I disturbi del linguaggio: diagnosi, terapia, guarigione.

Si tratta senza dubbio di una delle facoltà umane più affascinanti, forse la facoltà “principe” che ci rende completamente esseri umani. Benché si è scoperto che altri animali abbiano la capacità di comunicare tra loro emettendo dei suoni, il linguaggio, se inteso come complesso codice linguistico, è certamente prerogativa dell’uomo. E’ definibile come la capacità che ha l’uomo di esprimere e comunicare concetti, pensieri e significati tramite la lingua, che è appunto un codice complesso. Che sia innato o che venga appreso attraverso l’interazione con gli altri, il linguaggio è stato per anni al centro di animati dibattiti psicologici e non solo e, ancora oggi, si scoprono aspetti interessanti fino a qualche tempo fa del tutto sconosciuti. Insieme alla comunicazione non verbale, fatta ad esempio di gesti, espressioni e intonazioni della voce, il linguaggio verbale permette all’uomo di relazionarsi con i suoi simili, di esplorare il mondo circostante, addirittura di “costruire” la realtà: il grande linguista Wilhelm von Humboldt arrivò a dire che l’uomo è uomo attraverso il linguaggio e che il mondo è mondo attraverso il linguaggio, mentre negli anni ’20 il filosofo viennese Ludwig Wittgenstein affermò che “i limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo” – stabilendo un rapporto inequivocabile tra linguaggio e pensiero.
Il linguaggio viene appreso durante i primi anni di vita e il contatto con i genitori è fondamentale per il suo sviluppo, tuttavia non è difficile imbattersi in bambini – o adulti – che presentano disturbi del linguaggio, non collegati necessariamente ad altri disturbi evolutivi come ad esempio un ritardo mentale o una perdita dell’udito. Ma quali sono questi disturbi e come è possibile diagnosticarli? Esistono terapie che permettono di guarire completamente dai disturbi del linguaggio?
Ne parliamo con la dottoressa Alessia Balzano, giovane logopedista che, dopo gli studi presso la facoltà di Medicina e Chirurgia della Seconda Università di Napoli, attualmente lavora come consulente presso un centro convenzionato Asl Salerno.

