La musica dell’indicibile e la consistenza delle parole

Giuseppe Patroni Griffi e il teatro della parola

Una genialità versatile, intellettualmente libera e piuttosto anticonformista, che trasborda dai confini di ogni definizione, in un’analisi appassionata e spietata, atta a scandagliare le profondità dell’animo umano. È il teatro della parola e dei personaggi, fra retrogusto neorealista e una certa acquolina neoromantica , nella poetica “naturale e strafottente di un intellettuale radicalmente innovativo” , quale, Giuseppe Patroni Griffi (Napoli, 1921- Roma, 2005). Regista cinematografico e teatrale, drammaturgo, scrittore e sceneggiatore, animato da “una grande passione” , è un personaggio estremamente poliedrico del panorama culturale italiano del secondo Novecento.
La sua prima opera drammaturgica compiuta- se non si consideri la Ballata in prosa, Il mio cuore è nel Sud del 1950, con la quale si presentò al pubblico radiofonico con la complicità di Antonio Ghirelli- è D’amore si muore, del 1958. Si tratta di una commedia teatrale tragica, divisa in tre parti, scritta in un linguaggio tipicamente cinematografico, che procede per dissolvenze incrociate, vale a dire stacchi netti ed improvvisi tra una scena e l’altra, quasi brutali, ma anche intrecciati. È un tratto caratteristico della drammaturgia di Patroni Griffi, che trae influenza proprio dal cinema, ed è volto ad evidenziarne il tono crudo ed aggressivo. Una scrittura di spiccata qualità scenica per un contatto quotidiano con la vita del palcoscenico. Un organico piano di regia, che si avvale come corredo meta-testuale di un ricco apparato di didascalie, (Il grammofono, altissimo, suona un brano violento di cool-jazz. Renato, in pigiama, è supino sul letto, la testa verso il tavolino, i piedi sui cuscini, immobile: un braccio con una sigaretta accesa nella mano, penzola. Dopo un poco egli lo solleva lentamente, aspira una boccata e lo lascia ricadere. Se non fosse per quelle boccate di fumo che egli di tanto in tanto aspira, nella stanza, tranne il suono assordante del grammofono, non vi sarebbe altro segno di vita;/ Edoardo va nella sua stanza. Rientrano i facchini e rimuovono il grammofono, l’ultima presenza fisica di Renato, sotto lo sguardo commosso di Elena. Sulla loro uscita rientra Edoardo con la busta delle fotografie.) atte a garantire all’autore un certo controllo della scrittura scenica, allo spettatore suspense crescente attraverso ben dosati colpi di scena, oltre che un’interpretazione psicologica dello spazio. Il grammofono e la musica sono due grandi protagonisti della pièce, l’uno ingombrante presenza fisica, l’altra spirituale, che si traduce nella capacità di dar voce al mutismo emotivo dei personaggi, sotto le note di Il Trovatore di Giuseppe Verdi, colonna sonora dell’intera storia, una sorta di “musica dell’indicibile”. Fra le righe della commedia traspare la denuncia dello squallore e del degrado morale che caratterizza il mondo dello spettacolo romano degli anni Quaranta e Cinquanta («Basta! Il cinema in Italia è diventato davvero quello delle barzellette, del produttore che rutta e degli sketch di rivista…»), non avulsa neppure da un certo autobiografismo. Tra i soprusi e le sopraffazioni di chi vi si è già affermato e difende la propria posizione con le unghie e con i denti, precludendone ogni via di accesso agli altri, e la vanità, i sogni, le aspirazioni e gli infelici compromessi di chi, invece, vuole entrarvi a tutti i costi, si collocano le vite di Renato e di Edoardo. Due sceneggiatori cinematografici che, pur essendosi trasferiti nella capitale, dove condividono una casa in affitto, faticano ad inserirsi nel circuito del successo: – «Niente. Il soggetto non è più quello nostro, è intervenuto il solito sceneggiatore principe, e noi due restiamo i soliti giovani che hanno le idee, ma in fondo quell’altro ha mestiere.»; «Sai cosa ha avuto il coraggio di dirmi, coso là ? “Siete troppo intransigenti, voi due : non avete la mentalità del cinema.” Lo credo, una manica di imbroglioni e…e…» -«Sfruttatori».)
