Clinton-Trump e il paradosso del sistema elettorale americano

Hillary conquista il voto popolare ma Trump supera la soglia dei 270 Grandi Elettori.

L’analisi del voto delle ultime elezioni presidenziali è complessa, come complesso è il sistema di voto statunitense: indiretto, maggioritario – tranne che per i due stati di Maine e Nebraska –, basato su un collegio di Grandi Elettori votati dal popolo in ogni stato. Queste sono le premesse per comprendere una delle tante particolarità di questa elezione: Hillary Clinton ha vinto il voto popolare ma non il numero di Grandi Elettori necessari per essere eletta.[ihc-hide-content ihc_mb_type=”show” ihc_mb_who=”1,2,3″ ihc_mb_template=”1″ ]
La candidata democratica ha infatti ottenuto 63 milioni e mezzo di voti, oltre un milione e mezzo in più dello sfidante repubblicano che, tuttavia, ha superato la soglia di 270 Grandi Elettori, conquistandone 290, esclusi quelli del Michigan ancora non assegnato oltre due settimane dopo il voto dell’8 novembre. Lo stato dei Grandi Laghi, infatti, vede i due sfidanti in una sostanziale parità, separati da poche migliaia di voti. Anche ottenendone la maggioranza, la candidata democratica non raggiungerebbe la fantomatica cifra di Grandi Elettori necessari, avendo subito un inaspettato sorpasso in tradizionali roccaforti democratiche come Pennsylvania e Wisconsin.
Quasi tutte le ultime elezioni presidenziali sono state decise dai cosiddetti “swing states”, quegli stati che non presentano una netta prevalenza di nessuno dei due principali partiti e in cui si focalizza la parte finale della battaglia presidenziale. Negli ultimi anni Florida e Ohio hanno incarnato perfettamente questo aspetto, con il primo decisivo nella battaglia Bush-Gore del 2000, l’ultima in cui un candidato – Gore – aveva ottenuto più voti popolari senza tuttavia divenire presidente. Il secondo, invece, nelle ultime 14 tornate elettorali è stato vinto da colui che è poi divenuto presidente. Come e perché il candidato repubblicano sia riuscito ad infrangere il “blue wall”, il muro di stati democratici considerati certamente a favore della Clinton, è una delle questioni più discusse. Gli stati del Midwest, tra cui Indiana, Iowa, Minnesota, Missouri, Michigan e Ohio sono tradizionalmente a vocazione agricola ed industriale: tra questi il Michigan è noto come patria dell’industria automobilistica. Qui il Partito Repubblicano ha incrementato notevolmente le sue preferenze, e la sua crescita deve essere imputata ad una insoddisfazione della classe operaia di questi territori e nel suo convincimento di una totale svolta sotto l’amministrazione Trump. Tra gli altri stati in bilico fino alla fine, North Carolina e Arizona hanno votato a favore di Trump, Virginia e Colorado a favore di Clinton. Secondo alcuni, i grandi sconfitti di questa tornata elettorale sarebbero i sondaggisti, che mai durante le ultime settimane di campagna avevano indicato come possibile un sorpasso del tycoon sulla sua rivale: la Clinton, infatti, aveva mantenuto un vantaggio costante sin dalla fine delle primarie, dalle quali era uscita vincitrice contro Sanders. Il picco del suo vantaggio si era registrato alla metà di agosto, e poi alla metà di ottobre – con oltre 5 punti percentuali – dopo il rilascio del video in cui Trump ammetteva alcuni comportamenti sessisti e aggressivi nei confronti di alcune donne. Il vantaggio minimo della Clinton, poco più di un punto percentuale, risale invece alla metà di settembre, dopo essere stata costretta ad annunciare di essere in cura per una polmonite.
Nessuno dei quotidiani statunitensi aveva indicato come possibile una vittoria del repubblicano: il New York Times nel giorno delle elezioni indicava una probabilità di vittoria della candidata democratica dell’ 85%, così come il noto sondaggista Nate Silver che sul suo blog FiveThirtyEight aveva quantificato la probabilità di vittoria democratica del 71.4%. Occorre ricordare che nelle precedenti elezioni del 2012, Silver aveva dato indicazioni rivelatesi corrette per tutti i 50 Stati dell’Unione, risultato simile al 2008, in cui aveva correttamente previsto 49 scenari su 50.
Una delle ragioni di questo inatteso sorpasso può essere individuata nel fatto – già ampiamente noto – che alcuni degli elettori di Donald Trump abbiano rifiutato di rivelare il loro voto, indicando la loro preferenza come “incerta”.
