Estetica ed etica di un Don Giovanni: la seduzione tra gioco sensuale e psichico

La figura del seduttore in Molière-Victor Hugo-Giuseppe Verdi-Mozart-Kierkegaard-Gabriel Garcìa Marquez

«L’amore che provo per una donna non impegna certo il mio cuore a fare ingiustizia alle altre. Continuo ad avere gli occhi, no? Per vedere i pregi di tutte: e a ciascuna rendo gli omaggi e i tributi a cui la natura ci obbliga.» Per il Don Giovanni di Molière l’etica del seduttore incallito non è che conseguenza di una natura “poliamoristicamente” improntata e predisposta nell’essere umano. Gli occhi e la persistenza della vista- metafora molto efficace, atta ad esprimere la capacità di essere attratti ancora- anche dopo una prima conquista, diventano il capro espiatorio del suo habitus, ripercorrendo un motivo topico nella letteratura, già presente nella duecentesca lirica siciliana di Giacomo da Lentini «e li occhi in prima generan l’amore».
Del resto, se sedurre, è etimologicamente, la sottile arte del condurre a sé (letteralmente dal latino se+ ducere) non implica necessariamente l’esclusività del rapporto, o dell’oggetto, almeno, non nella sua accezione. Per il Don Giovanni si tratterebbe, soltanto, di un’insensata gerarchia cronologica, da estirpare per ragioni di giustizia e di par condicio: «tutte le donne hanno il diritto di sedurci, ci mancherebbe che il privilegio d’essere stata la prima debba togliere a tutte le altre le loro sacrosante pretese su di noi». Concezione originalissima e di indubbio fascino, con la quale il carismatico personaggio di seduttore, per bocca molieriana, giustifica la propria patologia di eterno sperimentatore, con annesso rifiuto a vivere le passioni tragiche («è quando sta nascendo, del resto, che l’amore ha un fascino inesplicabile. Tutti i suoi piaceri stanno nell’inizio, e, quindi nel cambiamento. […] Ma una volta piantata la bandiera, che cosa ti resta da dire, o da volere? Tutto il bello della passione è finito»).
Anche secondo Gabriel Garcìa Marquez nel corpo e nella mente umana c’è spazio per una molteplicità di amori, senza voler, per questo, sminuire o mortificare la singolarità di ogni esperienza, in quanto tale, unica ed originale: «si può essere innamorati di diverse persone per volta, e di tutte con lo stesso dolore, senza tradirne nessuna, il cuore ha più stanze di un casinò
È il personaggio di Florentino Ariza il grande seduttore del romanzo L’amore ai tempi del colera, pur partendo da premesse completamente diverse dal Don Giovanni.
Poeta e proprietario della Compagnia Fluviale del Caribe, perdutamente innamorato di Fermina Daza, donna con la quale vorrebbe coronare un sogno d’amore negatogli, Florentino Ariza viene iniziato dalla vita «ai segreti dell’amore senza amore.» Incomincia, così, a coltivare un gran numero di relazioni amorose clandestine, e a collezionare donne, i cui nomi saranno raccolti in un diario.
Ritorna anche qui la patologia di eterno sperimentatore del Don Giovanni, che ha per protagonista una virilità in se stessa, cieca, ossessiva e ripetitiva e una vera e propria fuga dalla femminilità, con donne che lo inseguono, ma non gli appartengono. Entrambi tentano l’impresa impossibile e disperata di annientare il principio femminile dentro di loro.
Tuttavia, apparentemente, se per il Don Giovanni molieriano sembrerebbe trattarsi di una deliberata scelta di vita, piuttosto consapevole, senza una ratio, che possa prescindere da principi diversi rispetto a quello in cui l’estetica del piacere si fa etica; per Florentino Ariza apparirebbe, invece, una necessità per colmare la mancata accettazione di un vuoto d’amore. L’autore la spiega come dettata da «un’ambizione d’amore che nessuna contrarietà di questo né dell’altro mondo sarebbe riuscita a eliminare», dal momento che Florentino Ariza «aveva così tanto amore dentro che non sapeva cosa farne».
In realtà, al contrario, per lo statico personaggio di Don Giovanni è sempre un’ invariabile necessità di salute e paradossalmente una corsa involontaria verso la morte, per Florentino Ariza, invece, una scelta temporanea e variabile, dettata da un’evoluzione del personaggio dopo aver appreso sulla sua
pelle la fondamentale lezione che «i deboli non sarebbero mai entrati nel regno dell’amore, che è un regno inclemente e meschino, e che le donne si concedono solo agli uomini dall’animo risoluto, perché infondono loro la sicurezza che tanto bramano per affrontare la vita».
È la comprensione del fondamentale principio che regola la stabilità di coppia, in base al quale, all’uomo spetta nobilitare la propria femminilità, alla donna la propria virilità vissuta attraverso l’uomo, a fare la differenza tra i due personaggi. Florentino Ariza ad un certo punto arriverà ad accettare il principio femminile dentro di lui, riconoscendo che le donne si conquistano con la virilità, ma si possiedono per sempre con la femminilità, ed in ciò vive il suo riscatto nel finale coronamento del sogno d’amore con Fermina Daza; Don Giovanni, al contrario, sforzandosi per sempre di annientare il principio femminile, eccita la virilità della donna, lasciandola vacante e mobilitandola contro se stesso fino alla distruzione.
«Ti dirò, in questo io ho l’ambizione dei conquistatori, dei grandi condottieri, che volano di vittoria in vittoria, e non riescono a mettere un limite ai loro vasti disegni. Non c’è niente che possa fermare l’impeto del mio desiderio. Sento di avere un cuore capace di amare tutta la terra. Come Alessandro, vorrei che ci fossero altri mondi, per poterli esplorare con le mie conquiste amorose».
