Referendum Costituzionale: gli ultimi, burrascosi tempi prima del voto

Manca ormai meno di un mese al 4 dicembre, ma sembra proprio che la campagna elettorale non sia ancora finita: tant’è che è ancora difficile dire con relativa sicurezza quale sarà l’esito del voto.
Cominciamo, però, dall’oggetto della votazione. Il primo punto del ddl Renzi- Boschi tocca il bicameralismo perfetto: qualora il decreto- legge venisse approvato, non ci sarebbe più piena parità tra i poteri della Camera dei Deputati e del Senato. Innanzitutto il numero dei senatori scenderebbe a 100 (di cui 95 eletti dai Consigli Regionali e 5 nominati dal Presidente della Repubblica) e la loro carica durerebbe 7 anni; il Senato, inoltre, avrebbe meno poteri legislativi, o meglio la sua competenza sarebbe piena su riforme e leggi costituzionali, mentre riguardo le leggi ordinarie, potrebbe chiedere alla Camera di modificarle, anche se non c’è l’obbligo di dar seguito alla richiesta. Sarebbero, poi, i cittadini, al momento di eleggere i Consigli Regionali, ad indicare quali consiglieri sarebbero anche senatori. La riforma prevede anche l’abolizione delle materie di competenza riguardanti Stato e Regioni e alcune riportate allo Stato; inoltre ci sarebbe l’abolizione definitiva delle Province ( con l’annessa cancellazione dalla Costituzione) e del CNEL ( il Consiglio Nazionale di Economia e Lavoro, organo costituzionale con poteri legislativi ) , provvedimenti in linea con lo snellimento della burocrazia e la riduzione dei costi della politica. Gli ideatori della domanda referendaria hanno inserito anche altri accorgimenti in materia di elezioni: il Presidente della Repubblica sarebbe eletto dai 630 Deputati e i 100 senatori; per i primi tre scrutini servirebbero i due terzi dei componenti, fino ai tre quinti dei votanti per il settimo scrutinio. Perché un referendum sia valido, basterebbero la metà degli elettori delle ultime elezioni politiche al posto della metà degli iscritti alle liste elettorali; si alzerebbe, infine, il numero di firme necessarie ( da 50.000 a 150.000 ) per presentare un ddl di iniziativa popolare.
Questo decreto- legge, però, non è affatto una novità: nell’ aprile 2014 era già stato proposto in Senato, forte del famoso Patto del Nazareno stipulato con Forza Italia; successivamente, c’è stato lo scontro della Lega unito al M5s e SEL, con la conseguente rottura con Forza Italia dopo l’elezione di Mattarella nel gennaio 2015. Da allora il decreto ha visto l’opposizione durissima di Forza Italia, del M5S, della Lega e dei Conservatori. Lo scontro è stato dovuto in parte ad alcuni punti della riforma, ma soprattutto all’atteggiamento di Renzi che afferma che col referendum ci si giocherà tutto. Anche per questo, la minoranza del Pd ha chiesto a Renzi di non farlo diventare “ un plebiscito sulla sua persona o sul governo “ . Nell’ ultimo mese a  questa parte si sono verificati anche dei fatti che in un certo qual modo potrebbero influenzare le opinioni dei votanti: dal ricorso intentato dall’ ex giudice costituzionale Valerio Onida presso il tribunale civile di Milano, ( che ha posto la questione dell’illegittimità del quesito referendario) , fino alle mobilitazioni portate avanti dal fronte dell’associazione Libertà e Giustizia in 100 piazze italiane, al grido di: “Renzi sul palco, noi ovunque” . Il Premier stesso si è attivato, sostenendo numerosi dibattiti televisivi ( e non ) per spiegare le ragioni del Sì contro quelle del No, che, secondo lui, stanno in piedi solo sull’odio verso la sua persona. Non solo: nel giorno 29 ottobre la parte del Pd favorevole al decreto- legge è scesa in Piazza del Popolo a Roma alla ricerca di consensi e di incontri con le persone. Anche il viaggio oltreoceano del Presidente del Consiglio sembra aver smosso qualcosa sul versante referendario: la delegazione italiana che è volata a Washington dal 17 al 19 ottobre per l’ultima cena di Stato per il presidente uscente, è stata favorevolmente accolta, non solo con i convenevoli del caso. Il presidente Obama, infatti, ha lodato l’operato di Renzi, appoggiando il coraggio nel voler portare avanti certe riforme, che spesso, però, incontrano delle resistenze. Si è espresso anche sul voto del prossimo 4 dicembre: ” Il Sì al referendum aiuterà l’ Italia. Le riforme sono quelle giuste. Spero che Matteo resti al timone. Faccio il tifo per lui ” .
Che le parole di Obama abbiano fatto il miracolo? Forse sì, o meglio, il merito non sarebbe proprio tutto suo. Secondo alcuni, dopo la visita negli USA, ma anche dopo gli annunci governativi su pensioni e cancellazione di Equitalia, il Sì sarebbe in rimonta. Infatti, secondo Demopolis, il Sì sarebbe al 51% , mentre il No al 49% per le domande poste tra il 19 e il 20 ottobre; in precedenza, invece, Ipsos dava il No superiore di 8 punti sul Sì. Secondo il sondaggio svolto da IXE’ per Agorà, pubblicato in data 28 ottobre, il No è al 40%, mentre il Sì al 37%, con un calo degli indecisi dal 25 al 23% . Lo stesso IXE’ ha analizzato anche gli umori all’interno dei partiti: in particolare, considerando gli elettori del Pd, le riforme sono state sostenute dal 79% contro il 16% per il No. Ci sarebbe, poi, grande coesione intorno al Presidente del Consiglio, a sfavore di altri leader, come Bersani e D’ Alema.
Lo spiraglio di un possibile rinvio del referendum proposto nelle ultime ore sulla base della situazione di continua allerta del centro Italia ancora fortemente colpita dal sisma, è stato immediatamente chiuso dalla categorica smentita di Palazzo Chigi; perciò si andrà al voto. Però resta il dubbio: Sì o No? Serve davvero l’ennesima stretta di cinghia, se la gestione di fondi e risorse resta comunque blanda? Allora la domanda più giusta è forse un’altra: di cosa ha bisogno il nostro paese in questo momento? Di in taglio dei costi o di un mutamento di prospettiva? Se venisse presa maggiormente in considerazione l’idea che la politica, seriamente condotta, non è la terra promessa in cui recarsi per gozzovigliare e che appartenere alla classe politica non significa far parte di una casta di privilegiati, bensì essere cittadini che svolgono un lavoro come un altro, forse ci sarebbero solo problemi da risolvere e non anche brutti vizi da scardinare. Basterebbe mettere solo mano alla coscienza, non alla Costituzione.


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