Mente e cuore: gli indissolubili rapporti tra ragione ed emozioni

Le emozioni sono una realtà molto complessa e, in gran parte, ancora piuttosto misteriosa, nonostante, nel corso dei millenni siano state al centro di riflessioni di filosofi e letterati, e siano state studiate scientificamente in modo sistematico da oltre un secolo. La grande complessità del fenomeno dipende, essenzialmente, da due motivi principali: innanzitutto dal fatto che la vita umana senza emozioni sarebbe letteralmente inconcepibile, poiché esse conferiscono colore e dinamicità alle nostre esperienze, in secondo luogo dal fatto che si tratta di un fenomeno multicomponenziale, dal momento che le emozioni hanno profonde radici neurobiologiche nel nostro organismo, sono un’esperienza soggettiva dotata di importanti significati in connessione con i propri interessi e scopi, hanno una valenza sociale nelle relazioni con gli altri e sono definite dalla cultura di appartenenza.

La specie umana è la più emotiva tra quelle esistenti – come scrive Keith Oatley l’urlo che ognuno di noi emette nel primo istante della propria vita quando è espulso dall’utero per entrare nel mondo esterno è un segnale emotivo – perché è la meno dotata di dispositivi automatici di risposta a fronte degli stimoli ambientali. Di per sé, infatti, l’emozione aumenta i gradi di libertà della nostra specie, in quanto implica una separazione tra lo stimolo ambientale e la risposta emotiva, separazione che consente di valutare lo stimolo stesso e scegliere tra possibili alternative.

Da sempre le emozioni – e il loro rapporto con la ragione – sono state al centro di interessanti dibattiti, non solo strettamente scientifici. Poco meno di 5000 anni fa, con l’invenzione della scrittura, il pensiero umano si fissò in forme più o meno stabili ed è interessante notare che, fin da principio, in queste scritture leggiamo molto spesso storie di emozioni. E’ così in alcuni versi dell’Epopea di Giglamesh, risalente a circa 3800 anni fa, è così in antichissime testimonianze del medio regno d’Egitto che sono storie di uomini tristi e oppressi dal dolore, è così quando gli Ebrei raccontano che, quando Dio creò il mondo e gli uomini, la prima cosa che avvenne fu proprio un’emozione: Adamo ed Eva, colpevoli di aver mangiato il frutto proibito, ne ebbero coscienza e si vergognarono. Ma ancora, la prima opera letteraria dei Greci giunta fino a noi comincia con Menin aeide, Theà – “Cantami, o diva, del Pelide Achille l’ira funesta” – e il saggio Confucio scrisse sulle emozioni addirittura nel V sec. a.C.

E, se come mostrano gli esempi che potrebbero continuare all’infinito, le emozioni da sempre si sono rivelate argomenti affascinanti perché riguardano i nostri più intimi interessi, perché sottolineano ciò che più conta per noi, è altrettanto vero che gli uomini si sono da sempre interrogati sul rapporto che intercorre tra sfera emotiva e razionalità.

Già a partire dalla filosofia classica e medievale, numerose correnti filosofiche contrapposero le emozioni, e più in generale la sfera dell’affettività e delle passioni, alla ragione. Particolarmente interessante risulta a tal proposito la denuncia del 2011 di Morin su La Repubblica: la cultura occidentale, da sempre prigioniera del mito della ragione, ha idealizzato una razionalità pura, radicalmente separata dalle emozioni e dalle passioni. La nostra cultura ha sempre inseguito un illusorio dominio della ragione e lo sviluppo della civiltà occidentale, avvenuto sotto il segno dell’efficacia economica e del dominio della natura, è quindi figlio della hybris nata da una ragione troppo sicura di sé. Una razionalità aperta e non ottusa, invece, dovrebbe cercare di comprendere e integrare l’altra dimensione, quella della sfera affettiva ed emotiva. La vera sfida della contemporaneità, conclude Morin, è tenere insieme le verità dell’Illuminismo e quelle del Romanticismo.

A partire dagli anni Sessanta del secolo scorso – quando tornano in auge gli studi scientifici sulle emozioni – fino ai nostri giorni si cerca in maniera affannosa una pacifica, seppur non sempre semplice, conciliazione tra logos e pathos.

In tempi recentissimi, si assiste ad un ben fatto tentativo di conciliazione da parte dello studioso della mente portoghese Antonio Damasio che mostra, attraverso l’osservazione di numerosi casi clinici, come mente e corpo siano indissolubilmente legati in tutti i processi della vita umana. Trovare una conciliazione tra mente e corpo significa, in altre parole, riuscire a mettere pace nel rapporto emozioni-razionalità.

