molti pericolosi criminali non solo vengono graziati ma addirittura verranno nominati sindaci dei paesi liberati dagli americani.
Particolarmente tenera è la figura di Sebastiano, un ragazzino che vive a Crisafulli con la madre Teresa (la bellissima Teresa Egitto dal sorriso contagioso) nell’attesa del padre, militare catturato dagli americani (che non tornerà mai), che gli cantava una canzoncina con gli “asini che volano” – splendida colonna sonora conclusiva del film.
Nel frattempo a New York, Don Tano architetta con il figlio l’uccisione di Arturo e fa recapitare a Don Calo’ una lettera con le indicazioni anagrafiche del caso. Arturo intanto cerca il padre di Flora, aiutato da Saro e Mimmo, e stringe una bella amicizia con il tenente Philip Chiamparino (interpretato magistralmente da Andrea Di Stefano) il quale, in un classico scambio di persona, verrà ucciso dai mafiosi che lo crederanno Arturo dal momento che i due si sono scambiati le uniformi (in modo che il giovane possa dare ai genitori di Flora una impressione di buona posizione sociale).
Quando finalmente Arturo ottiene il consenso alle nozze, il tenente Chiamparino viene ucciso dai mafiosi di don Calò e il giovane soldato improvvisato, ricevuto dall’esercito il congedo per tornare in America e sposarsi, trova una lettera scritta dal suo leale amico tenente, indirizzata al presidente degli Stati Uniti Roosevelt, in cui si denunciano le collusioni con la mafia.
Intanto in Sicilia i mafiosi ormai sono prossimi al potere e don Calò viene nominato sindaco di Crisafulli sotto l’egida del nuovo partito nascente, la Democrazia Cristiana. Veramente dirompente è il discorso da lui tenuto in piazza, all’indomani dell’elezione, sulla democrazia, termine con cui più di 70 anni fa la malavita etichettava il proprio regime.
Il film si conclude con Arturo che, dopo aver consegnato la lettera agli uomini di Roosevelt, seduto su una panchina fuori alla Casa Bianca e convinto che il democratico presidente lo chiamerà al suo cospetto per un colloquio vista l’importanza del contenuto, insieme a Flora aspetterà in una posa “forrestgumpiana” una convocazione che non avverrà mai.
Prima dei titoli di coda vengono mostrati sullo schermo documenti ufficiali firmati dal capitano W. E. Scotten, ormai non più secretati dall’OSS, che dimostrano il coinvolgimento attivo degli USA nella restaurazione della Mafia in Sicilia. Come ha dichiarato il regista di “In guerra per amore” durante la presentazione del film a Pordenone lo scorso 3 novembre, “gli americani in Sicilia fanno la stessa cosa che poi faranno in Afghanistan negli anni ’80: si appoggiano al nemico del loro nemico, cercano il male per fare del bene, e la situazione sfugge loro di mano”. Dal Rapporto Scotten, infatti, emerge che gli Alleati valutarono tre possibilità in Sicilia: combattere la mafia, abbandonare l’isola al suo controllo oppure allearsi con essa – prevalse l’ultima opzione, anche in un’ottica puramente anti-comunista.


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