L’uomo: l’animale che racconta storie!

Decine di migliaia di anni fa, molto tempo prima che qualcuno firmasse i grandi classici della letteratura o scrivesse i romanzi “Harmony” e la saga di Harry Potter, e molto tempo prima che si potesse anche solo immaginare il fatto stesso di scrivere, i nostri progenitori, ancora poco numerosi, si stringevano intorno al fuoco raccontandosi a vicenda storie fantastiche su paurose creature e giovani amanti, su eroi coraggiosi, fantasie sull’origine del sole, del mondo con le sue creature e delle divinità.

In principio era la fiaba – scriveva Paul Valéry – e le ricerche linguistiche condotte nel 2016 da Sara Graca da Silva, dell’università di Lisbona, e Jamshid Tehrani, dell’università di Duhram, confermano che le fiabe sono antiche quanto il mondo. Analizzando ben 275 racconti indeuropei applicando il metodo della filogenia, abitualmente usato dai biologi per stabilire il grado di parentela tra specie e comprendere la loro evoluzione, i due antropologi hanno dimostrato che gran parte delle storie che abbiamo amato da bambini sono figlie della tradizione orale e, dunque, sono tutt’altro che invenzioni recenti.

Concentrandosi sulle storie che hanno come tema principale la magia, che rappresentano il gruppo più numeroso di fiabe nelle culture indoeuropee, hanno potuto confermare le intuizioni di Wilhelm e Jacob Grimm, secondo i quali molti plot narrativi famosi addirittura precedono l’invenzione della scrittura. Storie come il Fabbro e il diavolo, la Bella e la bestia, Aladino e Cenerentola erano raccontate già durante l’età del bronzo e molte delle fiabe, finite poi nelle raccolte dei fratelli Grimm, mostrano elementi ricorrenti in tutto il mondo indoeuropeo, dall’india alla Scandinavia. Sono millenni che gli uomini, dunque, si raccontano sempre le stesse favole, fin da quando, intorno al fuoco, si interrogavano sul senso della vita, sulla natura, sul destino dell’uomo.

La scoperta del fuoco, avvenuta probabilmente per caso più di un milione di anni fa, cambiò radicalmente la vita dei nostri progenitori, permettendo loro di cuocere i cibi, di scaldarsi e tenere lontani i predatori, ma non solo. Le fiamme accese allungarono le giornate, offrendo un luogo di ritrovo e un’occasione in più per chiacchierare e stringere relazioni sociali. Come sottolinea un interessante studio del 2014 sul ruolo del fuoco nell’evoluzione umana compiuto dall’Università dello Utah, le fiamme, rischiarando e riscaldando, regalarono ai nostri antenati preziose ore di socialità in più. Nelle fiamme al buio c’è qualcosa che lega, distende, eccita le persone. Come spiega Polly Wiessner, uno degli studiosi che ha condotto lo studio, la notte intorno al fuoco rappresenta da sempre un momento per legare, intrattenere, scambiarsi informazioni sociali e condividere emozioni. Per studiare il ruolo sociale di questo momento della giornata, i ricercatori hanno registrato e analizzato, per 174 giorni, le conversazioni di una popolazione di cacciatori raccoglitori, i !Kung, che vive nel deserto del Kalahari, tra Namibia e Botswana, lontano da ogni forma di tecnologia. Quanto hanno scoperto circa i temi sui quali vertono i racconti serali dei !Kung, può dirci molto sui temi sui quali, verosimilmente, vertevano le conversazione degli ominidi: caccia, battaglie per il cibo, matrimoni e tradizioni prematrimoniali, omicidi, incendi, nascite, persone smarrite, interazioni con altri gruppi, inseguimenti da parte degli animali, tradimenti e litigi tra marito e moglie. Su storie, insomma. Al contrario di quanto avverrebbe di giorno, invece, in cui si parlerebbe maggiormente di pettegolezzi e lamentele, di questioni economiche, di come e che cosa cacciare per cena – solo raramente si racconterebbero storie. Dunque lo storytelling, ossia la capacità di raccontare storie, accompagna l’uomo dai tempi dei tempi e precede l’invenzione della stessa scrittura.