Damasio studia tantissimi casi di pazienti con lesioni cerebrali, riallacciandosi agli studi condotti intorno agli anni 60-70 dell’Ottocento dallo studioso Harlow che racconta lo stranissimo – e assai triste – caso di Phineas Gage. Egli era il capogruppo di una squadra di operai che un giorno subì un grave incidente sul posto di lavoro nel Vermont: una sbarra di ferro gli attraversò il cervello, in corrispondenza del lobo frontale. Gage, nonostante il drammatico incidente, si alzò, camminava ed era perfettamente in grado di parlare; portato in ospedale, fu disinfettato e medicato e, per quanto gravemente ferito, una settimana dopo l’incidente si ristabilì e tornò a lavoro. A quel punto però apparve evidente ad amici e conoscenti che quell’uomo, scampato miracolosamente all’incidente mortale, “non era più Gage”. Harlow scrisse nei suoi appunti: “è incostante, irriverente, privo di rispetto verso i compagni, impaziente di essere contenuto o consigliato quando entra in conflitto con i suoi desideri; a volte estremamente ostinato, a volte capriccioso ed esitante, escogita piani per imprese future, che appena iniziate vengono abbandonate”. Gage quindi, prima amabile e affidabile, poi incostante, irriverente e incapace di pianificare le sue azioni, dopo il grave danno cerebrale subito, dimostra che la nostra individualità dipende strettamente dal nostro cervello. Se il cervello è gravemente compromesso, anche noi lo siamo e, come Phineas Gage, non siamo più gli stessi.

Studiando i suoi pazienti che definisce “Phineas Gage moderni”, Damasio si rende conto che, dopo lesioni cerebrali – dopo cioè che il cervello, il corpo, è compromesso – anche la mente, la razionalità, lo è. Di un suo paziente con un danno alla corteccia frontale, la parte del cervello che ci permette di pianificare i compiti quotidiani, Antonio Damasio scrive che la sua mente era stata del tutto sana fino a che un danno neurologico non colpì un particolare settore del suo cervello, provocando da un giorno all’altro una profonda deficienza della capacità di decidere. Il suo paziente disponeva della memoria, dell’attenzione e delle conoscenze; il suo linguaggio non mostrava pecche; egli poteva eseguire calcoli, poteva affrontare la logica di un problema astratto, tuttavia non era più in grado di decidere e mostrava una grave alterazione nella sfera emotiva.

Uno dei moderni Phineas Gage era il paziente Elliot, marito e lavoratore esemplare, che, a seguito di un tumore sviluppatosi nell’area frontale del suo cervello, poi asportato chirurgicamente, pur mantenendo intatte le capacità intellettive e la memoria, mostrò notevoli cambiamenti negativi nella sua personalità. Doveva essere continuamente sollecitato per andare a lavoro e una volta lì si distraeva facilmente, non era più in grado di portare a termine i suoi compiti, perdeva di vista gli obiettivi più importanti e non riusciva più a prendere decisioni né a pianificare le sue giornate. Anche la sua sfera emotiva era fortemente compromessa al punto che non riusciva più ad esperire alcuna emozione: nel giro di poco tempo Elliot perse la sua famiglia e il suo lavoro. Damasio giunge a dimostrare, attraverso i suoi numerosi studi, che se è compromesso il cervello (il corpo), lo è anche la mente.

Damasio a questo punto, per spiegare il rapporto che intercorre tra mente e cuore, teorizza l’esistenza di un marcatore somatico: l’organismo, marcando positivamente o negativamente le proprie esperienze, è in grado di scegliere i comportamenti da mettere in atto, utilizzando allo stesso tempo la razionalità e le emozioni.  Secondo Damasio durante la presa di decisione, prima che un qualsiasi tipo di analisi razionale basata sul rapporto costi/benefici venga applicato, accade qualcosa di molto importante: quando viene alla mente, sia pure a lampi, l’esito negativo connesso con una determinata opzione di risposta, si avverte una sensazione spiacevole alla bocca dello stomaco.

Il marcatore somatico permette all’individuo di scegliere entro un numero minore di alternative, grazie ad una specie di segnale automatico che avverte di potenziali pericoli oppure di potenziali situazioni piacevoli. Per provare questa teoria, Damasio e collaboratori hanno dimostrato che nei pazienti con lesioni alla corteccia frontale (quella deputata alla pianificazione dei comportamenti umani) la risposta emotiva era completamente assente, il che dimostrava la presenza di una dissociazione tra ragione e risposte emotive, dal momento che i pazienti frontali erano perfettamente in grado di descrivere le emozioni ma non riuscivano ad esperirle.

La maggioranza dei marcatori somatici che noi impieghiamo per decidere si forma durante tutta la nostra vita, in base alle varie esperienze che viviamo e tramite l’associazione di alcuni stimoli o eventi a particolari stati somatici. Con Damasio, per la prima volta, le emozioni vengono intese come punto cruciale per lo sviluppo, la regolazione e la gestione del comportamento razionale.

Contro il senso comune, che per secoli ha visto le emozioni come un ostacolo per una vita veramente “intelligente”, le attuali scienze della mente hanno mostrato, invece, come noi uomini ci muoviamo nel mondo, prendiamo decisioni, stringiamo relazioni sulla base di un compromesso tra ragione ed emozioni, entrambe fondamentali e, in un certo senso, fortemente interdipendenti. Tra mente e cuore finalmente pace fatta!?


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