L’episodio finale di SENSE8 avrà soddisfatto gli appassionati?

L’8 giugno è uscito su Netflix l’ultimo episodio della serie Tv americana Sense8, cancellata solo dopo due stagioni. Noi della redazione abbiamo pensato di scoprire con voi lettori cosa ha funzionato e cosa non.

Sarà banale e scontato, ma la prima cosa da inserire nella categoria ‘positiva’ sono proprio loro, i sense8. Vederli nuovamente tutti insieme è un’emozione che rapisce lo sguardo nello stesso identico modo in cui era capitato tre anni fa quando abbiamo fatto la conoscenza per la prima volta di Wolfgang, Lito, Nomi, Kala e tutti gli altri. Insomma un impatto iniziale che è stato ben gestito da Lana Wachowski che è riuscita a ricreare subito quel mood speciale con i fan della saga.

Purtroppo questo è un difetto che pesa come un macigno lungo tutto il corso dello speciale. Gli avvenimenti si susseguono con un ritmo asincrono rispetto alla sceneggiatura, passando senza soluzione di continuità da eventi cruciali come il recupero di Wolfgang, al disvelamento di nuove figure narrative rimaste celate durante il corso degli eventi. Il tutto privo di quel trait d’union necessario per rendere più agevole la comprensione della lore generale.
Ovviamente buona parte di questo difetto è ampiamente giustificato dallo scarso minutaggio a disposizione in cui dover far confluire la soluzione di tutte le storyline (o gran parte di esse). Un difetto a metà, quindi, vista la situazione sfavorevole con cui doveva confrontarsi questo episodio.

Seppur non si può parlare di una puntata capace di soddisfare al 100% tutti gli appassionati, allo stesso tempo bisogna ammettere che il lavoro svolto da Lana Wachowski e dai suoi collaboratori è stato sicuramente di altissimo livello. A dispetto di una scrittura generale succube di una tempistica risicata, abbiamo una regia sempre dinamica e focalizzata sugli eventi principali, coadiuvata da scenografia, montaggio e fotografia che non perdono praticamente mai un colpo. Anche le scene d’azione, nei momenti più concitati e con i protagonisti impegnati nei loro classici ‘scambi’, non diventano mai pesanti e riescono a scorrere lisce e senza nessun intoppo. Parigi e Napoli, location protagoniste di questo finale, vengono rappresentate con grande maestria e con un vivace tocco artistico.

Questo difetto non può certo essere imputato a questo singolare episodio. E’ più che altro il pesante fardello di un’eredità che ha fatto terra bruciata intorno a se. Perché si, se Sense8 ha avuto la grande intuizione di presentarci dei personaggi così ben caratterizzati e peculiari nelle loro singolarità, allo stesso tempo l’intero telefilm non è mai riuscito a sviluppare una trama capace di evolvere e creare dei punti di svolta narrativi veramente interessanti. Ciò, naturalmente, non poteva essere risolto in una puntata di due ore che si è impegnata perlopiù a replicare lo stesso leitmotiv che abbiamo imparato a osservare nel corso di tutte e due le stagioni. Dispiace dirlo, ma lungo il corso di questa comunque affascinante avventura non è stata rara la sensazione di rivivere costantemente le stesse situazioni, con una storia che rimaneva bloccata su stessa e proseguiva con il contagocce. Probabilmente è stata una scelta voluta da parte degli autori che hanno preferito esplorare la circolarità delle singole vicende dei sense8 e della loro interconnessione, a discapito però di un’eccessiva semplificazione dell’impalcatura narrativa. Ed è stato un vero peccato, dato che gli spunti offerti dalla serie racchiudevano un enorme potenziale espressivo.
In questa forbice che ha avuto nei suoi estremi una storia mai completamente emancipata e un evidente limitazione temporale, a farne le spese sono stati anche molti dei personaggi storici della puntata. Due su tutti Hernando e Capheus. Il primo, che spesso per carisma superava anche gli stessi Homo sensorium, ha visto il proprio personaggio relegato ai margini della storia e con un minutaggio dei dialoghi imbarazzate.
Capheus, invece, si limita a svolgere il compito assegnatogli, senza nessuno slancio di sceneggiatura.
Ma, come detto nell’esempio della gestione dei tempi, sarebbe ingrato scagliarsi contro questa puntata quando di mezzo ci sono dei deficit dovuti alla non-crescita avvenuta nel corso delle due stagioni.

