La lettura: elaborazione e ri-elaborazione di sé attraverso la biblioterapia

Tutti i lettori appassionati riconoscono una grande importanza ai libri e probabilmente ognuno di loro sarebbe in grado di spiegare in modo diverso perché è così interessante intrattenersi in compagnia di un buon libro. Come può dimostrare l’esperienza di ogni giorno, sono molteplici le risposte al perché tanti di noi assegnano un peso così rilevante alla letteratura: leggere consente di ampliare l’esperienza del bambino e la sua conoscenza del mondo, facilita l’apprendimento della lingua madre, favorisce la crescita personale e interiore, sviluppa l’immaginazione, permette di sperimentare tutte le possibilità umane, senza patirne direttamente le conseguenze.

Richard Hoggart riconosce il valore principale della letteratura nel modo peculiare in cui essa “esplora, ri-crea e ricerca i significati dell’esperienza umana”; Morley scrive che quando si vende un libro a qualcuno non gli si vendono soltanto dodici once di carta, con inchiostro e colla, ma gli si vende un’intera nuova vita, dal momento che “in un vero libro c’è amore e amicizia, umorismo e navi in mare di notte, c’è tutto il cielo e la terra”.

Nonostante i numeri che parlano di calo di lettori, sono tanti quelli che tutti i giorni amano intrattenersi in compagnia di un buon libro: dal momento in cui, attraverso il linguaggio, i nostri progenitori cominciarono a comunicare intorno al fuoco, inventando storie e raccontandosele, comincia quel lungo percorso che a poco a poco ci ha resi umani, permettendoci di realizzare grandi ambizioni e di indagare i misteri della natura. Quel processo, mai interrotto, si è arricchito con la nascita della scrittura, sfidando la stessa eternità. Celebre l’immagine con cui Umberto Eco descrive la pratica della lettura: così come il racconto e la memoria più in generale, essa allunga la vita permettendoci di avere un piccolo assaggio di immortalità all’indietro. Attraverso i libri possiamo, infatti, venire a conoscenza di cose lontanissime nel tempo e nello spazio ed è per questo che i nostri libri potrebbero essere definiti, a ragione, i vecchi delle nostre tribù. E così, rispetto all’analfabeta o a chi non legge, ci viene data la possibilità, attraverso i buoni libri, di vivere moltissime vite, oltre alla nostra: scrive ancora Eco che “ricordiamo, insieme ai nostri giochi d’infanzia, quelli di Proust, abbiamo spasimato per il nostro amore ma anche per quello di Priamo e Tisbe, abbiamo assimilato qualcosa della saggezza di Solone, abbiamo rabbrividito per certe notti di vento a Sant’Elena e ci ripetiamo, insieme alla fiaba che ci ha raccontato la nonna, quella che aveva raccontato Sheherazade”.

Leggere è uno dei modi più efficaci che abbiamo trovato noi uomini per alleviare la nostra condizione mortale, per sconfiggere il tempo e trasformare l’impossibile in possibile; per questo scrive Vargas Llosa che i buoni libri che abbiamo letto – quelli che ci hanno creati e ricreati – ci rendono meno conformisti, più ribelli e inquieti – ci migliorano insomma!

La lettura permette l’elaborazione di sé in un mondo in cui i grandi mutamenti, l’urbanizzazione, l’estensione del lavoro salariato, l’emancipazione femminile, la ricomposizione della famiglia, la globalizzazione economica, le rivoluzioni tecnologiche hanno modificato – o addirittura cancellato – tutte le cornici e i riferimenti simbolici attraverso i quali prima si costruiva l’identità dell’individuo, in larga misura prodotto di una linea di discendenza familiare e di appartenenza sociale, religiosa, etnica.

Nelle nostre società in continuo mutamento, infatti, sta a ciascun individuo costruire il senso della propria esistenza e l’architettura del sé, attraverso le proprie esperienze e la ricerca di valori, segnali, limiti, dove i confini simbolici vengono a mancare, con tutti i rischi che questa ricerca comporta, specie durante l’adolescenza. Questo processo di elaborazione di sé e di identificazione è possibile, attraverso la lettura, perché il nostro essere è fatto di parole. Molte di esse esistevano già prima della nostra nascita, altre sono arrivate con il tempo e l’esperienza. E certe parole, di cui siamo fatti, attraverso le quali abbiamo messo insieme un senso, le abbiamo trovate nei libri. E’ un po’ come se lungo gli scaffali della nostra libreria vedessimo allora sfilare la nostra storia, il nostro essere!

Già da molto piccoli, se sono fortunati a crescere in un ambiente stimolante, i bambini interrogano i libri cercando le risposte alle domande che custodiscono gelosamente nel cuore, attingono ai libri cercando materiale per scrivere il loro “romanzo personale”, rimediando alle delusioni inevitabilmente inflitte dalla realtà. Lo stesso avviene durante l’adolescenza e la vita adulta quando un romanzo, un racconto o una poesia sembra parlare proprio a noi e a nessun altro: queste briciole di testo funzionano come insights, prese di coscienza improvvise di una realtà interiore. Come scrive Marcel Proust, in realtà quando leggiamo, siamo lettori di noi stessi e il libro non è altro che uno strumento che ci permette di scoprire cose che forse, diversamente, non avremmo mai visto in noi. Il libro che stringiamo tra le mani, allora, è una sorta di eco del libro che portiamo in noi, un’eco del libro dell’anima, nascosto ma sempre presente, che ogni uomo, fin dalla nascita continua a scrivere per tutta la sua vita.