Secondo la campagna di Clinton, le dichiarazioni del capo dell’FBI, James Comey, riguardo il noto caso email a soli sei giorni dal voto, avrebbero fatto perdere terreno prezioso nei principali stati indecisi. È infatti particolarmente insolita una dichiarazione dell’agenzia in un momento così delicato della campagna, in cui è prevista riservatezza e discrezione per ciò che riguarda i candidati alla presidenza. Ciò è ancora più vero se si considera che l’annuncio di ulteriori indagini a carico dell’ex Segretario di Stato sono poi state smentite da Comey stesso con la medesima dichiarazione di luglio: nessuna rilevanza penale.
Questa ipotesi sarebbe confermata anche dai numeri di coloro che hanno votato l’8 novembre: mentre il Partito Repubblicano ha sostanzialmente mantenuto gli stessi voti del 2012, intorno ai 60 milioni, il Partito Democratico ha subito una perdita di circa 4 milioni di voti: Obama ne aveva conquistati quasi 66 milioni nell’ultima tornata elettorale e oltre 69 milioni nel 2008. Ciò significa, in termini pratici, che una parte della popolazione convinta da Obama negli anni passati ha voltato le spalle alla Clinton. Tra questi, il grande numero di indecisi individuato dalle ultime proiezioni che alla fine ha disertato i seggi: la percentuale di affluenza si è attestata intorno al 58%. Quasi 100 milioni di coloro che appartengono al corpo elettorale non hanno espresso una preferenza, danneggiando le speranze di vittoria di Hillary Clinton, come già ipotizzato dalla sua campagna. Nelle ultime settimane, infatti, la campagna democratica aveva promosso iniziative disparate per portare gli elettori al voto, grazie anche al sostegno di celebri esponenti del mondo musicale e cinematografico.
Ed ora alcuni numeri: Hillary Clinton ha ottenuto la preferenza del 54% delle donne, contro il 53% di preferenza degli uomini per Donald Trump; gli elettori delle fasce di reddito più basso della popolazione hanno dimostrato una preferenza per la Clinton, 53% contro il 41 di Trump, favorito dalla classe media e dagli operai – spesso coincidenti in America – particolarmente presente nella zona del Mid-West e del Michigan, dove più netti sono stati i miglioramenti del Partito Repubblicano. Netta la preferenza per la candidata democratica tra coloro che possiedono un diploma universitario o post- universitario, così come netta risulta quella repubblicana tra le fasce meno istruite della popolazione; sostanziale pareggio dei candidati nella fascia più ricca dei votanti.
Dato allarmante quello secondo cui nelle 250 contee del paese a maggioranza bianca, ben 249 sarebbero andate al tycoon newyorchese così come 241 tra le 250 con maggior numero di anziani; favorita la Clinton tra le minoranze, in particolare tra gli afroamericani che l’hanno preferita nell’88% dei casi, e tra i latinos, bistrattati da Trump durante tutta la campagna e che pure lo hanno preferito nel 29% dei casi. Grande conquista dell’ex Segretario di Stato quello del voto dei giovani, che avevano sostenuto Sanders durante le primarie. Oltre 200 quotidiani e giornali nazionali avevano dichiarato il proprio endorsement per la candidata Clinton, contro i poco meno di 20 che sostenevano Trump. La campagna della candidata democratica, inoltre, aveva raccolto una cifra record di 690 milioni di dollari contro i quasi 307 milioni della campagna repubblicana. In ultima istanza, il grande numero di voti raccolti dal Partito Libertariano di Johnson, oltre 4 milioni corrispondenti al 3% del totale, può essere individuato come ulteriore causa della diminuzione di voti per il Partito Democratico. Mandy Grunwald, media consultant della campagna Clinton, aveva paventato una possibilità che gli elettori attratti dal desiderio di cambiamento non considerassero la pericolosità dello stesso: la volontà di far insediare un presidente lontano da precedenti amministrazioni ha superato il timore e l’incertezza per un candidato evidentemente non preparato alla carica che si accinge ad assumere, una volontà espressa in particolar modo dalla classe media e operaia che ha visto nel miliardario repubblicano la possibilità di una maggiore stabilità e di forte ripresa economica.
Non manca chi, all’indomani del risultato elettorale, ha sottolineato come il presidente eletto non abbia ancora ricevuto il vero voto dei Grandi Elettori che giungerà solamente il 19 dicembre, immaginando uno scenario nuovo per le elezioni americane: la possibilità che alcuni di essi si rifiutino di confermare la preferenza popolare per il candidato prescelto, cosa già accaduta per passati presidenti, ma di rado e senza comunque ribaltare la preferenza per il presidente eletto.[/ihc-hide-content]


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