Il filo rosso del Natale

Il Natale è per antonomasia la festa dei bambini: si scrivono migliaia di letterine, si comprano regali per accontentare i loro desideri, quando possibile, e si coinvolgono nell’addobbo della casa. Ma è sempre stato così? Quali sono state le tradizioni natalizie dei bambini nel tempo? Concentrando la nostra attenzione sulla città di Napoli, vediamo come era vissuto il Natale di un bambino degli anni ’30, ’60 e ‘90 Dalle testimonianze raccolte e dal raffronto di alcuni quotidiani messi a disposizione dalla biblioteca nazionale di Napoli, il natale dei bambini napoletani negli anni ’30 – se potessimo ascoltarne il racconto dalla loro stessa voce – doveva essere pressappoco così.
I genitori ci fanno indossare i vestiti migliori per la giornata, magari un maglione lavorato ai ferri. Nei giorni precedenti abbiamo preparato il presepe insieme a papà. La sera della vigilia si mangia baccalà e capitone, mentre a Natale brodo di gallina e minestra di verdure. Soltanto durante questo periodo mangiamo noci e noccioline! Qualcuna la conserviamo per segnare i numeri della tombola, ma capita spesso di mangiarle per sbaglio, perciò usiamo anche le bucce dei mandarini. Poi, i dolci che mangiamo a Natale sono gli struffoli. Ma il giorno preferito deve ancora arrivare. La notte del 5 gennaio la befana, se abbiamo fatto i bravi, ci porta mandarini, biscotti e cioccolatini. Ho appeso il calzettone più grande che ho!! Il mio amico dice che la Befana non esiste, e sono i nostri genitori che comprano tutto il ben di Dio alle bancarelle, ma non ci credo!
Il presepe, legato alla tradizione cristiana napoletana, è stato un potente deterrente per l’albero, almeno fino agli anni ’60, quando la moda si è diffusa attraverso la televisione e il boom economico. Infatti l’albero era presente in Italia fin dagli anni ’70 dell’Ottocento, quando la regina Margherita di Savoia, moglie di Umberto I, ne ha addobbato uno nella sala del Quirinale. Dall’iniziativa della regina, e considerando che il popolo napoletano le era molto affezionato, è probabile che la moda si sia diffusa a Napoli già nei primi anni del novecento, ma presso le famiglie di rango nobile. Oggi il presepe è ancora a Napoli il simbolo più intimo del Natale, ma non si può negare che oggi l’albero ha conquistato anche le famiglie napoletane, e soprattutto, i bambini.
Percorrendo la linea del tempo fino agli anni’60 a Natale qualcosa è cambiato. E se ancora un volta a raccontare potessero essere i bambini in persona, essi potrebbero dire qualcosa del genere.
Nel periodo di Natale accompagno spesso mamma a fare compere alle bancarelle di via Foria. Sono affollate, coloratissime, e vendono cibi e dolci di ogni tipo; secondo me anche la befana si rifornisce lì. Ma a Natale la cosa più bella per me è fare l’albero. Ogni anno mamma compra un albero vero, profumatissimo e altissimo, col puntale che quasi tocca il soffitto. Ci vogliono almeno tre persone per portarlo su. Per farlo mantenere usiamo un vaso grande o un bidone, che poi ricopriamo con la carta e decoriamo. La prima cosa che appendiamo sull’albero sono le luci, ognuna rivestita da un cappelletto di vetro, che di tanto in tanto si spengono e riaccendono. Poi mettiamo le palline, di vetro, e decorate con vari colori. Infine, mettiamo dei festoni luccicanti, morbidissimi, di color argento e dorato. Il giorno della befana poi arrivano i regali. Se hai fatto proprio la bravissima oltre alla calza ricevi una bambola, o il bravissimo, allora ricevi una pistola giocattolo di legno con l’elastico. Nella calza poi ci puoi trovare biscotti, soldini di cioccolato, o ancora meglio di tutto, le sigarette di cioccolato, che ti fanno sentire come un adulto. Nel caso peggiore puoi trovare anche il carbone.
Ma quanto ancora hanno dovuto aspettare i bambini napoletani prima di vedere arrivare Babbo Natale?
