L’uscita del Regno Unito dall’U.E. si fa sempre più vicina, cosa c’è da aspettarsi?

Ormai sembra passato un secolo, ma soltanto il 23 giugno 2016 nella Gran Bretagna ed in Gibilterra veniva votato quello che possiamo definire il referendum più importante per l’Unione Europea. Si tratta di una consultazione popolare non vincolante, da una parte chi voleva rimanere nella UE e quindi nel mercato unico e dall’altra chi invece voleva abbandonarla. Come ben sappiamo a vincere, anche se di poco, è stato il No con circa il 51,9% dei voti contro il 48,1%. Analizzando il voto geograficamente si evince che la Brexit ha vinto in Inghilterra e Galles mentre ha perso in Irlanda del Nord e Scozia, in quest’ultima soprattutto il dissenso politico è aumentato a dismisura tanto che alcuni esponenti del primo partito scozzese pensano ad un secondo referendum.[ihc-hide-content ihc_mb_type=”show” ihc_mb_who=”1,2,3″ ihc_mb_template=”1″ ] L’adesione all’Unione europea è un importante motivo di discussione nel Regno Unito sin dal suo ingresso nella Comunità Economica Europea nel 1973. In accordo con un impegno preso nel manifesto del Partito Conservatore, la base giuridica per un referendum è stata istituita con l’approvazione dello European Union Referendum Act 2015 da parte del Parlamento britannico. È stato il terzo referendum che si è tenuto in tutto il Regno Unito e la seconda volta in cui all’elettorato britannico è stato chiesto di votare sulla questione dell’adesione all’Unione europea: il primo referendum si tenne nel 1975, quando era conosciuta come la Comunità Economica Europea. In quell’occasione il 67% degli elettori si mostrò favorevole all’adesione, ma da allora la natura dell’Unione Europea è cambiata e non di poco.
I primi cambiamenti, sono stati sicuramente quelli politici all’interno delle istituzioni Britanniche, a David Cameron primo ministro è succeduto la seconda donna Premier nella storia inglese, Theresa May 60 anni in precedenza ministro degli interni che dopo un’ora dal suo insediamento ed un breve colloquio con la Regina ha redatto la lista dei nuovi componenti del suo governo. Un nome su tutti è quello del ex sindaco di Londra Boris Johnson famoso per la sua campagna pro-Brexit e per la sua esuberanza è stato nominato ministro degli Esteri e quindi guiderà le relazioni diplomatiche in questo difficile periodo. Un primo segno quindi non proprio confortante per l’Europa. Nel suo discorso di insediamento la May ha definito la Brexit come una sfida da affrontare e da vincere, e poi rivolgendosi al ceto medio-basso ha detto che la sua politica avrà un occhio di riguardo per i cittadini meno abbienti.
I mercati finanziari hanno reagito negativamente all’esito della consultazione. La mattina del 24 giugno, dopo l’annuncio dei risultati, il cambio della sterlina inglese è crollato in solamente due ore da $1,50 a $1,37, calo del 10% e 7% rispetto al Dollaro statunitense e all’Euro.

Il FTSE 100, l’indice azionario delle 100 società più capitalizzate quotate al London Stock Exchange, è sceso al -8% inizialmente, recuperando a mezzogiorno al −5% ed attestandosi a poco più del −3% alla chiusura della Borsa, mentre i prezzi delle azioni delle principali banche britanniche sono scese in media del 20%. La Borsa Italiana – sotto il controllo del London Stock Exchange – l’indice FTSE MIB ha ceduto il 12,48% e il Ftse All Share l’11,75%, registrando il peggior crollo della sua storia. In un solo giorno le Borse mondiali hanno bruciato un totale di 2000 miliardi e per i giorni successivi al voto, l’estrema volatilità dei mercati ha portato gravi difficoltà, soprattutto nei Paesi più deboli della zona euro, come Portogallo, Spagna, Grecia e Italia.

Le società di rating hanno subito ridotto il rating del Regno Unito, che precedentemente si attestava ad AAA. Per tutta risposta, la Bank of England ha tagliato i tassi d’interesse allo 0,25% dallo 0,50% e ha introdotto un pacchetto di misure straordinarie basate sul Quantitative Easing, ossia l’immissione sul mercato di liquidità tramite l’acquisto di titoli di Stato, che ammonta a 435 miliardi di sterline. Come se non bastasse, la principale banca inglese ha rivisto la crescita del PIL del 2017, riducendolo dal 2,3% allo 0,8%. Ma dopo alcuni giorni la situazione sembra essersi stabilizzata, e questo lo si deve soprattutto al fatto che la vera e propria uscita dall’Ue non potrà avvenire prima dei due anni. Stando all’art.50 del Trattato di Lisbona infatti durante questi due anni saranno tracciate le linee guida per una Brexit speriamo più indolore possibile. Le trattative dovrebbero cominciare per la fine di Marzo 2017 dopo che il parlamento Inglese avrà redatto l’atto che autorizza il governo a far scattare il famoso articolo 50, un vero colpo di scena potrebbe essere l’opposizione del parlamento, ma andare contro la volontà popolare potrebbe risultare una mossa fatale per il partito dei Conservatori. Il 2 febbraio è previsto il voto del parlamento che poi dovrà accogliere eventuali emendamenti che metteranno probabilmente dei seri paletti all’uscita della Gran Bretagna. Una data da tenere d’occhio è il 9 marzo per la conclusione dell’Iter parlamentare e la comunicazione dell’(Hard) brexit alla Commissione Europea.
Donald Trump, il neo eletto presidente degli Stati Uniti dal canto suo cercherà di cogliere la palla al balzo se l’Gb non troverà presto un accordo di libero scambio di merci e persone con la UE cercando un accordo commerciale tra le due sole nazioni che andrà a discapito dell’export europeo. Nei giorni scorsi c’è stato un bilaterale tra i due alla Casa Bianca dove ad aspettare la May c’era un Presidente USA molto felice per la Brexit addirittura la definisce come una cosa fantastica per il Regno Unito e non solo, rincara la dose definendo l’UE come il veicolo per gli interessi della Germania ed annuncia eventuali dazi sulla BMW. Queste nuove rivelazioni unite agli eventuali risvolti positivi nelle relazioni Stati Uniti-Russia potrebbero portare ad una nuova coalizione economica Mondiale che vedrebbe di conseguenza un’Unione Europea debole e soggetta alle incursioni Russe nella Crimea Ucraina.
Ci resta da capire come l’Europa reagirà a queste nuove sfide, sembra chiaro che la situazione nei prossimi anni si aggraverà, e la lenta burocrazia di sicuro non aiuterà i paesi membri. Una linea guida però ce la fornisce Mario Draghi l’attuale presidente della BCE ci ricorda che divisi siamo deboli e infatti auspica in un suo intervento di pochi giorni fa, un’unione finanziaria completa che ci porti ad avere una seria voce in capitolo in ambito Mondiale attraverso la condivisione del rischio dei debiti Sovrani.

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