Respinta la riforma costituzionale, cosa cambierà per l’Italia e per l’Europa?

Il NO vince un po’ ovunque, al sud in testa, gli elettori si sono espressi chiaramente. Ci sono già state conseguenze politiche importanti, ma è giusto fare catastrofismi?
4 dicembre 2016- L’Italia intera è chiamata al voto, non un voto qualsiasi, un referendum storico, gli italiani lo sanno bene e rispondono con un’affluenza record del 68,5 %. Milioni di cittadini, anche residenti all’estero, respingono la riforma costituzionale voluta fortemente da Renzi e Boschi. Un risultato che non lascia equivoci, un 60% schiacciante che costringe alla resa l’ormai ex Presidente del Consiglio dei ministri Matteo Renzi che il giorno 5 dicembre annuncia le sue dimissioni. Ma si sa da sempre che ‘’ morto un Papa se ne fa un altro’’, pochi giorni dopo con la stessa maggioranza parlamentare eccetto ALA (gruppo parlamentare capeggiato da Denis Verdini), si vota la fiducia ad un nuovo Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni. [ihc-hide-content ihc_mb_type=”show” ihc_mb_who=”1,2,3″ ihc_mb_template=”1″ ]Tra le polemiche dell’opposizione che avrebbe voluto il voto nell’immediato e la costruzione di una nuova squadra parlamentare si inseriscono le principali novità portate dal NO al referendum in chiave politica ed economica.
Il nuovo Premier, ex ministro degl’esteri sotto il governo Renzi, riesce a costruire la sua squadra dei ministri non senza qualche piccolo cambiamento. Quello che salta subito all’occhio scorrendo le pagine della Gazzetta Ufficiale è la istituzione di un nuovo Ministero per la coesione territoriale e il Mezzogiorno con a capo Claudio De Vincenti, non certo un novizio. Il Professore di Economia Politica presso l’Università la Sapienza di Roma ha già fatto parte del governo Monti, di quello Letta e infine del governo Renzi, prima come viceministro allo sviluppo economico poi come sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Il suo dicastero è la prima vera novità portata dal NO, pur essendo senza portafoglio, in realtà sarà chiamato a continuare i controlli dei fondi comunitari 2014-2020, del Fondo sviluppo e coesione, dei Patti sottoscritti con le Regioni del Sud e le Città metropolitane e di tutti gli altri interventi nazionali in corso o programmati nelle aree del Mezzogiorno. Inoltre va ricordato che proprio sotto la spinta fortissima dell’allora Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio De Vincenti, coadiuvato dalle Regione e dagli altri Ministeri, si sono interamente utilizzati i fondi dei programmi 2007-2013, evitandosi cosi la perdita di parte delle cospicue risorse disponibili; e lo scorso anno il P.I.L. dell’Italia meridionale è cresciuto dall’1%, a fronte dello 0,8% dell’intero Paese.
Ma quello del Ministero per il Sud non è del tutto una novità, era già stato istituito in passato con scarsi risultati. Risulta inoltre in tempismo perfetto con i dati del referendum che hanno visto le regioni del Sud Italia ripudiare le idee di riforma governative con il 70% dei NO. Si spera quindi che questa volta sia uno strumento funzionale allo sviluppo del Mezzogiorno e non soltanto sterile propaganda.
Dal lato politico le differenze sono davvero poche, il rimpasto dei ministri ha Portato l’ex Interno Angelino Alfano agli esteri e la ex ministro alle riforme costituzionali Maria Elena Boschi a diventare il nuovo sottosegretario alla presidenza del consiglio. Le new entry sono Marco Minniti agli Interni (grande conoscitore dell’intelligence italiana avendo in passato ricoperto ruoli di primo piano) e Luca Lotti allo Sport. Inoltre il governo sembra avere la maggioranza per apportare eventuali modifiche all’ Italicum prima della naturale scadenza delle Camere.
I risvolti sull’economia Europea e soprattutto nazionale nel breve periodo non sono stati eclatanti come molti analisti del settore obbligazionario avevano prospettato. Il famigerato SPREAD (differenziale tra il rendimento dei BTP italiani e i Bund tedeschi) è inizialmente salito attestandosi però sempre sotto i 190 punti base, il perché è presto detto, i titoli di Stato italiani sono largamente in mano a banche e compagnie di assicurazione del Belpaese e sono posseduti dalla Banca d’Italia tramite l’Eurosistema, e questi investitori domestici sono tutti compratori che non vendono in momenti di crisi. Inoltre, i prezzi dei BTp sono protetti e sostenuti dagli acquisti del QE della BCE, dal programma PSPP che giovedì scorso è stato esteso dal governatore della Banca Centrale Europea Mario Draghi oltre la scadenza del marzo 2017 ed esattamente fino a dicembre 2017, il quantitativo di titoli acquistabili però è sensibilmente ridotto si passa dagli attuali 80 miliardi di euro ai 60 miliardi. Sul breve termine, tutto appare dunque sotto controllo: sul medio-lungo termine, la turbolenza sull’Italia tramite lo spread può tornare in qualsiasi momento, nel caso di instabilità politica ed elezioni anticipate che potrebbero far salire al potere partiti anti-euro.
Il mercato azionario italiano FTSE MIB il giorno dopo il referendum ha aperto con un consistente calo di circa 1,71% per poi riprendersi quasi subito e chiudere quasi in parità. Trend rispettato anche nei giorni a seguire, nonostante le fluttuazioni dovute al caso Monte dei Paschi e in ultimo a Mediaset (l’aggressività di Vivendi che è già salita al 20% sta tenendo sotto scacco il Biscione). Gli altri principali mercati europei come Londra, Francoforte e Parigi, girano in positivo, sintomo che il rischio di contagio è scongiurato, proprio come accadde prima col referendum sulla Brexit poi con l’elezione di Donald Trump. L’euro è in rialzo sopra 1,07 dollari, dopo essere sceso ai minimi da 20 mesi sul biglietto verde. Dopo la vittoria del No al referendum costituzionale e le dimissioni del premier Matteo Renzi, la moneta europea era scesa sotto i livelli toccati con la Brexit, a 1,0506, ai minimi dal marzo 2015. Successivamente si è ripresa e ha risalito la china, confortata dal buon andamento delle Borse europee e dalla tenuta dello spread, fino a un massimo di 1,0730 dollari e 122,39 yen.
In sostanza sembra che fare catastrofismi, almeno per il momento, sulla tenuta del nostro Paese e della moneta unica sia del tutto infondato, sia i mercati azionari che obbligazionari hanno ammortizzato bene le tensioni degli ultimi giorni. Poi come tutti gli analisti sanno, guardare al Lingotto (la tenuta dell’oro calcolato in oncia) per capire se c’è una crisi in atto, è sempre un buon metodo per fare ipotesi sul futuro. Il bene rifugio per eccellenza infatti tende ad aumentare di prezzo nei casi di incertezza economica, ma in questo caso il lingotto tiene e l’Italia pure.[/ihc-hide-content]

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