Scrittura legata corsiva e scrittura digitale: inutili allarmismi?

Tablet, computer, telefonini hanno letteralmente cambiato il nostro modo di scrivere, di percepire il mondo, di apprendere. In termini di capacità di operare nel mondo, il divario fra nativi digitali e non, è per molti aspetti a favore delle nuove generazioni, perfettamente a proprio agio con dispositivi elettronici di ogni tipo e con l’esuberante offerta di internet. Oggi, la maggior parte della nostra comunicazione scritta è affidata ai dispositivi di scrittura digitali – in primis computer e cellulari – piuttosto che alla carta e alla penna.[ihc-hide-content ihc_mb_type=”show” ihc_mb_who=”1,2,3″ ihc_mb_template=”1″ ]
Il dibattito tra scrittura manuale e digitale risulta molto interessante e la questione è attualmente in corso in molti Paesi del mondo: meglio assecondare l’ovvia necessità di saper digitare sulla tastiera o su uno schermo tattile, lasciando del tutto atrofizzare la scrittura a mano, o è auspicabile mantenerle entrambe?
Uno degli impulsi al dibattito europeo sull’opportunità o meno di chiedere a scolari e studenti la padronanza del corsivo, era venuto nel 2009 dagli Usa, dove 45 stati avevano aderito all’inclusione obbligatoria dell’insegnamento della digitazione su tastiera nei curricula, declassando al contempo la scrittura in corsivo a materia facoltativa.
Già un anno dopo quell’entusiastica adozione, il Wall Street Journal spezzava però una lancia a favore del corsivo. Citando studi scientifici dell’Università dell’Indiana, basati su risonanze magnetiche, e condotti su bambini con padronanza della scrittura legata e su coetanei abituati a scrivere solo alla tastiera o in stampatello, il quotidiano giungeva alla conclusione che la scrittura manuale sia in grado di attivare e favorire sia la motricità sia i processi cognitivi: “I bambini capaci di scrivere a mano, hanno fatto registrare un’attività neuronale molto più sviluppata rispetto all’altro gruppo testato, comprovando l’importanza della produzione manuale di segni bidimensionali”, era stata la conclusione di Karin Harman James, professore di psicologia e neuroscienze all’Indiana University, che aveva condotto la ricerca. Il Wall Street Journal citava anche Virginia Berninger, professore di psicologia dell’Università di Washington: “In termini di costruzione del pensiero e delle idee, c’è un rapporto importante tra cervello e mano. La scrittura manuale legata accende massicciamente aree del cervello coinvolte anche nell’attività del pensiero, del linguaggio, e della memoria”.
Nell’ultimo anno, al di là dell’oceano si assiste intanto ad un’inversione di tendenza: nove stati, fra cui California e Massachusetts, hanno fatto marcia indietro e reinserito il corsivo come materia curricolare.
In Germania – dove lo psicologo Manfred Spitzer nel suo studio “Demenza digitale” del 2013 ha di recente messo in relazione tecnologia, effetti negativi sull’ippocampo e Alzheimer – una ricerca ha appurato che il 70% dei bambini in uscita dalla scuola materna non mostra di avere i necessari prerequisiti motori per poter affrontare l’apprendimento del corsivo. Fra le cause primarie, si annoverano la mancanza di attività fisica, la carente manualità, l’assenza dell’esempio dei genitori, che non li aiutano a esercitarsi ma che come loro usano ormai solo computer, smartphone e tablet. “Oggi non si gioca più in strada, non ci si arrampica sugli alberi, non ci si allaccia le scarpe, non si corre e salta, non si infila un ago. Si premono tasti, o si tocca uno schermo, tutte cose che richiedono l’uso di altri muscoli rispetto a quelli per tenere in mano una penna, e che non consolidano la coordinazione necessaria a scrivere in corsivo”, sostiene la pedagogista Stephanie Müller, che conclude provocatoriamente: “Se ho imparato solo a marciare, non riuscirò a imparare a ballare la salsa”.
