Il sistema pensionistico italiano e i nuovi provvedimenti Ape social e Ape volontaria

In Italia si è spesso parlato di pensioni e di come renderle sostenibili, nel corso dei vari governi si è assistito a continui mutamenti e ribaltamenti del sistema pensionistico fino all’ultima, tanto criticata, Riforma Fornero. Per meglio comprendere questa riforma attuata nel 2011 in seguito alla crisi economica, bisogna cogliere la differenza tra sistema contributivo e sistema retributivo.[ihc-hide-content ihc_mb_type=”show” ihc_mb_who=”1,2,3″ ihc_mb_template=”1″ ]
La differenza di base tra i due sistemi è che nel sistema retributivo la pensione viene calcolata in misura percentuale, in rapporto alla media di retribuzione percepita durante gli ultimi anni di lavoro. Nel sistema contributivo pensionistico, invece, il calcolo viene fatto basandosi esclusivamente sull’ammontare totale dei contributi versati nell’arco dell’attività lavorativa. Il calcolo della pensione attraverso il metodo retributivo si basa quindi su tre elementi: l’anzianità contributiva, la retribuzione o il reddito pensionabile, l’aliquota di rendimento. La prestazione finale risulta quindi essere una somma di diverse quote, ciascuna relativa ad un periodo di anzianità diversa. Il calcolo della pensione attraverso il metodo contributivo tiene invece in considerazione più elementi. La base di partenza è la retribuzione annua e/o i redditi conseguiti; è poi necessario calcolare ogni anno i contributi versati, determinare il montante individuale e a questo applicare il coefficiente di trasformazione, variabile in relazione all’età del soggetto al momento della pensione.
La Riforma Fornero con il Salva Italia introduce alcune novità: viene innalzata l’età minima per la pensione e le donne sono equiparate agli uomini. Arriva la fascia flessibile di pensionamento per i lavoratori con riferimento ai quali il primo accredito contributivo decorre dopo il 1996: 63-70 anni e introduce quindi la fine del calcolo della pensione attraverso il metodo retributivo privilegiando invece il metodo contributivo, penalizzante da un punto di vista economico.

Ad oggi il nuovo sistema pensionistico prevede che per il pensionamento di vecchiaia occorrono almeno 66 anni e 7 mesi di età e 20 anni di contributi (65 anni e 7 mesi le lavoratrici dipendenti del settore privato e 66 anni ed 1 mese le autonome e le iscritte alla gestione separata). Per la pensione anticipata occorrono, invece, 41 anni e 10 mesi di contributi (42 anni e 10 mesi per gli uomini) a prescindere dall’età anagrafica. L’ordinamento si scosta da questi valori, come indicato, solo per tutelare particolari specificità connesse alla tipologia di lavoro svolto o alla condizione del lavoratore. Così ad esempio ci sono alcuni canali agevolati di uscita per i lavori usuranti, per gli invalidi dall’80% in su, per il comparto difesa, sicurezza e soccorso pubblico (es. forze di polizia, militari, guardia di finanza, vigili del fuoco), per il personale viaggiante addetto a pubblici servizi di trasporto, alcune categorie di lavoratori dello spettacolo, gli sportivi professionisti, alcune categorie di lavoratori del settore marittimo e personale navigante delle imprese aeree.
La domanda che sorge spontanea è se dopo tutte le riforme volute e non il sistema odierno sia sostenibile poiché bisogna tener conto anche di altre tipologie di pensioni come gli assegni di invalidità ( almeno 4 milioni di persone li percepiscono nel nostro Paese). Secondo l’attuale presidente dell’Istituto Nazionale per la Previdenza Sociale Tito Boeri il vero problema non è da cercare nel bilancio dell’ente ma nella sua equità. In una recente intervista infatti ribadisce l’esistenza di una categoria di persone che hanno dei trattamenti pensionistici, o hanno dei vitalizi, come nel caso dei politici, i quali sono del tutto ingiustificate alla luce dei contributi che hanno versato in passato. Non è il caso di chiedere loro un contributo che potrebbe in qualche modo alleggerire i conti previdenziali? La risposta affermativa sarebbe ovvia per la maggior parte dei cittadini. Ma si sa, tagliare i vitalizi è impresa ardua.
Il 42% dei lavoratori dipendenti 25-34enni di oggi andrà in pensione intorno al 2050 con meno di mille euro al mese. Attualmente i dipendenti in questa fascia di età che guadagnano una cifra inferiore a mille euro sono il 31,9%. Ciò significa che in molti si troveranno ad avere dalla pensione pubblica un reddito addirittura più basso di quello che avevano a inizio carriera. E la previsione riguarda i più «fortunati», cioè i 4 milioni di giovani oggi ben inseriti nel mercato del lavoro, con contratti standard: poi ci sono un milione di giovani autonomi o con contratti atipici e 2 milioni di giovani che non studiano né lavorano. È quanto emerge dai risultati del primo anno di lavoro del progetto «Welfare, Italia. Laboratorio per le nuove politiche sociali» di Censis e Unipol.
Per ovviare alla crescente disoccupazione giovanile che ha toccato recentemente il picco del 40% , l’ultimo governo con presidente del consiglio Matteo Renzi ha varato un decreto attraverso il quale rendere possibile un ingresso anticipato in pensione. Le cosiddette APE social e APE volontaria. L’Ape volontaria dà ai lavoratori dipendenti e agli autonomi iscritti alla gestione separata con almeno 20 anni di contributi la possibilità di ottenere la pensione anticipata a 63 anni (e quindi fino a un massimo di 3 anni e 7 mesi prima del normale pensionamento). Gli istituti di credito anticipano la somma che manca per raggiungere pensione di vecchiaia. L’importo anticipato dovrà poi essere restituito a rate in 20 anni dall’interessato, a partire dal pensionamento vero e proprio, sotto forma di trattenute mensili sull’assegno erogato. Si calcola che un anticipo di un anno di pensione possa pesare al massimo 50-60 euro su un assegno pensionistico di 1000 euro. A differenza di quella volontaria, l’Ape social è a carico dello Stato. Hanno diritto a questo trattamento le persone di 63 anni, con 30 anni di contributi alle spalle, che appartengono alle seguenti categorie: gli invalidi almeno al 74%; i disoccupati senza ammortizzatori; chi assiste un familiare di primo grado affetto da disabilità grave.
Non ci resta che aspettare e capire quanti lavoratori aderiranno di propria iniziativa a questo nuovo modo di andare in pensione, se insomma andare prima e con meno soldi sia la strada giusta da percorrere per garantire il giusto trattamento previdenziale ai giovani lavoratori di oggi.

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