Peppino Impastato, 40 anni fa il suo omicidio per mano mafiosa

La morte di Peppino Impastato, ucciso il 9 maggio del 1978, è ancora in parte un mistero: non sono stati sufficienti quarant’anni, cinque inchieste della magistratura, un’inchiesta della commissione Antimafia e le condanne – a trent’anni e all’ergastolo – di Vito Palazzolo e Gaetano Badalamenti a scrivere l’intera verità sulla vicenda. Le condanne del boss mafioso e del suo vice sono arrivate solamente tra 2001 e 2002, mentre una delle incognite ha riguardato per anni il depistaggio operato dagli uomini del futuro generale dei Carabinieri Antonio Subranni – recentemente condannato a 12 anni di reclusione nel processo sulla Trattativa Stato-Mafia – che giunsero quella notte dell’8 maggio a chiudere sbrigativamente la vicenda bollando Impastato come “bombarolo”, saltato in aria per sbaglio durante la preparazione di un ordigno sui binari della ferrovia, o forse morto suicida. Il tutto contro qualsiasi evidenza: dalle sue mani incredibilmente integre e risparmiate dalla bomba che stava maneggiando, al sasso sporco di sangue con il quale era stato colpito, ritrovato accanto al suo cadavere, fino all’esplosivo ritrovato sul posto e proveniente quasi certamente da una delle cave di proprietà mafiosa intorno Cinisi, nessuna delle quali perquisita. Quel giorno, la notizia della morte di Peppino Impastato passava svogliatamente e in secondo piano sui tg nazionali, oscurata dal ritrovamento del cadavere di Aldo Moro in Via Caetani a Roma.

Le indagini dei Carabinieri esclusero subito la possibilità di omicidio per mano mafiosa – che sarà riconosciuto solo nel 1984 – ed alcuni fondamentali tentativi volti a scoprire la verità non furono mai effettuati, come l’interrogatorio di una testimone oculare, Provvidenza Vitale, casellante di turno al passaggio a livello di Cinisi quella notte, che fu dichiarata emigrata in America. La donna in realtà, ad esclusione di alcune visite a parenti oltreoceano, ha sempre vissuto a pochi chilometri dal paesino in provincia di Palermo, dove ha cresciuto sei figli. A ciò si aggiunge un sequestro informale che i Carabinieri operarono nella casa di Impastato, oltre a quello formale e autorizzato, durante il quale portarono via un archivio mai più restituito contenente informazioni sulla strage della casermetta di Alcamo Marina sulla quale Impastato stava indagando, avvenuta un anno prima e anch’essa mai del tutto chiarita. La Procura di Palermo non ha dubbi: si tratta di un caso di trattativa tra apparati dello Stato e mafiosi di una certa rilevanza sul territorio. Peppino Impastato, dopotutto, era fuoriuscito proprio da una di quelle famiglie mafiose: cacciato di casa dal padre Luigi perché aveva preso distanza dai suoi comportamenti mafiosi sin da giovanissimo, aveva iniziato a denunciare il potere delle cosche e i traffici del boss Gaetano Badalamenti. Dai microfoni di Radio Aut, fondata nel 1977 e autofinanziata, Peppino Impastato portava avanti una sorta di controinformazione in un piccolo paese della Sicilia che chiudeva gli occhi di fronte alla realtà, e durante il programma satirico “Onda Pazza” sbeffeggiava i mafiosi e i politici di Cinisi – da lui definita “Mafiopoli” – e primo fra tutti il boss, che aveva ribattezzato “Tano Seduto”, condannato poi negli Stati Uniti nel 1987 a 45 anni di reclusione per traffico di droga internazionale.

Peppino Impastato, intanto, si era unito al PSIUP alla fine degli anni Sessanta e aveva iniziato a dirigere le attività dei gruppi comunisti; nel 1978, poi, la candidatura alle elezioni provinciali nella lista di Democrazia Proletaria. Ma i suoi 260 voti – un ragguardevole 6% in una piccola cittadina del Sud dove persino il Partito comunista si era fermato al 10% – li raccolse che era già morto da una settimana. Dopo il riconoscimento della matrice mafiosa dell’attentato nel 1984, i giudici decisero per l’archiviazione del caso nel 1992, escludendo la possibilità di trovare i colpevoli. Fu grazie al Centro Impastato e alla tenacia della madre di Peppino, Felicia Impastato, che nel 1996 il caso venne riaperto: pochi mesi dopo Salvatore Palazzolo, nuovo collaboratore di giustizia, indicava in Badalamenti il mandante dell’omicidio e in Vito Palazzolo il suo vice. Il 5 marzo 2001 la Corte d’assise ha riconosciuto Vito Palazzolo colpevole, condannandolo a trent’anni di reclusione, mentre l’11 aprile 2002 anche Gaetano Badalamenti è stato riconosciuto colpevole e condannato all’ergastolo. Il boss sarebbe morto due anni dopo in un penitenziario di Devens, in Massachusetts. Il caso di Peppino Impastato, invece, è ricordato come uno dei primi segni della ribellione siciliana all’omertà che regnava da anni: il giorno della sua morte, migliaia di ragazzi si radunarono a Cinisi per affermare che c’erano le cosche locali dietro l’omicidio in quella che è ricordata come la prima manifestazione di piazza contro la mafia.


Download PDF


I commenti sono chiusi.