Una sorta di Don Giovanni riesumato riproponeva nelle vesti di re Victor Hugo nel dramma Le roi s’amuse del 22 novembre 1832 alla Comédie-Française. È la storia del buffone Triboulet, con un prologo non avulso da critiche alla monarchia e alla nobiltà, in particolar modo verso il libertinaggio di Francesco I, che costarono a Hugo la censura, oltre al fallimento sulla scena. Tale dramma sarà riproposto, poi, l’11 marzo 1851 da Giuseppe Verdi, attraverso il Rigoletto, un rifacimento figlio della censura. Dramma in tre atti, composto per La Fenice di Venezia, spostando la vicenda dalla corte di Francia a quella di Mantova, pur mantenendo l’ambientazione cinquecentesca; Francesco I diviene il Duca di Mantova, Triboulet, Rigoletto.
«Della mia bella incognita borghese/ toccare il fin dell’avventura io voglio» è il verso lirico introduttivo col quale Giuseppe Verdi presenta e rivela, fin da una prima apparizione, il personaggio del Duca di Mantova. Donnaiolo impenitente, la figura più convenzionale e meno incisiva dal punto di vista drammatico dell’intera opera, con un canto spiegato ed un tratto musicale fatto da una ballata, duetti ed una canzone: «La donna è mobile/qual piuma al vento, /muta d’accento/ e di pensiero. /Sempre un amabile/ leggiadro viso, / in pianto o in riso /è menzognero». Il testo è eloquente circa la sua visione fortemente sprezzante della donna, vista come figura estremamente volubile, vezzosa ed instabile, ma anche e soprattutto falsa ed ipocrita nei suoi modi. Una visione maschilista atta a legittimare, attraverso una supposta inaffidabilità della natura femminile, il libertinaggio maschile, quasi come se la donna al singolare non riuscisse a saziare il desiderio maschile, punto in comune con il Don Giovanni. Tuttavia, ad animare i modi del Duca di Mantova sembrerebbe esservi alla base anche un tratto di latente misoginia, che manca nel Don Giovanni di Molière, sprezzante solo del principio femminile in se stesso, non già del genere.
Parimenti, però, il Duca di Mantova, personaggio borioso, fatuo ed inconsistente che irretisce con i suoi modi e sotto una falsa identità («Gualtier Maldè…/ studente sono…povero….») Gilda, figlia del buffone di corte Rigoletto, è un tutt’uno con l’habitus del corteggiatore ed ha molte amanti. All’inizio dell’opera lo si vede con la contessa di CepranoOr della Contessa l’assedio egli avanza, / e intanto il marito fremendo ne va) e alla fine con Maddalena, sorella del sicario Sparafucile. La giustizia delle posizioni misogine del Duca di Mantova viene, però, smentita, infine, da Giuseppe Verdi, rivelando il personaggio in tutta la sua miseria, senza alcun riscatto. Sia Gilda che Maddalena, infatti, nutrono per il Duca di Mantova un immeritato sentimento autentico e sincero, che spingerà l’una a sacrificarsi, l’altra a distogliere il fratello dal proposito di uccidere l’amato.
La figura del Don Giovanni è protagonista, poi, del Diario del seduttore, opera del filosofo Kierkegaard (1813-1855), nel suo tentativo di ricondurre la comprensione dell’intera esistenza umana alla categoria della possibilità, riscoprendone anche il carattere paralizzante insito nella minaccia del nulla. L’impossibilità di riconoscersi e attuarsi in una possibilità unica si traduce, infatti, nel punto zero, l’indecisione permanente e l’equilibrio instabile tra le opposte alternative di qualsiasi possibilità, vera «scheggia nelle carni». Indispensabile è, però, l’atteggiamento contemplativo, quale, sforzo costante di chiarire le possibilità fondamentali che si offrono all’uomo. In tal senso vi sono, a suo avviso, due alternative inconciliabili che si configurano come i primi due stadi dell’esistenza: la vita estetica e la vita etica. Il Don Giovanni rappresenta in tutta la sua pienezza la prima. Si tratta della forma di vita di chi esiste nell’attimo fuggevolissimo e irripetibile, sapendo trarre godimento dalla scelta dei piaceri più intensi e appaganti, in uno stato di permanente ebbrezza intellettuale, bandendo tutto ciò che è insignificante, banale e meschino. Tuttavia, la vita estetica conduce necessariamente alla noia, alla dispersione e alla disperazione, fino ad arrivare alla vita etica che implica stabilità e continuità.
Il Don Giovanni mozartiano (Sua passion predominante/è la giovin principiante) di Kierkegaard produce un certo inquinamento dell’estetica, trasformando la leggerezza di un fluire spontaneo, disimpegnato ed inarrestabile nella complessità della strategia, del calcolo e della riflessione. Tanto da sottoporre l’estetica all’etica. Mentre quello molieriano era un seduttore prettamente sensuale, più immediato, il seduttore di Kierkegaard è, innanzitutto, psichico, che non punta tanto al possesso fisico, quanto, invece, al soggiogamento psichico totale, senza restarne coinvolto e fa del tempo stesso uno strumento di seduzione. Tuttavia, in questo gioco perverso di mediazione razionale, il seduttore psichico rimane schiavo e vittima dei suoi stessi intrighi, vivendo un’esistenza costantemente inquieta e viene meno tutta la componente istintiva tipica della seduzione sensuale.
Kierkegaard costruisce, così, con Diario del seduttore un vero e proprio trattato metodologico sull’arte della seduzione, quale artificio della mente, discostandosi dal personaggio di Don Giovanni legato alla tradizione, e connotandolo, invece, con un forte spessore psicologico.


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