Secondo le ultime ricerche delle neuroscienze, alla diffusione dei mezzi digitali corrisponde una diminuzione della memoria, della capacità di orientamento spaziale e una meno precisa percezione delle relazioni temporali. Da un punto di vista educativo la diminuzione della capacità di scrittura manuale appare spesso associata a una più limitata capacità di coordinamento percettivo-motorio: è come dire che si osserva una sorta di rottura del rapporto tra pensiero e azione. Mentre, da un punto di vista puramente scolastico, calano le proprietà lessicali e sintattiche, diminuisce la memoria, sbiadisce l’apprendimento. E non è solo teoria: lo dimostra un progetto pilota, condotto nel 2014 in due scuole di Roma, una di Ostia e l’altra della periferia est, che ha coinvolto 386 studenti di scuola elementare. I bambini della III, IV e V classe sono stati invitati a scrivere in corsivo ogni giorno, da gennaio ad aprile, una frase, di 4, 5 o 6 righe, in proporzione all’età. I temi prescelti erano quanto più possibile neutri, per non avere implicazioni di carattere religioso, sanitario, sociale. «I risultati sono stati sorprendenti», rivela Benedetto Vertecchi, pedagogista e linguista, uno dei promotori dell’esperimento. Vertecchi spiega: «Col passare dei giorni, i ragazzi hanno imparato ad usare espressioni sempre più efficaci, con poche parole adatte e senza giri lessicali. E’ migliorata la sintassi, l’ortografia, la scrittura in sé: c’è stato un andamento che è simile a quello che si verifica quando si apprende una lingua straniera. All’inizio i bambini avevano bisogno di molte parole per esprimere un concetto, poi sono andati via via migliorando fino a perfezionare la propria capacità di elaborazione»
Perché «nulla dies sine linea» – cioè nessun giorno senza un segno scritto – come scrive Plinio il Vecchio riprendendo Apelle: l’espressione, usata per ribattezzare la ricerca, ricorda la necessità che il pittore ogni giorno esercitasse la sua abilità per tracciare almeno un segno.
Utilizzando strumenti avanzati come la risonanza magnetica, i ricercatori stanno scoprendo che la scrittura a mano è molto più di un modo per comunicare. La pratica aiuta l’apprendimento di lettere e forme, è in grado di migliorare la composizione di idee e di espressione, e può essere di aiuto allo sviluppo motorio del bambino.
Iris Hatfield, creatore del Cursive Programma New American, crede fermamente nella connessione tra la scrittura corsiva e lo sviluppo del cervello come un potente strumento per stimolare l’intelligenza e la conoscenza della lingua e per migliorare, quindi, i collegamenti neurali nel cervello. Egli spiega: “il movimento fisiologico di scrivere lettere in corsivo aiuta a costruire percorsi nel cervello, migliorando l’efficacia mentale. E questo aumento di efficacia può continuare per tutta la carriera accademica del bambino”.
In effetti, come le neuroscienze hanno ormai dimostrato, rafforzando quello che il senso comune – forse – immaginava, il passaggio da carta e penna al mouse, tastiera e schermo comporta grandi differenze nell’ uso del tatto nella scrittura, in diversi livelli. Durante la scrittura a mano, infatti, usiamo una sola mano, mentre la dattilografia in genere comporta entrambe le mani. Inoltre, la scrittura a mano è comunemente vissuta come un processo lento e più laborioso rispetto a quello su una tastiera. La scrittura a mano richiede allo scrittore di formare ogni lettera, mentre nella scrittura digitale, ovviamente, non esiste grafomotricità. Infine, se quando scriviamo a mano la nostra attenzione visiva è comunemente limitata con precisione al punto in cui la penna colpisce la carta durante la scrittura, nella dattilografia c’è un diverso rapporto spazio-temporale tra l’attenzione visiva e l’ingresso tattile – si ha infatti lo spazio del motore, ad esempio, la tastiera, dove lo scrittore agisce e lo spazio visivo, ad esempio, lo schermo, dove lo scrittore percepisce i risultati della sua iscrizione, in tal modo l’attenzione è continuamente oscillante tra questi due piani distinti.
Nel suo volume intitolato “The hand”, descritto da alcuni studiosi come uno dei più saggi libri degli ultimi decenni, il neurologo Frank Wilson sostiene che “ogni teoria dell’intelligenza umana che ignora la interdipendenza tra la mano e la funzione del cervello, le origini storiche di quel rapporto, o l’impatto di quella storia sulle dinamiche di sviluppo in esseri umani moderni, è grossolanamente fuorviante e sterile”.
