Laura Angiulli riporta il suo Misura per Misura alla Galleria Toledo di Napoli

La signora del teatro di sperimentazione che da anni porta a teatro William Shakespeare, il suo maestro supremo torna a dirigere Misura per Misura. Dal 22 novembre al 4 dicembre 2016 al Teatro Stabile di innovazione Galleria Toledo di Napoli in via Concezione a Montecalvario. Da sempre la drammaturga ha scelto i quartieri spagnoli come luogo dove sviluppare la maggior parte delle sue produzioni in quanto da sempre cercava un posto dove poter assorbire energia e, mettere in scena la contemporaneità, una sperimentazione di teatro musica, arte, e nuovi linguaggi. <<Non ho mai avuto in mente un posto diverso, per me il teatro doveva essere qui. Altrimenti non lo avrei aperto.>>, afferma la regista.

Ha deliberatamente scelto quindi di lavorare in una zona problematica perché lei è convinta che questa sia la vera Napoli, un luogo che in qualcheduno e modo ci somigliasse di più. <<Tutto è bene quel che finisce bene, la fine corona l’opera: e quali che siano gli ostacoli, tutto finirà in gloria>>, dice Elena mentre concorda con Diana i particolari del piano che li restituirà Bertramo, suo aitante marito. E ribadisce più avanti, ripetendo la bene augurante formula quasi alla lettera: “tutto è bene quel che finisce bene, anche se il momento ci sembra contrario e i mezzi inadeguati”. Ma è davvero così? Più prudente sembra il re di Francia quando, nel sanzionare in chiusura di dramma il lieto fine, afferma: per ora tutto appare bene, e poiché così bene finiscono le passati amarezze, gli escono più gradite le dolcezze presenti. In effetti, sono il suo sembra e i demi amarezze e docente che lo accompagnano a fornire una lettura adeguata di una commedia chi a buona ragione si può definire allo dolce. Il tema dell’amore, che ne sostiene l’impalcatura pressoché per intero, tanti, che fa fino al conclamato ottimismo della volontà di Elena. Che lei si scelga il tuo uomo è solo all’apparenza segno di emancipazione dalle usanze del tempo, perché l’averlo in premio della del marito e le trasforma il suo sentimento un’impostazione, il che è è un tratto che la società patriarcale apposto a suo fondamento. Il rovesciamento dei ruoli tra maschile e femminile è evidente. Bertrando è un giovane certamente sgradevole, vanesio, forte di una slealtà avvilente, ma è difficile non essere, per così dire, dalla sua parte e quando altri che gli impone il matrimonio con Elena replica: “mia moglie, monsignore? Scongiuro vostra altezza di concedermi, in questa faccenda, facoltà di scegliere secondo i miei propri occhi”. E a fare altrettanto in ricevibile ciò che osserva quando il re gli ricorda la miracolosa guarigione.

Dipendente da tonalità non gaie, per non dire cupe, è Misura per misura, che prende il suo titolo (poi va a dirlo nel testo,come spesso accade in Shakespeare quasi in chiusura) da un passo del Vangelo di Matteo: non giudicate per non essere giudicati: perché secondo il giudizio con quale giudicate, sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi. Perché osservi la paglia nell’occhio del tuo fratello e non badi alla trave che nell’occhio tuo? O come puoi dire al tuo fratello: lascia che ti levi dall’occhio la paglia, mentre hai una trave nell’occhio tuo? Ipocrita, leva prima tra la trave dal tuo occhio, e poi tenterai di levare la paglia dall’occhio di tuo fratello. 

Se vi aggiungiamo un precedente passo del medesimo Vangelo: avete udito che fu detto occhio per occhio, dente per dente. Ma io vi dico di non resistere al malvagio, anzi, se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l’altra, emerge con chiarezza uno dei nuclei concettuali di fondo di questa commedia che te non merita il titolo di problem play:  se sia possibile in assoluto conciliare tra loro legge divina gli umana, e come debba agire la giustizia terrena sì, come appare evidente, gli esseri umani si tengono ben lontani dal dettato evangelico. Lo getto scelto hai semplificare questa frattura e qui, come si è visto, ipocrisia: una colpa impostata per intero sulla distanza, tanto cara elisabettiano, tra la pari dell’essere (Amleto nera passo ossessionato), che può avere effetti pratici disastrosi quando il portatore al tempo stesso un uomo di governo, perché investe il concetto, altrettanto basilare, della coerenza comportamentale. Shakespeare e a cui l’idea, molto felice non solo dal punto di vista della drammaturgia, di incrociarvi il tema della sessualità, facendo convergere l’uno e l’altro nella figura di Angelo, al quale il Duca affida in cautamente il compito di reggere lo Stato in sua assenza.

