“La violenza sulle donne è antica come il mondo, ma oggi avremmo voluto sperare che una società avanzata, civile e democratica non nutrisse le cronache di abusi, omicidi e stupri” (Helga Schneider)

Anche quest’anno, come dal 1999 ormai, sono tante le manifestazioni di adesione e sensibilizzazione, nazionali ed internazionali, che si susseguono il 25 novembre, giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

Quasi a voler onorare la ricorrenza, nel nostro paese due eventi hanno preceduto questa data: il 23 novembre è stata emessa la sentenza di condanna a 18 anni di carcere a carico di Paolo Pietropaolo, l’uomo che in febbraio aveva dato fuoco alla sua compagna, Carla Ilenia Caiazzo, incinta di 8 mesi. Il giorno precedente, invece, è stato trasmesso in prima serata su Rai Uno il film “Io ci sono”, basato sul libro “Io ci sono. [ihc-hide-content ihc_mb_type=”show” ihc_mb_who=”1,2,3″ ihc_mb_template=”1″ ]La mia storia di non amore”, scritto da Lucia Annibali e Giusi Fasano. La vicenda è quella realmente accaduta proprio a Lucia, avvocatessa urbinate, che, dopo aver intrecciato una tormentata storia d’amore con un suo coetaneo, anche lui avvocato, di nome Luca Varani, tempo dopo la rottura tra i due, la sera del 16 aprile 2013 è stata aggredita e sfigurata con l’acido sulla soglia di casa. La ricostruzione televisiva può essere divisa in due parti: la prima, straziante, in cui Lucia è ricoverata al Centro Ustioni dell’ospedale  di Parma e rievoca la vicenda con Varani: dalla loro conoscenza , passando per i tortuosi tira e molla, la scoperta di un’ altra relazione (ovvero la fidanzata storica di Varani), le bugie di lui sospeso tra due donne, fino ai litigi furiosi e al famoso schiaffo ricevuto da Lucia che, a suo dire, sarebbe stato il momento in cui ha toccato veramente il fondo . Poi la rottura voluta da lei e la persecuzione portata avanti da lui con suppliche e minacce, fino all’aggressione, commissionata a due uomini albanesi. La seconda parte, non meno dolorosa, descrive la difficile accettazione di una nuova realtà imposta, il suo nuovo volto, le cicatrici lasciatele sulla pelle e nell’anima, gli interventi di ricostruzione e le conseguenze invalidanti ormai permanenti, il ricordo delle sofferenze passate senza contare quelle future, fino al processo del suo ex, giudicato colpevole con una condanna di 20 anni di reclusione. Il film ripercorre abbastanza fedelmente la vicenda reale, lasciando intatto lo spirito combattivo e la grande forza di Lucia Annibali che, mettendo la sua storia su carta con grande onestà, ma soprattutto attraverso i suoi interventi pubblici, è diventata un vero e proprio esempio, tanto da essere stata insignita, nel marzo del 2014, dell’onorificenza di Cavaliere del Lavoro. Ma il colpevole? Di solito, quando si verificano questi avvenimenti, si ritiene poco utile ascoltarlo, perché si parte dal presupposto che ogni sua parola sia usata per discolparsi e negare. In questo caso, però, la giornalista Franca Leosini ha analizzato con Luca Varani l’accaduto in un’intervista trasmessa il 4 febbraio 2016, nell’ultima puntata del programma “Storie maledette”. Il colloquio comincia con una significativa premessa, che è quasi una promessa: per Luca Varani la verità è importante perché è ciò che rende liberi. Dice che Lucia gli piaceva, però non ha mai avuto intenzioni serie in quanto già impegnato con Ada, la fidanzata storica, che ancora oggi lo sostiene e di cui lui dice di essere sempre stato innamorato, nonostante tutto. Non definisce mai chiaramente quello che è stato il suo rapporto con Lucia: dice che a tratti si sentiva oppresso quando lei si ribellava perché non voleva essere un ripiego e che la sua spregiudicatezza non gli piaceva, in quanto preferisce un tipo di donna più riservata e “tradizionale”.  Poi in quegli anni la malattia e la morte della madre che lo ha reso ancora più fragile e bugiardo verso queste due donne. Riconosce di essere stato colpevole sì, ma del fatto di aver commissionato ai due albanesi un “dispetto”, quello di sverniciare la macchina nuova della giovane, perché stufo del fatto che quelle rare volte che si erano visti dopo essersi lasciati, finivano sempre per litigare pesantemente ed era stanco di essere trattato male. Nega di averla minacciata e perseguitata; ammette solo di essere stato particolarmente bruto in qualche occasione; nega con decisione di aver cercato di ucciderla manomettendo il gas dopo essere entrato in casa sua. Non risponde quando gli viene chiesto quale poteva essere l’interesse dei due albanesi nello sfregiare la Annibali, quando lui gli aveva promesso una giusta ricompensa; piange quando ammette che avrebbe potuto fermarli e annullare tutto; dice di essere consapevole delle sofferenze permanenti arrecate alla sua ex e spera in un futuro perdono.