Fin dalle prime battute è possibile cogliere come Patroni Griffi si sia reso protagonista di una vera e propria rivoluzione linguistica, su un piano di innovazione radicale, che prevede il superamento delle forme narrativo-letterarie e dell’improbabile italiano del teatro borghese. A queste ultime egli contrappone, non il gergo, ma l’italiano di uso medio, la parola naturale della lingua contemporanea, in un mondo reale, che è ritratto spudorato di una realtà urbana e sociale inedita.
(Pronto ?!Pronto?!Sì, pronto, sono io, sono io…Eh! Chi vuoi che sia!?Sìii!(urla) Come? Non capisci?… Aspetta…Non si sente un…Aspetta! Ho detto aspetta!!!;/ Se ti pare giusto! Un altro fra i piedi. Non ho capito ancora se questa casa è un casino o un ospizio di beneficenza;/ Fa’ quello che vuoi! Qui siamo fuori dalla grazia di Dio);/ Tea, no? Non lo sai che viene a sguazzare, a farsi le docce qui ? ( riprende a radersi)Non l’hai capito?)
È uno stile in grado di restituire al teatro l’immediatezza espressiva, attraverso una formulazione fratturata delle frasi, tipica del linguaggio parlato: battute brevi e sentenziose, espressioni altamente informali, a tratti regionali . Il protagonismo giovanile diventa spia di vari codici verbali e tradisce una diversa sensibilità etico-linguistica, come se si trattasse di un linguaggio generazionale.
(Eh! La motocicletta, no? (Renato e Edoardo lo fissano ambedue interrogativi) La chiamano così, «la motocicletta»; / Quelle si chiamano pure loro Davison. E a lei la chiamano così, «la motocicletta», no?…(fa il gesto rallentato di chi inforchi una motocicletta con quel tanto di equivoco che comporta il doppio senso. Intanto le luci incominciano a dissolvere. Enzo guarda i due e non comprende il loro silenzio. Crede che non abbiano capito. A Edoardo) Hai capito? (ripete il gesto con maggiore volgarità) Anch’io ci sono andato su : e come correva!(attacca con la bocca il rumore di una motocicletta in corsa. La luce rimasta su lui che ripete il gesto gli fa brillare il torso nudo ancora bagnato dai capelli che gocciolano. Agli occhi di Renato deve sembrare un atto volgare di possesso Dissolvenza)
È la scabra semplicità di uno stile asciutto, ma che affonda la penna in profondità nella psicologia di ogni personaggio, costruendolo attraverso la parola, in una “fisiognomica del detto” in grado di estrapolare il complicato e fragile spessore umano della dimensione moderna. Complici il degrado ed il forte scoraggiamento e svuotamento determinato dall’amarezza di non riuscire a realizzarsi professionalmente, i protagonisti di D’amore si muore rovesciano disperatamente tutte le loro energie vitali negli investimenti affettivo-sentimentali, senza riuscire, tuttavia, a sentirsene appagati, in un mondo corrotto e assolutamente non all’altezza delle loro profondità. Caratteristica peculiare di Patroni Griffi, particolarmente incisiva, è una consistenza delle parole che è anche e soprattutto consistenza dei personaggi: “devi con una battuta far capire un personaggio ”.