A differenza di quanto avviene nelle tragedie, però, dove le grandi questioni dell’esistenza vengono discusse concedendo ai personaggi ampi spazi introspettivi, nelle commedie la modalità prescelta è quella del cortocircuito, vale a dire dell’attivazione dell’intreccio di momenti per così dire epifanici, che causa dello spettatore cogliere sviluppare secondo quanto gli dettano le proprie capacità analitiche. Inizialmente Angelo si sa solo che è un integro amministratore della cosa pubblica e che nel suo passato spicca l’abbandono di una donna amata, Marianna, per questioni di dote. Sono due tratti che mal si integrano tra loro: uomo tutto d’un pezzo, granitico nell’applicazione della legge, è nel privato incline a un basso mercanteggiare. La funzione di vicario può fornirti l’occasione per mostrare s se stesso e agli altri quale sia, nella  lega di cui è composto il suo essere, il metallo dominante. Come si ricorderà, tra i suoi primi atti sceglie la condanna a morte di Claudio, reo di aver messo incinta la fidanzata prima del matrimonio, in applicazione di una legge del tempo immemorabile giustamente ignorata e riesumata per l’occasione.Fino a questo momento ad Angelo si possono solo in puntare la rigidità moralistica e la dimenticanza del noto detto summus ius summa iniuria, ti andrebbero a definire il prototipo del burocrate ottuso. Il momento è più stanco sia quando gli si para davanti Isabella, sorella di Claudio, a implorare la grazia del condannato. Implacabile quasi sprezzante in questo primo colloquio.

Il tema del turpe baratto, che Shakespeare aveva rinvenuto da opere di suoi conterranei prendi qui una veste del tutto nuova. Gli accenti di Angelo, di inaudita modernità, portano dritto alla libidine del monaco.  Sono bastati un’occhiata, movimento del corpo o un qualsiasi altro gesto legato alla fisicità per ridurre a brandelli il Jean certo cast è un parentale, in omaggio con la tecnica del cortocircuito, tutte le moto, tutta l’ansia di dare libero sfogo alla sessualità in regolari, peccaminosa, tanto più citante quanto più messa in moto dalla purezza altrui. La base, se ben ci si pensa, di molte patologie sessuali. E tuttavia il soliloquio di Angelo, a che ora capito anche lui quanto ironia si annidi nel suo nome, necessita di essere integrato da ciò che dice Isabella, l’apparenza una moralista ancor più adamantina, non a caso è il novizia in un monastero.Isabella immette nel discorso di Angelo il sadismo che mancava completare il quadro. Sia pure per via antifrastica, attesta anche lei una sessualità interdetta, nè è dato di sapere quanto siamo lontani la morbosità che si annida nelle sue parole.Come non pensare alle estasi delle Sante, in cui sacro e profano si sovrapponevano in maniera inquietante? In fin dei conti, e per paradosso, la sessualità normale e in ogni caso sana è incarnata da Claudio e dall’incinta Giulietta, vale a dire da coloro che per la legge non solo umana avrebbero passato il segno. Per il resto, compresa la scelta finale da parte del duca di impalmare Isabella, che non a caso nelle circostanze non dice nulla, che sembra più frutto di autoritarismo in un certo senso affine a quello di Angelo, in misura per misura il sesso trova il suo spazio nei bordelli a cui tanto spesso si allude e di cui la ruffiana madama la spa nata e divinità tutelare. In questa sessualità, malsana perché è figlia del suo istinto, ma in conclusione individuata una delle tante contraddizioni che investono la natura umana, contraddizioni qui eretta a paradigmi: le altre, quelle che riguardano il rapporto tra equità e giustizia, tra potere e abuso di potere, nessuno incarna quest’ultima più del duca, che per tutto il dramma se ne serve senza ritegno anche se sottolinea di continuo che lo fa per nobili fini, tra dignità e abiezione, fra colpa e perdono, fra il cesso e moderazione, e così di seguito, si prestano ancor meno essere risolta in una sintesi definitiva, o almeno soddisfacente. Shakespeare non giudica, ma mostra, e ciò vale anche per quest’opera. I nodi concettuali sono tutti nella sezione che li propone, vale a dire la prima. La seconda altro non è che un correre saltellando verso lieto fine che non potrebbe essere più claudicante, e davvero non si può credere alla cattiva trasmissione del testo.