Come sostengono molti filosofi, biologi, e neuroscienziati come Andy Clark, Evan Thompson, Alva Noë, Antonio Damasio, V. S. Ramachandran, oggi si guarda alla mente e ai processi cognitivi in termini di cognizione incarnata, superando il dualismo cartesiano mente-corpo. La cognizione non viene più vista come astratta e simbolica, come una CPU disincarnata, ma diventa sempre più chiaro che il corpo è un componente attivo e imprescindibile per giungere alla conoscenza, e che la cognizione umana è strettamente intrecciata con la percezione sensoriale e l’azione – con il corpo dunque.
E se la mente e il corpo non possono essere due realtà indipendenti e staccate, allora è evidente che non è affatto indifferente se scriviamo stringendo tra le mani – non senza fatica all’inizio – una penna o se scriviamo pigiando – con la stessa pressione e gli stessi movimenti indipendentemente da se scriviamo una “p” o una “b” – su una tastiera.
Non bisogna inoltre dimenticare che la calligrafia è un linguaggio dell’anima, che diversifica e rende unici. E’ proprio di questo che i giovani sembrano avere paura, preferendo nascondersi dietro l’omologazione dello stampato. È la tesi dell’insegnante e pedagogista clinica Giuliana Ammannati, che per dieci anni ha analizzato la scrittura dei suoi allievi adolescenti trai 14 e i 19 anni, e ha raccolto i dati in una ricerca presentata tre anni fa, che cerca di scavare dentro la motivazioni psicologiche che hanno portato all’abbandono del corsivo. Perché oltre a segnalare che quasi il 50% dei teenager non sa più utilizzarlo, Ammannati ha spiegato di aver incontrato grandissime resistenze a far uscire i ragazzi dal loro reiterato uso dello stampato. «Spesso – ha affermato Giuliana Ammannati, che sostiene la necessità di tornare a scommettere sul corsivo – dopo aver scritto in corsivo non riescono a rileggere le proprie parole. Così per evitare la confusione utilizzano lo stampato». I guasti però si vedono dopo. Non soltanto al liceo, ma all’università, come sottolinea Franco Frabboni, ordinario di Pedagogia all’ateneo di Bologna e presidente della Società Italiana di Scrittura. «La grafia, il corsivo sono veicoli e fonti di emozioni. Tradiscono la personalità, lo stato d’animo… L’abbandono della scrittura a mano porta a una scarnificazione del messaggio, lo vedo spesso nelle tesi dei miei studenti, povere, troppo brevi, dove la sintesi non è un pregio ma una incapacità di sviluppare il pensiero. Quasi sempre nelle mie lezioni faccio fare esercizi di scrittura, invito gli studenti a scrivere di sé, a raccontarsi, a confrontarsi con la propria biografia. E noto difficoltà crescenti».
Lo scenario che traccia Franco Frabboni è ancora più apocalittico: tornare all’insegnamento della scrittura in corsivo è una battaglia fondamentale. Anche perché l’altra faccia di questa metamorfosi è la perdita della lettura. Sono due vasi comunicanti. Se non si impara il corsivo, i suoi tempi, la sua musicalità, come si farà a concentrarsi sulle parole di un libro? La lettura e la scrittura sono due processi neuropsicologici diversi, ma rappresentano due facce della stessa medaglia, che si sviluppano assieme, l’uno innescando l’altro e supportandosi a vicenda.
È chiaro che il computer è oggi una nostra appendice, un pezzo del nostro pensiero. Non si può non tenere presente questo. Tuttavia quello del computer è un “pensiero binario” mentre la scrittura a mano è ricca, diversa, individuale. Rivalutare il corsivo, dunque, non è affatto anacronistico, anzi risulta quanto mai attuale e funzionale alla crescita armonica della persona. E se la scrittura legata in corsivo permette lo sviluppo dei percorsi neuronali e la costruzione di pensieri ed idee, allora il corsivo – dal latino currere, cioè “correre” o “scorrere” – è moderno, semplice ed efficace, fatto per valorizzare la mano perché l’ “andare di corsa” è tipico della mano!![/ihc-hide-content]


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