Questo personaggio circolava in Europa sotto in diverse vesti già dal lontanissimo IV secolo col nome di San Nicola, vescovo di Myra, città della Lycia nell’attuale Turchia. Fin dal medioevo San Nicola ha acquisito il titolo di protettore dei bambini, perché a lui era legata una leggenda secondo cui avrebbe salvato tre bambini dalla crudeltà di un oste. Secondo il racconto tramandato, un oste avrebbe fatto a pezzi tre bambini per servirli come piatto di carne. Ma San Nicola, giunto sul posto sotto le spoglie di un anziano signore, avrebbe tirato fuori dal pentolone i bambini sani e intatti. A creare l’odierna immagine di Babbo Natale però si sono aggiunti altri elementi alla tradizione cristiana di San Nicola. Sull’aspetto di Babbo Natale avrebbe influito ad esempio il testo “A Christmas Carrol” di Charles Dickens, in cui si trova il personaggio dello Spirito del Natale presente di antica tradizione popolare, un omone grande, panciuto e vestito di verde. Inoltre, le calze che i bambini anglosassoni appendono al camino aspettando Babbo natale, deriverebbero dall’usanza dei bambini tedeschi di appendere le calze (o le scarpe) con della paglia o del fieno per il cavallo magico del dio Odino; secondo la leggenda, dopo aver sfamato il suo cavallo, il dio avrebbe riempito le calze di dolci e caramelle per ringraziare i bambini. Molto probabilmente da qui deriva anche la leggenda legata alla figura della Befana. Ma una parte decisiva nella rappresentazione dell’odierno Babbo Natale spetta a Clement Clarke Moore: lo scrittore newyorkese, negli anni ’20 del XIX secolo, rappresentò il santo come un elfo rotondetto, con barba bianca e il vestito rosso. Per il Natale del 1862 l’illustratore Thomas Nast raffigurò, su una rivista statunitense Babbo Natale con giacca rossa, barba bianca e stivali.
Finalmente, negli anni ’90, Babbo Natale fa parte ormai del Natale napoletano. Si può affermare con certezza che, soprattutto nell’immaginario dei bambini, abbia surclassato decisamente la befana, e i motivi possono essere diversi: l’aspetto più grazioso, la facoltà di accontentare i desideri dei bambini, il carattere fondamentalmente buono e di rado punitivo verso i bambini “meno bravi”.
I bambini scrivono ogni anno la loro letterina, in cui inseriscono talvolta i loro desideri più immediati, materiali, ma anche speranze più profonde e concrete. Molte letterine di quegli anni, e di oggi, chiedono un po’ di tempo in più dedicato al gioco con la propria mamma; un cane o un animale domestico; la fine della guerra e della fame nel mondo; un po’ di generosità in più da parte dei “capi”, che donino un po’ di soldi a quelli che ne hanno di meno. Oggi moltissime letterine chiedono l’arresto dei terroristi, che “si comportano un po’ come quegli attori dei film d’azione”; un lavoro per il proprio genitore; la guarigione di un parente stretto; un rapporto migliore con il proprio fratello, l’arrivo di un fratellino, o ancora, un animale domestico.
E’ giusto quindi che questi bambini, così maturi e così consapevoli, credano ancora a Babbo Natale e non conoscano la verità? Gli psicologi affermano che il bambino, tra i 2 e i 3 anni, non sa ancora distinguere la realtà dalla fantasia. Per lui credere a Babbo Natale è qualcosa di molto naturale. Nel momento in cui il bimbo inizia a crescere e ad andare a scuola, può succedere che gli inizino a venire dei dubbi circa l’esistenza di Babbo Natale, ma ciò non dovrebbe spingere il genitore a dirgli subito la verità, perché questo potrebbe traumatizzarlo e a sentirsi ingannato dal genitore. Sarebbe meglio assecondare qualche sua domanda “razionale”, con una risposta simile: “Babbo Natale esiste, ma si fa aiutare dai genitori per consegnare i regali”. In seguito, quando il bimbo inizia a manifestare seri dubbi, ma ha ormai raggiunto l’età di 6-7 anni, gli si può svelare la verità con serenità, perché in molti casi, non sarà per lui un duro colpo, perché sarà in grado di capire e apprezzare la “bugia bianca” del genitore. D’altronde il filo rosso del Natale continua ad essere il piacere di stare con la propria famiglia, di prepararsi insieme al Natale, e di riuscire a cambiare in meglio. Quindi la famiglia deve essere la prima sostenitrice di questo spirito di cambiamento, dando fiducia e speranza ai bambini: e allora, perché deluderli?

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