A lungo considerata l’opera minore del repertorio shakespeariano, Misura per Misura è uno dei classici più moderni, in grado di poter raccontare la contemporaneità senza dover subire trasformazioni di sorta. È un dramma che ruota attorno al tema dell’ambiguità della vita in tutte le sue sfaccettature. È la rappresentazione della tensione insita nella natura umana tra giustizia e verità, tra l’essere delle cose e la loro apparenza. Nella sfera privata come in quella pubblica, nella gestione dei rapporti familiari come nell’amministrazione di una città. Senza tralasciare la trattazione di temi sempre attuali, caratteristica tipica del teatro del drammaturgo di Stratford-on-Avon, quali la pena di morte e la connessa, in questo caso, moralità. Ambiguità come tensione dominante dell’intero dramma, tratto comune dei pensieri, delle parole e azioni degli attori in scena.

L’allestimento è nudo ed è subito mostrato allo spettatore, accolto in sala dagli attori già presenti in palcoscenico. Seduti sulle loro sedie e su panche che costeggiano la parte posteriore, la zona oscura della città che fa da sfondo alla rappresentazione, una Vienna pressoché insolita, abitata da ruffiani e prostitute, portatori di un’istintualità incontrollata che rivendica spesso senza le giuste argomentazioni le proprie ragioni. Immobili, silenziosi, sembrano assorti nei loro pensieri. Gli spazi scenici sono inglobati, privi di una separazione, tutti ugualmente presenti. Una continuità scenica che, seppur molto rispettosa dell’opera, ha il grande pregio di essere di forte impatto visivo ed evocativo grazie all’impianto scenico curato da Rosario Squillace. Un’atmosfera dai toni molto cupi che ben contribuisce a restituire la tensione insita nell’opera.

La storia prende il via con l’allontanamento di Vincenzo, Duca di Vienna, Gennaro Maresca, dalla  sua carica diplomatica alla volta di una missione segreta lasciando l’onere di vicario ad Angelo, Luciano Dell’Aglio, uomo casto e austero che ispirato da tali castigati principi è reputato l’unico in grado di ricondurre entro i giusti ranghi la perversa città. La momentanea assenza del Duca nasconde un secondo fine: osservare dal popolo la gestione di Angelo. Al centro della vicenda Claudio, reo di aver resa incinta la giovane fidanzata Giulietta senza aver contratto regolare contratto di matrimonio con lei e pertanto condannato a morte proprio da Angelo. A correre in suo aiuto Isabella, Alessandra D’Elia, sorella di Claudio, novizia tanto casta quanto bella in grado di accendere la passione, nonché i più bassi impulsi del nuovo vicario che acconsente a rivedere la sua condanna ad una sola condizione: il corpo di Isabella, la quale preda di sentimenti convulsi, misto di orrore e repulsione, chiede aiuto a frate Ludovico, responsabile transitorio delle anime dei condannati ma nient’altro che il Duca travestito, il quale offre alla bella novizia una soluzione per mandare  in frantumi i piani di Angelo: acconsentire alla prestazione carnale soltanto se questa avvenga nel buio più totale, di modo che a lei possa sostituirsi Mariana, vecchia fiamma di Angelo che avrebbe dovuto sposare tempo addietro ma che di fatto rifiutò non appena la dote di lei andò dispersa in un naufragio. Nonostante l’atto carnale, Angelo ritira la parola data e chiede la testa di Claudio. Il ritorno in patria del Duca porrà fine alla catena di sotterfugi, ingiustizie e profonde menzogne che la sua temporanea e voluta assenza ha dato il via. Ma anche in vesti diverse ed in apparenza buone e giuste, il vizio è sempre dietro l’angolo.

La regia realizzata da Laura Angiulli, non nuova all’allestimento di opere del drammaturgo inglese, propone una messinscena forte tanto nei dialoghi quanto nella caratterizzazione dei personaggi con una carica ben commisurata di ironia, crudeltà e prostrazione. I dialoghi, nello specifico, coinvolgono il pubblico in maniera diretta: gli attori in scena si rivolgono direttamente agli spettatori, guardandoli negli occhi, quasi aspettandosi una risposta, facendoli sentire sin da subito parte del tutto, dell’azione che di lì a pochi metri sta per compiersi. Un tacito consenso che contribuisce a rendere questa rappresentazione fortemente intima nonostante la trattazione tematica sia in grado di dar luogo ad ampi e plurimi dibattiti.


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