EDOARDO: (a Renato) «Tu la devi piantare con questa storia. Non avevi deciso di non vederla più?»
RENATO: «Avevo deciso! Come se fossero cose da potersi decidere. Che avete qui (si tocca il petto) un muscolo e basta? Tu, lei, vi meravigliate! Come? Non avevi deciso? Ma c’è qualcuno al mondo che abbia un cuore? Eh? Chi risponde? Silenzio!
EDOARDO: «Quanto sei idiota! Ma chi ti credi di essere? L’abbiamo tutti un cuore: soltanto che funziona in un modo decente. »

Renato ed Edoardo sono due estranei catapultati in una realtà che stride fortemente con la loro integrità e con il loro bisogno d’amore. Edoardo in un primo momento cerca di adeguarsi e di mimetizzarsi, fingendo di essere parte integrante di quel mondo;
TEA: «È tutta un’invenzione, la mia, io non sto qui con te, me lo sto inventando»
EDOARDO: «D’amore e promesse, dico, non se n’è parlato. M’hai mai detto “t’amo” T’ho mai detto “t’amo”? Ce ne siamo sempre dimenticati: ci piaceva andare a letto, e basta, che è la soluzione migliore»
TEA: «E se a me piace ancora?»
EDOARDO: «Eeh! …Purtroppo è un contratto bilaterale. Bisogna essere d’accordo in due.»
TEA: «Mi fai schifo.»
Renato, invece, fin dall’inizio, maggiormente remissivo, ne rifiuta proprio le dinamiche non congeniali alla sua persona.
RENATO: «Elena per me è la cosa più bella che abbia mai visto, e se lo è per me lo è per tutti; solo un pazzo può credere che nella vita si ami due volte. È bella perché è viva, il bello è che esiste!»
L’eroica ostinazione del protagonista a vivere l’assolutezza di un sentimento amoroso devastante, finirà per condurlo ad un triste autoannientamento, che si identifica nel ripudio dell’esistenza, quando questa si traduca in un’estrema mortificazione delle proprie aspirazioni sentimentali che distruggono l’identità nella mancanza di un mondo emotivo solido e forte alla base.
RENATO: «[…] È la cosa più bella che ho visto al mondo! […] La mia vita senza lei non ha più senso! […] Prendo la bottiglia, bevo, mi affaccio al parapetto della terrazza- la bevo tutta a occhi chiusi- barcollo, certamente barcollerò…»
Diverso è l’atteggiamento di Edoardo, maggiormente pragmatico, che ugualmente devastato dalla doppiezza di Tea, rinuncia alla professione e ai sogni, ma non alla vita, e disilluso decide di cambiare città.
TEA: «[…] Il bambino non ce l’ho. Non c’è. Lo vuoi sapere? Non esiste. È un’invenzione. Sei sempre stato un ragazzo serio del quale ci si poteva fidare» (lungo silenzio. Edoardo è distrutto).
EDOARDO: «Ti voglio guardare bene. Voglio ricordarmi che essere mostruoso tu sei. Sapessi che concetto banale avevo di te!»; […] «Si cerchi un altro posto, Gina. Me ne andrò anch’io, non so quando, cambierò mestiere…».
La dimensione profondamente tragica dei personaggi emerge in chiusura, nello struggente dialogo finale tra Edoardo ed Elena, dopo la morte di Renato.
EDOARDO: «[…] Ma non vede che cos’è quello che diciamo amore? Un impasto di errori, intuizioni, ignoranza…Accomodamenti! Il vero amore lo si raggiunge per disperazione, in solitudine» […] «Come ci costruiamo con le nostre mani un lavoro, gli interessi, una personalità, perché non dovremmo costruirci un sentimento? Se c’è un materiale magnifico, a disposizione, non lo si butta via. È prezioso. Ci manca l’educazione del cuore, signora. Dovrebbero mandarci a scuola da bambini, a educarci i sentimenti.»
Patroni Griffi sceglie un finale agrodolce, graffiante, che fa bruciare il cuore nel rimpianto di non aver saputo cogliere il sentimento e nella mortificazione di riconoscerlo con tenerezza solo quando è troppo tardi:
(Elena guarda la prima foto che le viene sott’occhio)
ELENA: «Non sapevo che si potesse mettere tanto amore in una fotografia.»
Quella dell’autore, tuttavia, non è mai stata una prospettiva didascalica di fare teatro, piuttosto, una dimensione civile e colta dell’agire teatrale. Si tratta di una commedia moderna e sempre attuale, destinata ai due amici, Giorgio De Lullo (che interpretava Renato) e Romolo Valli. Essa fu presentata con successo straordinario il 25 giugno 1958 al Festival Internazionale della prosa di Venezia dalla Compagnia De Lullo- Guarnieri-Valli- Albani per la regia di Giorgio De Lullo. A contraddistinguere Patroni Griffi era un’attenzione speciale ai suoi attori, in un gioco segreto di complicità invisibile, che garantiva ai suoi spettacoli forza di verità.

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