“In skating over thin ice our safety is in our speed”

La modernità “liquida” e il bisogno di velocità. Ralph Waldo Emerson: “quando si pattina sul ghiaccio sottile, la speranza di salvezza sta nella velocità”

Fin dalle scuole elementari impariamo che liquido è uno degli stati della materia e che la sua caratteristica principale è quella di essere fluido, a causa della limitata forza di coesione delle molecole che lo compongono. Il liquido, quindi, non ha forma propria ma si “adatta” ai vari recipienti che lo contengono!
E’ il sociologo Zygmunt Bauman che, analizzando i fenomeni sociali contemporanei, definisce la nostra società “liquida”, etichettando come “liquida” la vita stessa degli individui e “liquidi” i loro rapporti interpersonali.
Ma cosa vuol dire che la nostra società diventa sempre più “liquida”? E cosa comporta questa liquidità?
In una società di questo tipo, le situazioni in cui agiscono gli uomini si modificano prima che i comportamenti umani possano stabilizzarsi in abitudini e procedure; non a caso lo slogan dei tempi moderni è “flessibilità”! A furia di sentircelo ripetere ci siamo ormai convinti della necessità che qualsiasi forma debba essere duttile per funzionare bene, qualsiasi situazione – o relazione – temporanea, qualsiasi configurazione suscettibile di rapida riconfigurazione.
Se tutto deve modificarsi per funzionare bene – e deve modificarsi velocemente in nome della flessibilità – allora ecco che una società “liquida” troverà nella rapidità il suo valore per eccellenza. Come recita il celebre aforisma di Ralph Waldo Emerson, quando si pattina sul ghiaccio sottile, la speranza di salvezza sta nella velocità: una società dalle caratteristiche “liquide” certamente non è un ghiaccio stabile sul quale pattinare ed è per questo che è necessario “fare presto”. Non c’è possibilità alcuna di fermarsi: per stare al passo bisogna correre, come quando si va in bicicletta, si deve pedalare per non cadere – siamo moderni “Alice nel paese delle meraviglie” che Carroll, nel suo celebre libro, avverte: “Qui, invece, vedi, devi correre più che puoi, per restare nello stesso posto”.
E’ questa concezione – flessibilità e velocità – a garantire la stessa sopravvivenza della società dei consumi. Essa si basa sulla promessa di soddisfare i desideri umani e, al contempo, sull’abilità di rendere costante la non-soddisfazione, presentando continuamente sul mercato nuove merci con lo scopo di sostituire velocemente le vecchie.
Tutte le “merci” hanno vita breve: si desiderano, si ottengono e poi, quando non servono più, si buttano via – quanto più velocemente possibile.
L’uomo moderno liquido soffre della sindrome consumista che ha declassato la durata in favore della transitorietà, ponendo il valore della novità sopra quello della durevolezza. Ha trasformato il tempo che separa il volere qualcosa, dall’ottenerlo e da smettere di volerlo, in un battito di ciglia. La sindrome consumistica ha inoltre sbiadito i confini tra ciò che veramente è utile – e quindi desiderabile – e ciò che non lo è per davvero o non lo è più – e va presto buttato via.
La nostra società contemporanea è quindi basata sulla velocità, sull’eccesso e sullo scarto. E velocità, eccesso e scarto non riguardano più soltanto le merci intese come oggetti fisici e beni ma assumono sempre più il controllo anche sui rapporti e legami interpersonali. Se infatti la società dei consumi ha determinate regole, perché dovrebbero essere diverse le regole che gestiscono gli altri aspetti della vita? Detto in altri termini, perché non dovrebbe essere giusto buttare via un rapporto che non funziona più, se la nostra società impone di sostituire un elettrodomestico “vecchio” con uno “nuovo” ogni sei mesi?
E così il mercato penetra settori della vita che, fino a non tantissimo tempo fa, erano al di fuori della sfera di scambio monetario e ridefinisce come “prodotti” il fissare appuntamento con qualcuno, ad esempio, il cancellare qualcun altro dalla rubrica del cellulare e, più in generale, le relazioni umane nel loro complesso. Una società “liquida”, infatti, per definizione, non ha confini al suo interno. Ed è per questo che, se esistono leggi di mercato, esse valgono per tutti gli ambiti della vita umana, anche quelle più intimi.
