Surplus commerciale, la Germania viola le regole in barba alla U.E.

Aumentano ancora le esportazioni salite del 6% nell’ultimo anno. La locomotiva tedesca non sembra volersi fermare. Arrivano i primi richiami da Bruxelles.

Da anni ormai la Germania, membro fondamentale dell’Unione Europea, viene meno alle regole sul Surplus commerciale. Il problema è ben presente alla Commissione UE, che ha posto la regola – nell’ambito del cosiddetto ‘six pack’ che dovrebbe garantire l’equilibrio economico del Vecchio continente – di limitare il surplus commerciale sotto il 6%. Chi sfora il parametro per tre anni di fila, incorre in possibilità di sanzioni. Per la Germania, il 2016 dovrebbe esser stato l’ottavo anno fuori dal tetto e la Commissione ha già aperto una indagine. Ma che cos’è il Surplus commerciale e perché ci sta danneggiando?[ihc-hide-content ihc_mb_type=”show” ihc_mb_who=”1,2,3″ ihc_mb_template=”1″ ]

La bilancia commerciale è il più grande componente della bilancia dei pagamenti del paese e le partite di debito comprendono le importazioni, gli aiuti esteri, la spesa nazionale all’estero, nonché gli investimenti nazionali all’estero. Gli oggetti di credito includono le esportazioni, la spesa estera nell’economia domestica e gli investimenti esteri nell’economia domestica. Un paese ha un deficit commerciale se importa più di quanto esporta lo scenario opposto è quando si ha il surplus commerciale, ovvero quando esporta più di quello che importa. Se un deficit della bilancia indica che un Paese consuma più delle risorse che produce, un avanzo – a rigor di logica – indica che il Paese in questione consuma meno di quel che produce. Il che ha un impatto sugli altri Paesi. La Germania potrebbe spendere i soldi in più nella costruzione di infrastrutture oppure spingendo la domanda ed alzando cosi il tenore di vita dei tedeschi, ma non lo fa, per paura di aumentare l’inflazione. La Commissione Ue, che ha ben presente come una maggiore domanda interna tedesca sia la strada principale per abbassare il debito pubblico degli altri Paesi, ha messo nero su bianco una procedura, la “Macroeconomic Imbalance Procedure” (Mip) per esortare gli Stati membri a rispettare i limiti della bilancia corrente, da +6 a -6% del Pil. La regola serve a cercare di non allargare le fratture nell’Eurozona. Quando un’industria tedesca vende un bene ad un’industria italiana, in un certo senso sottrae ricchezza all’economia del Bel Paese, che paga per qualcosa prodotto altrove: sul territorio e nei conti correnti della controparte tedesca ricadranno tutti i vantaggi della transazione. Se la Germania deve trainare l’Europa come sembra chiaro, sarà meglio che inizi a consumare i prodotti dei vicini, in modo da distribuire loro parte della sua ricchezza Ma la Germania non sembra affatto curarsene e continua ad esportare molto di più di quello che importa, anche perché la procedura di infrazione non è mai stata attivata.

E’ sempre più folta la schiera di studiosi che denuncia i rischi interni di questa situazione, che per altro pone la Germania fuori dai parametri europei ed è oggetto di scontro con i partner. Le critiche esterne sono montate anche negli Stati Uniti, dove ad esempio il segretario al Tesoro, Jacob Lew, ha ricordato che “politiche per promuovere la domanda interna sarebbero un bene per l’economia tedesca e quella mondiale”. Il problema è tutto sommato semplice. In un mercato in crisi, con tutta l’Europa ad arrancare, a trainare la ripresa dovrebbe essere l’economia che cresce, cioè quella tedesca. Per farlo, dovrebbe comprare i prodotti degli altri Paesi che non hanno sbocchi sui mercati interni, dove i consumatori non fanno altro che tirare la cinghia. Ma ciò non avviene e Berlino, invece di acquistare (import), inonda il mondo dei suoi prodotti (export). Non solo, il paese teutonico così facendo si rende ancora più vulnerabile ad eventuali shock dovuti al cattivo andamento dei suoi vicini europei, infatti la sua economia, dipendendo molto dalle esportazioni, crollerebbe nel momento in cui, nazioni come Italia Grecia o Spagna smettessero di comprare la manifattura tedesca e per vari motivi si rivolgessero altrove. La Cina stessa rappresenta un ottimo cliente per il mercato tedesco con un’esposizione superiore a 6%, ma da sola non basterebbe a salvare la Germania. Insomma la locomotiva d’Europa deve tenere ben presente il peso dei propri vagoni.

L’Italia in primis ne trarrebbe vantaggio visto che per aggiustare i conti i Paesi dell’Eurozona in deficit (anziché essere trainati) hanno dovuto recuperare competitività di prezzo e ridimensionare gli standard di vita, generando deflazione e riduzione della domanda che non sono state compensate, come sarebbe stato logico e opportuno, da politiche espansive. La BCE attraverso il suo programma di quantitative easing ha voluto dare stimolo ai mercati ma un ulteriore collaborazione di tutti i paesi- come ammesso dallo stesso presidente Mario Draghi- resta il percorso migliore da seguire. Le Raccomandazioni, – atti delle istituzioni comunitarie che non hanno però efficacia vincolante – che sono arrivate al Paese teutonico non sono andate giù al Bundestag, che tramite il ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble fa sapere che queste sono rivolte al Paese sbagliato. Rispedendo le accuse al mittente. Poi rincarando la dose attacca ancora affermando che l’esecutivo europeo non assolve al proprio compito di controllare che i bilanci “di singoli paesi europei corrispondano alle regole e accordi europei”. Riferendosi non troppo velatamente al nostro Paese e al rapporto deficit/Pil massimo a cui dovremmo attenerci. Inoltre imporre sanzioni alla Germania sarebbe controproducente, finirebbe per fare muro su questioni importanti come la questione flessibilità o quella migranti che all’Italia stanno molto a cuore. Ma non è comportandosi cosi – con sfrontatezza verso le regole comunitarie – che contribuirà a costruire un’Europa più forte ed economicamente più stabile.[/ihc-hide-content]

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