Se la lettura ci dà la possibilità di scoprirci e di costruirci, pensiamo a quanto diventa cruciale nei momenti in cui abbiamo la necessità di ri-costruirci, nei momenti di crisi, dopo un lutto, una malattia o una drammatica separazione. La parola da sempre, ancora prima che si immaginasse lo stesso atto di scrivere, ha un potere curativo: i popoli antichi, attraverso il racconto di miti e leggende intorno al fuoco, esorcizzavano paure e ansie e cercavano di costruire un senso nel mondo che li circondava. Quando poi, attraverso la scrittura prima e la maggiore reperibilità dei testi poi, è diventato più immediato e tangibile il rapporto col libro, l’uomo ha compreso immediatamente il suo potere benefico e salvifico. Già gli antichi Greci avevano compreso il forte legame che può esistere tra parola (e testo) e cura: non a caso essi invocavano Apollo, figlio di Zeus e Leta, al contempo dio della poesia e della medicina. Come fa notare Blake Morrison, in un suo articolo del 2008 pubblicato su “The Guardian”, inoltre, nel mondo antico era solito costruire gli ospedali e i santuari, i luoghi di cura insomma, vicino ai teatri. Aristotele, nella “Poetica”, illustra il processo di catarsi che avviene attraverso la parola: la poesia tragica, per il grande filosofo greco, destando terrore e pietà, paura, compassione e simpatia, sarebbe in grado di soddisfare le passioni umane e eliminerebbe da esse ciò che vi è di ostile alla ragione. Il beneficio che i libri, soprattutto quelli dei grandi scrittori, possono avere nella cura delle insanie, è, dunque, un universale vecchio quanto il mondo – si potrebbe continuare all’infinito con gli esempi citando gli antichi oratori romani, faraoni, grandi umanisti come Petrarca o Machiavelli, filosofi e poeti.

É però agli inizi dell’ottocento, negli USA, che alcuni medici di famiglia cominciano a raccomandare i libri per curare i pazienti con malattie mentali o difficoltà emotive. In questo campo pionieri sono stati Benjamin Rush e John Minson Galt che prescrivevano la letteratura come una parte della terapia dei loro pazienti ricoverati in ospedale. Rush, addirittura, nella conferenza relativa alla costruzione e amministrazione degli ospedali, tenutasi il 10 novembre 1802, sosteneva che una piccola libreria sarebbe dovuta essere necessariamente parte dell’arredo dell’ospedale. Furono poi William e Karl Menniger, psichiatri e scrittori, nel corso degli anni trenta, che iniziarono, per primi, a prescrivere la lettura dei romanzi ai malati con disturbi mentali in cura nelle loro cliniche a Topeka e nel Kansas e a istituire la figura professionale del biblioterapista. In questo modo tra dottore e bibliotecario viene, quindi, a crearsi un rapporto professionale molto stretto.

La biblioterapia, la cura delle malattie attraverso la lettura, è una pratica quindi molto antica che però solo nell’ultimo secolo è stata riconosciuta internazionalmente. Le molteplici definizioni che, nel corso del tempo, sono state date della biblioterapia sono accomunate da alcuni elementi: l’utilizzo dei libri per fini terapeutici; la stretta relazione tra psicoterapia e libroterapia e il beneficio che il libro può apportare al lettore perché tratta di tematiche che sono in sintonia con il suo vissuto.

La lettura, come ormai si evince abbastanza chiaramente da molte ricerche scientifiche, è molto di più di una distrazione, del temporaneo oblio della propria sofferenza: è qualcosa che ha a che fare con la ricomposizione della propria immagine, con il mantenimento della propria dignità, lesa in questi momenti di fragilità.

Quando ci sentiamo esausti, sofferenti nel corpo, e angosce e fantasmi arcaici si risvegliano in noi, la ricostruzione di una rappresentazione di sé, della propria interiorità può essere vitale. E nelle letture, o nella contemplazione delle opere d’arte, c’è qualcosa di profondamente riparatore. Un libro, in realtà, può prendersi cura di noi perché, in fondo, in esso troviamo pensieri nostri, magari formulati diversamente, che ci consentono di riflettere su noi stessi. Come scrive Pavese, “leggendo non cerchiamo idee nuove, ma pensieri già da noi pensati, che acquistano sulla pagina un sugello di conferma. Ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona già nostra – che già viviamo – e facendola vibrare ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi”.

I libri sono allora sguardi amorevoli, voci che ci cullano e accarezzano quando siamo fragili e magari soli. La lettura è, insieme all’amicizia, uno degli apporti più validi per l’elaborazione di un lutto o un allontanamento: ma d’altronde cos’è la lettura se non uno splendido legame d’amore che può durare tutta la vita?

Come scrive Proust, non esistono forse giorni più belli e pieni di quelli che abbiamo vissuto in compagnia del nostro libro preferito. La lettura è un’amicizia e, il fatto che essa si rivolga a dei morti o degli assenti, le conferisce qualcosa di disinteressato, di quasi commovente. Al contrario delle altre amicizie che stringeremo nel corso della nostra vita, precisa ancora Proust, quella coi libri è un’amicizia pura e disinteressata perché coi libri non occorrono convenevoli: trascorriamo la serata con loro perché ne abbiamo veramente desiderio e, quando li lasciamo, non ci vengono in mente quei pensieri che sono soliti rovinare le amicizie come “che avranno pensato di noi? – saremo piaciuti? – non avremo sbagliato qualcosa?”. E l’atmosfera di questa amicizia sincera e piena è il silenzio, che è assai più puro della parola, perché mentre con gli altri parliamo, soltanto con noi stessi assaporiamo il silenzio.

 


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