Si desidera tutto e subito, non si è più disposti ad aspettare o a rinviare la soddisfazione: sempre più spesso, anche nei rapporti umani, valgono le parole di Orazio “carpe diem, nec minimum credula postero”. La società del consumo marchia ogni frammento di mondo, animato o inanimato, come merce che, dopo aver perso la sua utilità, va buttata via e sostituita.
Tutto si schiaccia sul presente, sul qui ed ora e questo comporta che nella contemporaneità “liquida” gli individui non sono più capaci di individuare alcun obiettivo a lungo termine e ogni momento contiene al suo interno un nuovo inizio ma anche una fine inevitabile.
Gli uomini moderni che vivono in questa società fluida non riescono più a guardare al futuro e somigliano sempre più agli abitanti di Eutropia delle “Città invisibili” di Calvino che, appena sono stanchi della loro vita, si trasferiscono nella città vicina e prendono una nuova moglie, intraprendono un nuovo lavoro e stringono nuovi legami. Vivono una nuova vita, insomma!
Il fatto che nella società di consumo la distinzione tra consumatori e oggetti di consumo è fin troppo provvisoria comporta che nessun individuo consumatore può a sua volta scampare all’essere oggetto di consumo – che va usato e poi buttato via.
Forte è la paura di diventare merci inutili e l’unico antidoto è modernizzarsi, correre spinti dall’orrore della scadenza, per rimanere sempre abbastanza lontani dalla pattumiera dove altri inesorabilmente finiranno. Come scrive Bauman, la vita nella società contemporanea è una versione sinistra del gioco delle sedie in cui la posta in gioco è piuttosto seria: la salvezza (temporanea purtroppo) dall’eliminazione, che comporterebbe il ritrovarsi tra gli scarti.
Il timore di diventare inutili, di “scadere” in un certo senso, è alla base del senso di inquietudine che sempre più ci attanaglia, che ci fa sentire inadeguati e spesso incapaci di reagire.
Per non diventare merci vecchie da buttare via, allora, è necessario procedere in maniera flessibile – liquida – ed efficiente, secondo le logiche e gli standard imposti dal mercato, impiegando il minor tempo possibile per arrivare prima degli altri.
Eppure non è la rapidità una caratteristica intrinseca dell’essere umano! Anzi.
L’uomo nasce neotenico – cioè immaturo – e ha bisogno delle cure parentali per sopravvivere e formarsi: gli studi neuroscientifici hanno ampiamente dimostrato che è proprio la prolungata infanzia a permettere lo sviluppo del cervello umano, organo estremamente plastico soprattutto durante il periodo critico di apprendimento. Nell’uomo la maturazione del sistema nervoso occupa addirittura un quarto o un quinto della vita, mentre negli altri animali dura al massimo alcuni mesi, il che significa che il cervello, punto di forza dell’essere umano, ha bisogno per natura di lentezza.
Allora ecco che la lentezza rappresenta addirittura la condizione necessaria che ci permettere di sviluppare il nostro strumento adattativo principale – il cervello-mente – grazie al quale siamo superiori a tutti gli altri viventi – in virtù del quale tutti gli animali restano “embrioni” al nostro cospetto.
Questo vuol dire che la società contemporanea – con i suoi valori di consumo, eccesso e soprattutto velocità – spinge gli individui in un certo senso a “snaturarsi”, a rivolgersi ad un eterno presente, tralasciando il passato e impedendo di lanciare uno sguardo al futuro.
Il consumismo è figlio del pensiero rapido dal momento che anche il consumo deve essere rapido: vedo, acquisto, poi forse getto via perché un oggetto inutile viene sostituito da un altro, anch’esso inutile, in un ciclo il più veloce possibile anche per evitare di perdere tempo riflettendoci sopra.
Il consumo sfrenato, lo scarto, la velocità e, quindi, il senso di precarietà e di inquietudine sono le caratteristiche principali della società “liquida” dei nostri giorni e tutti, anche i più piccoli che imparano in fretta dagli adulti, sono costantemente chiamati a partecipare a questo gioco malsano.

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