Come il titolo stesso spiega, l’amore è il vero protagonista di questo episodio conclusivo, quell’amore che alla fine vince su tutto e tutti. Ovviamente al primo posto troviamo il coronamento dell’amore fra Nomi ed Amanita con l’emozionante scena del matrimonio sulla Tour Eiffel. “Perchè fra le tue braccia è l’unico posto in cui mi sia sentita davvero a casa mia.” recita Nomi durante lo scambio delle promesse, quelle promesse che sono frasi oggettivamente semplici, senza troppi paroloni, ma che però proprio grazie alla loro semplicità arrivano dritto al cuore. Subito dopo abbiamo Sun che riesce finalmente a sciogliersi per il suo amato detective. Il vero fulcro del loro amore? La scena in cui lui viene “presentato alla famiglia” e vediamo la nuova, dolcissima coppia in compagnia del cane di Sun. Capheus e sua moglie che, per quanto rappresentati in modo marginale, trasmettono felicità e dolcezza. Infine la povera Kala, divisa dall’amore per il marito Rajan (che alla fine ha imparato ad amare) e l’amore passionale e profondo per Wolfie; ma anche qua è l’amore a vincere, proprio perchè Kala non deve rinunciare a nessuno dei due.

Come già detto, il ruolo di alcuni personaggi è stato limitato, sminuito e ridotto un po’ troppo all’osso. Primi fra tutti Lito ed Hernando, sia come coppia che come singoli. La complessità e la profondità del loro rapporto è da sempre stata uno dei cardini della serie, ma in questo capitolo finale la coppia sparisce e ci ritroviamo una sorta di poliamore con Dani che risulta essere una presenza un po’ troppo asfissiante all’interno della coppia che non lascia spazio ai due. Abbiamo poi Lito il cui ruolo viene ridotto a quello di una prima donna isterica, andando a sminuire un personaggio molto più forte di quello che sembra.

Stessa cosa vale per il triangolo Rajan, Kala e Wolfie: l’epilogo dei tre che decidono di convivere allegramente in un rapporto che sembrava impossibile, ma che si conclude con una sorta di “Volemose bene.”
Onestamente, avremmo preferito una scelta da parte di Kala, proprio perchè il triangolo sembra essere davvero forzato, un voler rappresentare a tutti i costi le varie sfaccettature dei rapporti fra persone.
Sia il trio Lito-Hernando-Dani che quello Kala-Rajan-Wolfie hanno dato la sensazione di essere utilizzati in malo modo per voler trattare l’argomento del poliamore.

Altro dettaglio a sfavore è stato l’epilogo con cui si è conclusa la caccia a Whispers: due stagioni e due speciali di quattro ore passati a scappare, lottare, nascondersi ecc. ecc. per poi finire con un colpo di bazooka. Un finale degno dei film interpretati da Lito. Certo, il fattore “dobbiamo concludere la storia in queste due ore” è un peso costante sulle spalle degli autori e della storia, però questo epilogo è stato eccessivamente cinematografico.
In ultimo, ma proprio perchè è stata la cosa che proprio non riusciamo a farci andare giù, è l’inquadratura finale: il dildo arcobaleno!!!
Dopo l’emozionante scena del matrimonio, le profonde scene di sesso che diventano un’unica orgia piena di pathos, ti vedi apparire come ultima inquadratura il dildo arcobaleno…onestamente? Proprio non ci è piaciuto, nonostante tutti i vari significati e le “buone intenzioni” che potevano stare dietro a questa scelta; una ostentazione eccessiva di tutte le tematiche trattate dalla serie.

Una puntata finale, dunque, che negli evidenti limiti strutturali in cui doveva muoversi può tranquillamente essere considerata riuscita e quasi completamente soddisfacente per tutti i fan della serie che avevano visto bruscamente interrompersi uno dei loro prodotti preferiti.
Certo, rimarrà l’amaro in bocca per non poter più assistere a questo telefilm che nel suo breve corso di vita ha regalato una boccata d’aria fresca in un contesto, quello della serializzazione, che spesso non fa che ricorrere al riciclo di idee già viste e poco innovative. Ciononostante possiamo concludere affermando che Lana Wachowki – parafrasando (seppur alla larga) il noto filosofo tedesco Leibniz -, ha saputo consegnare ai propri fan il migliore dei finali possibili.

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