Mattarella: “Per Borsellino la mafia non era male ineluttabile”

19 luglio 1992: Paolo Borsellino muore nell'attentato in via D’Amelio. Il Csm ricorda magistrato e scorta

«La tragica morte di Paolo Borsellino, insieme a coloro che lo scortavano con affetto, deve ancora avere una definitiva parola di giustizia. Troppe sono state le incertezze e gli errori che hanno accompagnato il cammino nella ricerca della verità sulla strage di via D’Amelio, e ancora tanti sono gli interrogativi sul percorso per assicurare la giusta condanna ai responsabili di quel delitto efferato».

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è chiaro alla cerimonia di commemorazione di Paolo Borsellino al Csm, plenum dedicato alla desecretazione degli atti del fascicolo personale del magistrato a 25 anni dalla strage di via D’Amelio, il 19 luglio 1992, 57 giorni dopo l’attentato di Capaci in cui persero la vita Giovanni Falcone e i suoi agenti.

«Paolo Borsellino ha combattuto la mafia con la determinazione di chi sa che la mafia non è un male ineluttabile ma un fenomeno criminale che può essere sconfitto- ha aggiunto Mattarella -. Sapeva bene che, per il raggiungimento di questo obiettivo, non è sufficiente la repressione penale ma è indispensabile diffondere, particolarmente tra i giovani, la cultura della legalità».

All’ordine del giorno la delibera della Sesta Commissione, relatori i Consiglieri Ercole Aprile e Antonio Ardituro, che autorizza la pubblicazione di tutti gli atti e i documenti relativi al percorso professionale del giudice Borsellino, dal suo ingresso in magistratura, nel 1963, fino alla tragica morte del 19 luglio 1992, quando vennero uccisi anche 5 agenti della sua scorta. Tutta la documentazione su Paolo Borsellino, custodita per 25 anni nel caveau di Palazzo dei Marescialli sarà online sul sito istituzionale del Consiglio e l’intera documentazione è stata raccolta e pubblicata in un volume dal titolo «L’antimafia di Paolo Borsellino».

Cinquantasette giorni separano la strage di Capaci da quella di Via D’Amelio.

Il 19 luglio 1992, Paolo Borsellino, 51 anni, si reca con la sua scorta in via D’Amelio, dove vivono la madre e la sorella. Una Fiat 126 parcheggiata nei pressi dell’abitazione della madre con circa 100 chili di tritolo a bordo, esplode al passaggio del giudice, uccidendo anche i cinque agenti. Sono le 16.58. La deflagrazione, nel cuore di Palermo, viene avvertita in gran parte della città. L’autobomba uccide Emanuela Loi, 24 anni, la prima donna poliziotto entrata a far parte di una squadra di agenti addetta alle scorte; Agostino Catalano, 42 anni; Vincenzo Li Muli, 22 anni; Walter Eddie Cosina, 31 anni e Claudio Traina, 27 anni. Unico superstite l’agente Antonino Vullo.

«Rivolgo un pensiero di gratitudine a tutti i familiari delle vittime della strage di Via D’Amelio. Verso di loro avvertiamo il dovere di sostenere con forza un’insopprimibile domanda di giustizia – ha sottolineato il vicepresidente del Csm Legnini: – essa chiama tutti in causa, senza eccezioni, e dunque ribadiamo la necessità di fare luce piena su quegli eventi di sangue, fino in fondo e senza temere lo scorrere del tempo che ci separa dalla tragica estate del 1992. Questo intendiamo ribadire alla presenza del Capo dello Stato».


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