E ora che sono trascorse decine di migliaia di anni da quei primi magici momenti di socialità, ora che la specie umana imperversa su tutto il pianeta, la maggior parte degli uomini ancora discute intorno ai miti sull’origine delle cose e si emoziona per l’enorme quantità di racconti di finzione che si leggono nei libri, si vedono sugli schermi, si ascoltano nelle canzoni. Le storie, secondo la celebre definizione che ne dà lo studioso Gottschall, sono per gli esseri umani ciò che l’acqua è per i pesci, cioè, qualcosa di vitale ma di cui non ci si accorge, essendovi immersi. Infatti, mentre il nostro corpo è in ogni momento ancorato ad uno spazio ed un tempo, la nostra mente è costantemente libera di vagare e lo fa in continuazione.

Siamo sommersi da storie molto più di quanto si può immaginare e lo siamo in ogni momento della vita e ad ogni età. Fin da piccolissimi i bambini, che Gottschall definisce abitanti dell’Isola che non c’è, sono creature profondamente legate alle storie: si possono appassionare ai racconti che trovano nei libri o nei video o possono creare, nei loro giochi di simulazione, i loro mondi di finzione. All’età di un anno circa, qualcosa di magico germoglia nel bambino: egli può tenere in mano una banana come se fosse un telefono o far finta di insegnare a leggere ad una bambola riccioluta. Ad un paio d’anni, inizia ad apprendere come sviluppare un personaggio e collaborare con altre persone in semplici messe in scena: può essere la madre di sua madre (che diventa immediatamente una bambina), un guerriero a cavallo (con una scopa tra le gambe) o un cattivissimo re (che incute paura con la sua voce grave e rauca). A tre o quattro anni, entrano nell’età aurea del gioco di finzione e, almeno fino ai sette – otto anni, scorrazzano padroni nei territori del facciamo finta che. I bambini giocano ad inventare storie per istinto e non necessitano di alcuna guida. Per loro il gioco di immaginazione è automatico e insopprimibile esattamente come i sogni: i bambini giocano a fare finta che anche quando non hanno abbastanza da mangiare e persino quando vivono nello squallore e nel degrado!

Crescendo, certamente usciamo dalla stanza dei giochi, lasciandoci alle spalle i travestimenti e le bambole, ma non abbandoniamo mai la finzione: cambia soltanto il modo di praticarla e romanzi, film e fantasticherie sono tutte province dell’Isola che non c’è. Neanche il fatto che oggi, come mostrano costantemente le statistiche, non leggiamo più come una volta significa che abbiamo abbandonato la finzione narrativa: semplicemente la pagina scritta è stata soppiantata dallo schermo e le nostre storie le troviamo nei film, nelle soap opera, al cinema. Raccontare storie, inoltre, costituisce la colonna portante dello sport in televisione; gli spot pubblicitari ci offrono brevi storie di trenta secondi; ci sono poi le grandi narrazioni su cui si fondano tutte le tradizioni religiose, le poesie, i videogiochi sempre più narrativi, le nostre autobiografie su Facebook e Twitter. Infinite sono poi le storie che raccontiamo a noi stessi: il momento più fecondo è la notte quando, mentre dormiamo, il nostro solerte cervello produce sogni in gran quantità. Una stima approssimativa per difetto, che tiene conto soltanto del sonno REM – cioè il momento in cui il nostro cervello elabora sogni – suggerirebbe che sogniamo in una maniera vivida e narrativa per circa due ore a notte, che corrispondono a 51000 ore nell’arco di una vita media, vale a dire circa sei anni di sogno ininterrotto. Durante questi anni, il nostro cervello simula molte migliaia di risposte diverse a molte migliaia di minacce, problemi e crisi – che potrebbero capitare realmente nella nostra vita oppure non presentarsi mai! Ma non smettiamo di sognare nemmeno quando ci svegliamo, se pensiamo ai nostri sogni ad occhi aperti. Sogniamo ad occhi aperti sul passato, su questioni quotidiane, immaginando modi diversi di gestire gli episodi della nostra vita: in sostanza, la mente, ogni qualvolta non è assorbita da un compito che richiede concentrazione, scivola immancabilmente nelle sue divagazioni. Gli stessi ricordi che utilizziamo per creare le narrazioni relative alla nostra vita sono largamente intrisi di finzione e gli psicologi sociali sottolineano che, quando incontriamo un amico, le nostre conversazioni vertono perlopiù su chiacchiere e pettegolezzi, cioè ancora storie.