Che sia un abile mentitore o che sia pentito, per sé o per la vittima, poco importa: al di là dell’uomo provato e rassegnato, che forse per la prima volta ha deciso di portare il peso delle proprie responsabilità, ha in sé qualcosa dell’uomo violento: minimizza certi episodi, nega o dice di non ricordare certi dettagli, giustifica a modo suo certi eventi. È quello che si può notare anche leggendo certe storie raccolte nel volume di Lundy Bancroft “Uomini che maltrattano le donne”: i colpevoli di violenza verbale o fisica si giustificano sempre dando la colpa alla compagna, moglie, fidanzata, ai suoi difetti e alle sue mancanze, in modo che la donna si chieda in cosa sbagli, quando probabilmente ad essere sbagliato è lui e la sua mania di imporsi. La pratica dello sfregiare una donna con l’acido è molto diffusa anche in paesi come l’India o il Bangladesh, in genere quando la donna rifiuta avances sessuali, proposte di matrimonio, fidanzamento o, in generale, si ribella all’autorità dell’uomo.

Un caso noto è quello di Reshma Qureshi, sfigurata nel 2014 dal cognato perché aveva tentato di difendere la sorella. Dopo il mutamento radicale della sua vita, gestisce un canale YouTube, attraverso il quale dispensa consigli di make-up. Ma queste non sono le uniche forme di violenza esistenti. Se ci spostiamo un po’ più a sud del Mediterraneo, in alcune zone dell’Africa (come in Egitto, Sudan, Somalia e paesi confinanti), ma anche nel sud- est asiatico, in paesi per lo più di fede islamica, troviamo l’infibulazione: alla bambine vengono asportati del tutto o parzialmente gli organi genitali esterni; successivamente viene praticata una cucitura che lascia spazio solo per la fuoriuscita di urina e del sangue mestruale. Questa pratica, anche se non prescritta dal Corano, viene vista come un modo per preservare la purezza della donna; il fatto sconcertante è che per quanto l’infibulazione sia vietata dalla legge, questa viene comunque praticata, anche con un’altissima percentuale di casi. Basti come esempio l’Egitto, che vede tra l’85 e il 95% delle donne che hanno subito questa pratica. Oltre ai traumi psicologici, ci sarebbero conseguenze per la salute e anche per il parto.

Un’ altra pratica culturale che, però, pare non si pratichi più è quella del “loto d’oro”, ossia fasciare i piedi e deformarli in modo da renderli più piccoli. Era praticata in Cina nel lungo periodo che va dal 1300 fino agli inizi del ‘900; anche in questo caso si cominciava da bambine, ma ci si ritrovava cresciute con i piedi a forma di mezzaluna e l’andamento sbilenco, come quello del loto che ondeggia allo spirare del vento. Era praticato sia nelle famiglie abbienti che in quelle più povere, con l’intento di trovare un buon pretendente e permettere alle donne di avere una vita agiata. Per molto tempo divenne il simbolo di uno status sociale: una donna con i piedi piccoli era una donna che non doveva lavorare perché aveva un marito facoltoso. Per quanto possa sembrare brutale, senza contare i rischi di infezione e cancrena, non è poi così lontano dall’uso che oggi si fa delle scarpe col tacco: oltre a slanciare, non rendono forse il piede più piccolo? Oltre alla violenza volta ad accaparrarsi un uomo, ne esistono anche altre, di antica origine, ma mai scomparse: i matrimoni combinati, gli aborti selettivi (cioè quelli che mantengono solo la prole maschile perché unica accettata), delitti d’onore per tenere intatto l’onore della famiglia, matrimoni combinati. La rabbia dei vincitori di guerra si sfoga sempre più spesso ormai negli stupri di massa, perpetrati dai miliziani che conquistano città e villaggi: le storie più raccapriccianti sono legate anche all’avanzata dei soldati dell’ISIS. Legata a sporchi guadagni è la tratta delle schiave: giovani che arrivano da diversi paesi, soprattutto dell’Est, la cui libertà viene comprata con promesse di un futuro migliore; è così che si ritrovano nella rete della prostituzione.

Che scaturisca dalla follia di un attimo o dal comportamento ossessivo di un compagno opprimente, la violenza sulle donne è legata anche al ruolo subalterno che essa ha avuto nella società, pensato sempre in funzione dell’uomo. Il fatto che si verifichino ancora certi episodi (l’ultimo si è verificato il 3 novembre, quando a Pescara una ragazza di 26 anni è stata accoltellata dal suo ormai ex compagno) dimostrano che in fondo certi modi di pensare sono ancora presenti e alimentano la parte prevaricatrice dell’uomo che non può tollerare che una donna gli dica no, pensando al proprio benessere senza annullarsi per compiacere l’altro. Allora la domanda sorge spontanea: possiamo dire che è stata veramente raggiunta la famosa parità dei sessi?[/ihc-hide-content]

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