Chi è il logopedista? Come si svolge il suo lavoro?
Il logopedista è una figura che rientra tra le professioni sanitarie e si occupa prevalentemente di riabilitare tutti i disturbi legati alla comunicazione verbale e all’articolazione della parola in ogni fascia d’età. Inoltre, il logopedista si occupa di riabilitare disturbi legati alla deglutizione.
Tale professione può essere svolta in diversi ambiti: il logopedista può esercitare in strutture ospedaliere in svariati reparti (dalla TIN fino ad arrivare alla lungodegenza, passando per la neurologia, l’otorinolaringoiatria, la foniatria, la neuropsichiatria infantile) ma può anche lavorare in centri privati e/o privati convenzionati ASL e può esercitare la sua attività come libero professionista.
Quali sono i disturbi del linguaggio più comuni nei bambini?
Prima di elencare i vari disturbi di cui i bambini possono essere affetti, è necessaria una premessa fondamentale sulla costituzione del linguaggio nelle sue parti fondamentali.
Il linguaggio verbale è suddiviso in 4 macroaree dette “livelli”:
• il livello fonetico-fonologico: rappresentato dall’articolazione dei suoni di una lingua e dalla loro organizzazione a formare parole;
• il livello morfo-sintattico: in tale livello, le parole vengono organizzate in frasi più o meno complesse che sottostanno alle regole grammaticali della lingua di appartenenza;
• il livello lessicale-semantico: in questo livello vengono immagazzinati tutti i vocaboli (ed i loro significati) conosciuti ed utilizzati da un soggetto, e avviene la loro organizzazione in categorie;
• livello pragmatico: questa è la parte del linguaggio legata all’utilizzo comunicativo della lingua in contesti sociali e reali e, dunque, è strettamente collegata al contesto in cui le parole e le frasi vengono prodotte ed è connessa alla comunicazione non verbale: grazie alla pragmatica, siamo in grado di distinguere una domanda da un’affermazione solo grazie all’intonazione vocale, di poter comprendere l’ironia ed il sarcasmo, di riuscire a cogliere il senso di alcune parole grazie all’ambiente in cui ci troviamo e/o dall’interlocutore con cui conversiamo.
Un disturbo di linguaggio in età evolutiva può essere legato ad alterazioni organico-sensoriali o cognitive ma, nella pratica clinica, la maggior parte dei piccoli pazienti non presenta alcuna anomalia sensoriale o cognitiva e, dunque, il disturbo viene definito “specifico” poiché non vi sono cause direttamente collegate alla comparsa dello stesso. Un Disturbo Specifico di Linguaggio (DSL) può interessare uno o più livelli sopracitati, e può riferirsi al linguaggio espressivo oppure al linguaggio recettivo, o ad entrambi.
Come si possono diagnosticare? In che modo un genitore può accorgersene?
Nella pratica clinica, sono numerosissimi e svariati i test standardizzati da poter utilizzare per valutare le abilità comunicativo-linguistiche dei bambini per ognuno dei 4 livelli e per tutte le fasce d’età; a questi, il logopedista associa un’osservazione ecologica del linguaggio spontaneo del bambino utilizzando prevalentemente il gioco come strumento poiché vanno valutate anche le abilità di interazione e la comunicazione non verbale. Il genitore può accorgersi di una devianza dalla fisiologia se:
* Vi sono uno o più fonemi distorti: entro i 3 anni e mezzo, gli organi deputati al linguaggio raggiungono la capacità funzionale per poter articolare qualsiasi suono. Fonemi distorti, omessi, discostanti dal modello adulto possono rappresentare la base di un disturbo di linguaggio;
* il bambino ha un eloquio scarsamente intellegibile al di fuori dei familiari: se nessuno a parte i genitori o i parenti più stretti del bambino riesce a comprendere ciò che il piccolo dice, sicuramente vengono messi in atto processi di semplificazione importanti e significativi, che allontanano la sua produzione dal modello adulto fino a renderla incomprensibile.
*a 24 mesi il bambino produce meno di 50 parole. Fisiologicamente, un bambino di 24 mesi produce tra le 100 e le 500 parole e ne comprende molte di più: se vi è un distacco da queste cifre, è necessario rivolgersi ad uno specialista poiché potrebbe trattarsi di uno sviluppo ritardato o deviante del linguaggio.
*vi sono difficoltà di comprensione verbale: come già detto, i bambini con DSL non presentano difficoltà cognitive ma ciò non toglie che si possano verificare deficit al linguaggio recettivo.
Le suddette difficoltà, però, non rappresentano nella totalità dei casi lo sviluppo di un vero e proprio disturbo del linguaggio: la valutazione del linguaggio può essere fatta anche a scopo puramente preventivo e sicuramente la tempestività di intervento può ridurre al minimo le conseguenze sulla vita futura del bambino.
Si guarisce del tutto da un problema del linguaggio?
Molto e tanto si può ottenere dai piccoli con DSL: la miglior prognosi è senza dubbio quella legata ad una difficoltà puramente articolatoria. I fattori che possono ridurre o aumentare il buon esito della terapia logopedica sono diversi e svariati e molto dipende dalla precocità di intervento: prima si agisce, migliore sarà il risultato ottenibile. In generale, la risoluzione totale di un DSL è quasi sempre possibile ma, in alcuni casi, un grave disordine fonologico oppure un deficit al livello morfosintattico possono andare a segnare l’integrità del linguaggio del bambino per svariati anni. Tra le conseguenze più invasive ovviamente ci sono quelle legate all’apprendimento della letto-scrittura che in questi piccoli pazienti può rappresentare un vero ostacolo fino allo sviluppo di un disturbo dell’apprendimento secondario a disturbo del linguaggio.
Come si articola la terapia logopedica nel bambino?
Dopo un’attenta ed accurata valutazione del bambino da parte di più figure specializzate (medico foniatra e/o medico neuropsichiatra infantile, pedagogista, logopedista, terapista della neuropsicomotricità dell’età evolutiva), viene stilato un progetto terapeutico adeguato alle necessità del soggetto per ognuna delle aree deficitarie e, nello specifico, il logopedista stila un suo programma terapeutico in cui si pone degli obiettivi a breve, medio e lungo termine che siano concordi al progetto generale. Dopo aver deciso gli obiettivi, il terapista utilizza prevalentemente giochi e attività ludiche che permettano al piccolo di sviluppare e le abilità linguistiche deficitarie e, allo stesso tempo, migliorare le abilità di interazione, di integrazione e di comunicazione. Vengono, inoltre, fornite delle linee guida da seguire per la famiglia che è il principale modello da cui i piccoli pazienti possono apprendere con maggiore impatto.
Quanto influisce il rapporto tra terapista e bambino per la guarigione?
Ovviamente, l’instaurazione di un legame forte ed empatico tra terapista e paziente è fondamentale: il bambino deve non solo fidarsi dell’adulto ma affidarsi a lui poiché molto spesso i piccoli sono consapevoli delle loro difficoltà e si rifiutano di collaborare poiché temono di essere giudicati. Un buon terapista deve saper essere un modello da seguire concreto, deve incentivare all’impegno e alla consapevolezza dei propri organi fonatori senza risultare invadente o saccente e rapportarsi al piccolo in un modo per lui rinforzante ma allo stesso tempo deve mantenere i ruoli ben distinti nel rispetto delle regole del setting terapeutico che vengono illustrate già dalle primissime sedute. Il terapista non è un compagno di giochi ma è colui che dà fiducia e sicurezza ad un bambino con delle fragilità e che, fin da subito, gli fornisce gli strumenti per superarle.
Quanto sarebbe utile la figura fissa del logopedista all’interno delle scuole?
Di sicuro il logopedista lavora a stretto contatto con insegnanti sia di scuola dell’infanzia che primaria: fondamentale è, per i bambini, circondarsi di figure competenti che possano lavorare tutte con un’unica missione volta al benessere dei piccoli. Probabilmente un logopedista fisso all’interno della scuola sarebbe un’esasperazione ma che ogni scuola dovrebbe avere un logopedista a cui rivolgersi per valutazioni e screening è, a mio parere, un’iniziativa molto interessante. Gli insegnanti potrebbero segnalare al terapista quali piccoli studenti si discostano dalla classe e, per esempio, all’interno delle scuole materne, il logopedista potrebbe valutare le abilità linguistiche e, a partire dall’ultimo anno, le abilità predidattiche dei soggetti segnalati mentre a partire dalla scuola primaria, necessari risulterebbero screening ed eventuali valutazioni per l’individuazione precoce dei Disturbi Specifici d’Apprendimento (DSA).


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