Il nostro progenitore è dunque l’Homo fictus, la grande scimmia antropomorfa la cui mente era capace di raccontare storie; per natura, la mente umana cede impotente al “risucchio” di una storia: indipendentemente da quanto ci sforziamo di opporre resistenza, quando il narratore pronuncia la formula magica “C’era una volta” non siamo in grado di contrastare la forza di attrazione esercitata dal fascino dei mondi altri della fantasia. Le storie che troviamo nei libri hanno personaggi d’inchiostro che vivono in case di inchiostro dentro città di inchiostro. Fanno lavori di inchiostro, hanno problemi di inchiostro, piangono e sudano inchiostro e, quando si feriscono, sanguinano inchiostro. Eppure riescono, senza troppa fatica, a superare la barriera che divide il loro mondo dal nostro, si muovono nel nostro mondo in carne e ossa e vi esercitano un potere reale.

Partendo, dunque, dal presupposto che noi uomini desideriamo ardentemente le storie e che una storia ha il potere di farci ridere o piangere, di farci accapponare la pelle, di alterare il modo in cui immaginiamo noi stessi e il nostro mondo, di plasmare sottilmente le nostre convinzioni e i nostri comportamenti, è il caso di chiedersi perché noi uomini siamo intrisi di storie fino alle ossa.

Come sempre più spesso gli studiosi della mente dimostrano, rafforzando ciò che il senso comune sa da sempre, in tutte le cose che facciamo la pratica è molto importante: ci si allena a giocare a basket o a suonare il violino così che la prestazione sarà ottimale quando ci si troverà davanti a una sfida importante allo stadio o in auditorium. Allo stesso modo, sostengono i teorici dell’evoluzione come Brian Boyd, Steven Pinker e Michelle Scalise Sugiyama, le storie costituiscono lo spazio nel quale gli individui si esercitano a utilizzare le competenze più importanti della vita sociale umana, attraverso la possibilità di vivere esperienze surrogate, soprattutto emozionali, senza esporsi in prima persona. La finzione dunque, espressa con qualsiasi mezzo narrativo, è un’antica e potente tecnologia di realtà virtuale che simula i grandi dilemmi della vita umana: essa ci permette da sempre di amare, condannare, perdonare, sperare, sognare, odiare senza correre nessuno dei rischi che queste emozioni normalmente implicano! La psicologa e romanziera Keith Oatley considera le storie come simulatori di volo per la vita sociale umana al punto che, se i simulatori di volo consentono ai piloti di addestrarsi in sicurezza, le storie ci preparano alle grandi sfide del mondo sociale. E così allora cerchiamo le storie perché ci piacciono ma la natura ci ha progettati per amarle affinché potessimo godere del vantaggio derivante dal fare pratica.

Le storie sono una costante nella vita dell’uomo tanto da poter ipotizzare un vero e proprio istinto a narrare: attraverso le storie, prima raccontate attorno al fuoco, poi lette nei libri, oggi anche attraverso i più moderni dispositivi tecnologici, gli uomini acquisiscono conoscenze per comprendere il mondo, fanno esperienze simulate nelle quali possono imparare nuovi modelli di comportamento, apprendono a gestire le emozioni e a fare gruppo, possono, infine, semplicemente dedicarsi ad un’attività piacevole che, distraendo dagli impegni quotidiani, permette loro di allenare la mente.


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